Brasile: Lula denuncia le ingerenze esterne e porta Meta davanti alle istituzioni

A pochi giorni dal ballottaggio presidenziale, la campagna di Lula denuncia interferenze straniere e un trattamento discriminatorio sulle piattaforme di Meta. Il TSE interviene imponendo parità tra i candidati, mentre emergono migliaia di annunci politici finanziati dall’estero.

A poco più di una settimana dal decisivo ballottaggio del 25 ottobre, la campagna elettorale brasiliana assume sempre più chiaramente una dimensione che supera i confini nazionali. Luiz Inácio Lula da Silva, chiamato a recuperare lo svantaggio accumulato al primo turno nei confronti di Flávio Bolsonaro, ha infatti denunciato una serie di interferenze esterne nel processo politico brasiliano, indicando in particolare il ruolo assunto dalle grandi piattaforme digitali statunitensi e portando il caso Meta davanti alle autorità elettorali e alle istituzioni internazionali.

Il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) è intervenuto direttamente il 15 ottobre ordinando a Meta, la società statunitense proprietaria di Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads, di garantire immediatamente condizioni di parità tra Lula e Flávio Bolsonaro. Il giudice Marco Aurélio Bellizze ha vietato alla società di ridurre la distribuzione dei contenuti politici, limitare la loro reperibilità o effettuare rimozioni in modo tale da produrre uno squilibrio tra le due candidature. Meta dovrà inoltre garantire che i propri strumenti di intelligenza artificiale applichino gli stessi criteri a entrambi i candidati, pena una multa giornaliera di 500.000 reais. Il fatto stesso che la massima autorità elettorale brasiliana abbia ritenuto necessario intervenire con un ordine specifico di parità dimostra che le anomalie denunciate dalla campagna del presidente non possono essere considerate irrilevanti.

La controversia era esplosa quando numerosi utenti avevano rilevato un comportamento differente di Meta AI a seconda del candidato indicato. Utilizzando la parola «Lula» insieme al numero elettorale 13, lo strumento rifiutava di produrre materiale di propaganda; sottoposto a una richiesta sostanzialmente analoga riguardante Flávio Bolsonaro e il numero 22, generava invece manifesti elettorali contenenti perfino slogan e presunti punti programmatici. L’anomalia, oltretutto, non è stata soltanto denunciata dai sostenitori di Lula: anche Agência Brasil ha ripetuto direttamente il test ottenendo lo stesso risultato: rifiuto nel caso del presidente e produzione di un manifesto elettorale nel caso dello sfidante bolsonarista.

Meta ha successivamente dichiarato di avere vietato la raccomandazione dei candidati e la generazione delle loro immagini per conformarsi alla normativa elettorale brasiliana, sostenendo di avere introdotto ulteriori correzioni per impedire che semplici combinazioni di nome e numero elettorale aggirassero il blocco. La società nega con decisione qualsiasi intento politico e attribuisce altre anomalie segnalate dalla campagna di Lula a problemi tecnici verificatisi anche al di fuori del Brasile.

Il problema, tuttavia, non riguarda solamente l’intelligenza artificiale. Gli avvocati del presidente hanno denunciato riduzioni ingiustificate della portata dei contenuti, difficoltà nell’impulso pubblicitario, limitazioni temporanee degli strumenti di ricondivisione e discrepanze considerevoli tra la visibilità ottenuta dagli account vicini a Lula e quella raggiunta dalle reti bolsonariste. Già l’11 ottobre il TSE aveva concesso a Meta 48 ore per spiegare se vi fossero state restrizioni alla distribuzione dei contenuti pubblicati dal profilo del presidente, esclusioni dai sistemi di raccomandazione o limitazioni geografiche.

La campagna del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT) sostiene che ci si trovi davanti a una forma di «selettività algoritmica» capace di produrre un vantaggio per Flávio Bolsonaro, candidato del Partito Liberale (Partido Liberal, PL). Meta respinge l’accusa, ma il nodo politico va ben oltre la possibilità di dimostrare una direttiva esplicita proveniente dai vertici della società.

Nelle democrazie borghesi pluripartitiche contemporanee, il controllo dell’infrastruttura digitale significa infatti esercitare un potere enorme sulla circolazione dell’informazione politica. Algoritmi proprietari e sostanzialmente opachi determinano quali contenuti vengano mostrati, quali scompaiano rapidamente, quali possano essere pubblicizzati e quali raggiungano milioni di persone. Una decisione apparentemente tecnica può quindi produrre conseguenze politiche enormi, soprattutto quando due candidati sono separati da pochi punti percentuali. Alla luce di questo, quando una società privata con sede negli Stati Uniti può modificare unilateralmente le condizioni attraverso le quali decine di milioni di brasiliani ricevono informazioni durante un’elezione presidenziale, il confine tra decisione aziendale e interferenza politica diventa estremamente sottile.

