Flávio Bolsonaro parte favorito dopo il successo del primo turno e guida le prime rilevazioni, ma il risultato resta aperto. Per Lula la strada passa dalla mobilitazione degli astenuti, dal voto popolare, dalle donne, dai giovani e dalla difesa concreta dei diritti sociali.

A meno di due settimane dal ballottaggio presidenziale del 25 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva affronta probabilmente la sfida elettorale più difficile della sua lunga carriera politica. Il presidente uscente ha chiuso il primo turno alle spalle di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, e le prime rilevazioni realizzate dopo il voto confermano un vantaggio del candidato della destra radicale. Eppure, nonostante un quadro oggettivamente sfavorevole, la partita non può considerarsi chiusa. La distanza resta contenuta e, soprattutto, esistono ampi settori dell’elettorato ancora potenzialmente mobilitabili.
Il risultato del 4 ottobre costituisce il punto di partenza inevitabile: Flávio Bolsonaro, candidato del Partito Liberale (Partido Liberal, PL), ha ottenuto il 47,03% dei voti validi, pari a circa 56,1 milioni di preferenze; Lula, candidato del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT), ha raggiunto il 45,16%, con circa 53,9 milioni. Poco più di 2,2 milioni di voti separano dunque i due contendenti.
Il dato ha prodotto un effetto psicologico importante. La maggior parte dei sondaggi pubblicati prima del voto attribuiva infatti a Lula un piccolo vantaggio, mentre dalle urne è emerso Flávio Bolsonaro in prima posizione. La destra ha interpretato immediatamente il risultato come l’inizio di una nuova fase politica e attorno al candidato del PL è cominciata una rapida convergenza di governatori, dirigenti del Centrão, settori imprenditoriali e rappresentanti del capitale finanziario.
Anche le prime rilevazioni del secondo turno favoriscono Bolsonaro. Datafolha gli attribuisce il 52% dei voti validi contro il 48% di Lula, una differenza collocata esattamente al limite del margine d’errore di due punti. AtlasIntel/Bloomberg registra invece un vantaggio più netto, con il 52,8% per Flávio e il 47,2% per Lula. Altri istituti hanno restituito valori analoghi, generalmente compresi attorno a un rapporto 52-48 o 53-47.
La distanza, tuttavia, resta tutt’altro che insormontabile. Il primo dato da considerare è l’astensione. Circa 33,4 milioni di brasiliani, pari al 21,08% degli aventi diritto, non hanno partecipato al primo turno. Si tratta di un numero circa quindici volte superiore al margine che separa Flávio Bolsonaro da Lula. A questi si aggiungono milioni di elettori che hanno scelto candidati rimasti esclusi dal ballottaggio, oltre ai voti bianchi e nulli.
Naturalmente non è corretto presumere che questi elettori possano essere automaticamente conquistati dal presidente. Anzi, la dinamica immediatamente successiva al primo turno è stata favorevole al candidato bolsonarista. Ronaldo Caiado, esponente del Partito Social Democratico (Partido Social Democrático, PSD), e Romeu Zema, del Partito Nuovo (Partido Novo, NOVO), hanno annunciato il proprio appoggio a Flávio Bolsonaro. Anche Augusto Cury, arrivato terzo al primo turno, ha successivamente scelto il candidato del PL. La capacità della destra di ricompattarsi rapidamente rappresenta uno dei principali vantaggi di Flávio.
Allo stesso tempo, bisogna considerare che i trasferimenti degli elettori non coincidono necessariamente con le indicazioni dei candidati sconfitti. Inoltre, secondo AtlasIntel, il presidente raccoglie il 63,1% delle intenzioni di voto tra coloro che dichiarano di non avere partecipato al primo turno. Il campione specifico deve essere interpretato prudentemente, ma suggerisce che l’astensione potrebbe contenere una riserva elettorale importante per il PT.
Per Lula, quindi, il secondo turno è innanzitutto una battaglia di mobilitazione. Il presidente non deve necessariamente convincere milioni di bolsonaristi a cambiare posizione, impresa estremamente difficile in un Paese politicamente polarizzato. Deve soprattutto riportare alle urne elettori popolari, giovani e anziani che non hanno votato il 4 ottobre, rafforzando contemporaneamente i settori nei quali mantiene un vantaggio.