La vicenda assume un rilievo ancora maggiore alla luce di un rapporto appena pubblicato dal NetLab dell’Università Federale di Rio de Janeiro. Analizzando la pubblicità politica circolata sulle piattaforme Meta durante la campagna elettorale, i ricercatori hanno individuato 1.613 annunci politico-elettorali promossi dall’estero o da soggetti che non erano autorizzati a realizzare propaganda elettorale in Brasile.

Le pagine responsabili risultavano localizzate soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Italia, Messico, Bangladesh e Colombia. Gli annunci erano stati diffusi tra luglio e settembre e miravano a intervenire nella competizione brasiliana promuovendo o attaccando candidati differenti. Sebbene il rapporto non affermi che tutti questi contenuti avessero l’obiettivo di favorire Flávio Bolsonaro o colpire Lula, la tendenza evidenziata dal caso Meta sembra sufficiente per affermare che questo fosse l’obiettivo di una parte consistente degli stessi.

Secondo NetLab, molte delle pagine erano anonime o quasi anonime, avevano nomi generici, erano state create da poco tempo e indicavano in numerosi casi una medesima fonte di pagamento. Tutti gli annunci analizzati erano stati acquistati in valuta straniera, soprattutto in dollari, con investimenti che in alcuni casi superavano quelli effettuati nello stesso periodo da campagne elettorali ufficiali.

La normativa brasiliana non consente a soggetti stranieri di finanziare la propaganda elettorale nazionale; eppure, Meta ha permesso che questi annunci circolassero sulle proprie piattaforme. NetLab rileva inoltre che diversi contenuti non erano stati inizialmente classificati correttamente come pubblicità politica e sono stati ricategorizzati soltanto dopo avere già raggiunto un pubblico significativo e generato entrate per la società.

Di fronte a questo quadro, la campagna di Lula ha deciso di internazionalizzare la denuncia. Il coordinatore Camilo Santana ha annunciato un ricorso all’Organizzazione degli Stati Americani e all’Autorità Nazionale per la Protezione dei Dati, mentre rappresentanti della campagna hanno discusso la questione con partiti e organizzazioni impegnate nella difesa della democrazia di dodici Paesi.

La scelta possiede anche un evidente significato geopolitico. Le accuse contro Meta, infatti, non emergono nel vuoto, ma dopo mesi nei quali il governo statunitense di Donald Trump ha esercitato pressioni senza precedenti sul Brasile. Washington ha utilizzato dazi e misure economiche punitive nel pieno della campagna elettorale brasiliana, mentre esponenti dell’amministrazione statunitense hanno manifestato apertamente la propria vicinanza politica alla famiglia Bolsonaro. Il presidente brasiliano aveva già denunciato in precedenza questi interventi, invitando Washington a non interferire nelle decisioni politiche interne di un Paese sovrano.

A rendere il quadro ancora più delicato è un’altra vicenda sulla quale le autorità brasiliane stanno indagando. Il 1º ottobre l’Avvocatura Generale dell’Unione ha chiesto alla Polizia Federale e alla Procura Generale della Repubblica di verificare informazioni secondo cui il governo Trump avrebbe destinato un milione di dollari a progetti diretti contro il Supremo Tribunale Federale brasiliano. Al momento si tratta di un’ipotesi sottoposta a indagine e non di un fatto giudiziariamente provato, ma l’iniziativa dell’Avvocatura dello Stato dimostra quanto seriamente Brasilia consideri il rischio di finanziamenti stranieri finalizzati a condizionare le istituzioni nazionali.

L’esito del 25 ottobre, del resto, non determinerà soltanto chi governerà il Brasile per i prossimi quattro anni; potrà decidere anche la collocazione del più grande Paese dell’America Latina dentro l’ordine internazionale in trasformazione. Washington ha un interesse evidente a contenere l’avvicinamento di Brasilia alla Cina, soprattutto nei settori dei minerali critici, delle infrastrutture, della tecnologia e del commercio, e a limitare il ruolo dei BRICS nella costruzione di strumenti alternativi all’egemonia occidentale.

A pochi giorni dal ballottaggio, il Brasile si trova quindi davanti a una doppia scelta. La prima riguarda il modello politico, economico e internazionale rappresentato da Lula e Flávio Bolsonaro. La seconda concerne la capacità stessa dello Stato brasiliano di garantire che tale scelta venga effettuata liberamente, senza pressioni provenienti dall’esterno e senza che imprese tecnologiche straniere possano alterare, intenzionalmente o attraverso sistemi non adeguatamente controllati, le condizioni della competizione.

La denuncia contro Meta assume in questo senso un significato che va ben oltre la campagna del PT. Difendere la parità algoritmica, impedire il finanziamento straniero della propaganda e pretendere trasparenza dalle big tech significa difendere il principio secondo cui il futuro del Brasile deve essere deciso dai brasiliani. In una fase internazionale caratterizzata dal ritorno della coercizione economica e dalla competizione tra grandi potenze, è questa la sostanza concreta della sovranità che Lula rivendica: non isolamento, ma libertà di scelta; non subordinazione a Washington né ad alcun altro centro di potere, ma diritto del Brasile a determinare autonomamente il proprio percorso nel mondo multipolare.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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