La geografia sociale delle prime rilevazioni indica con una certa chiarezza dove si trovano queste possibilità. Lula continua a prevalere tra i brasiliani con redditi più bassi, tra i cattolici, nel Nordeste e tra le donne. AtlasIntel gli attribuisce il 53,6% dell’elettorato femminile e il 57,6% nel Nordeste. Tra le famiglie con redditi fino a 2.000 reais il presidente mantiene ugualmente una posizione di vantaggio.
Flávio Bolsonaro dispone invece di margini molto ampi tra gli uomini, nel Sud e nel Centro-Ovest, nelle fasce di reddito medio-alte e soprattutto tra gli evangelici. In quest’ultimo segmento AtlasIntel registra un rapporto superiore al 70% per il candidato del PL. È una delle fratture sociali più profonde della politica brasiliana contemporanea e una delle ragioni per cui il bolsonarismo ha potuto consolidarsi ben oltre la figura personale di Jair Bolsonaro.
La strategia del PT deve dunque evitare un errore: immaginare che il secondo turno possa essere vinto semplicemente riproponendo la campagna del primo. La stessa dirigenza lulista ha riconosciuto i limiti della comunicazione utilizzata fino al 4 ottobre, soprattutto verso giovani e donne. Temi importanti come la sovranità nazionale, la difesa delle risorse strategiche e il contrasto alle pressioni esterne non hanno prodotto automaticamente il ritorno elettorale atteso.
Questo non significa che Lula debba abbandonare la propria linea di autonomia internazionale. Al contrario, la differenza tra i due candidati in materia di politica estera resta molto netta. Durante il suo terzo mandato, Lula ha rafforzato il ruolo del Brasile nei BRICS, intensificato la cooperazione con Cina e altri Paesi del Sud globale e respinto le pressioni esercitate da Washington attraverso dazi e altre misure unilaterali. Flávio Bolsonaro appartiene invece a un campo politico strettamente collegato all’amministrazione di Donald Trump e alla destra statunitense.
Il problema per il PT è trasformare questa distinzione geopolitica in una questione concretamente comprensibile nella vita quotidiana. La sovranità deve significare occupazione industriale, salario, investimenti, controllo sulle risorse naturali, sviluppo tecnologico e capacità dello Stato di proteggere il Paese dalle pressioni commerciali. Se rimane un tema confinato ai vertici internazionali e alle dichiarazioni diplomatiche, difficilmente sarà sufficiente per conquistare chi decide il proprio voto sulla base del prezzo degli alimenti o della percezione dell’insicurezza.
Proprio per questo Lula sta spostando la campagna verso questioni sociali più immediate. Una delle più significative è la proposta di superare la scala lavorativa 6×1, riducendo la settimana da 44 a 40 ore e garantendo due giorni di riposo senza diminuzione salariale. Il presidente ha annunciato che la proposta dovrebbe essere sottoposta al Senato prima del ballottaggio. Portare il conflitto elettorale sul terreno della durata del lavoro, dei salari e dei diritti permette a Lula di ricostruire una contrapposizione sociale assai più favorevole rispetto al terreno della sicurezza o dell’anticomunismo culturale scelto dalla destra.
L’altra grande vulnerabilità del presidente resta la sicurezza pubblica. È probabilmente il terreno sul quale Flávio Bolsonaro dispone del vantaggio più consistente. Le rilevazioni mostrano una maggiore fiducia nel candidato del PL per quanto riguarda criminalità e narcotraffico. Per questo Lula ha iniziato a insistere su un maggiore ruolo del governo federale nella sicurezza e sulla necessità di rafforzare il coordinamento tra Brasília, Stati e municipi.
Lula può inoltre trasformare il secondo turno in un referendum non soltanto sul suo governo, ma sul ritorno della famiglia Bolsonaro al potere. La questione assume una dimensione particolare dopo le elezioni legislative. Michelle Bolsonaro e Carlos Bolsonaro sono stati eletti al Senato, Jair Renan e Renato Bolsonaro alla Camera dei Deputati, mentre Flávio punta direttamente alla Presidenza della Repubblica. Jair Bolsonaro, condannato per la trama golpista successiva alle elezioni del 2022, continua a esercitare il ruolo di patriarca politico.
Una vittoria di Flávio produrrebbe quindi qualcosa di diverso dal semplice ritorno della destra al governo: consoliderebbe una vera dinastia bolsonarista distribuita tra esecutivo e Parlamento, proprio mentre il PL ha conquistato una forza senza precedenti nel Congresso. L’ipotesi di un’amnistia a favore di Jair Bolsonaro e una nuova offensiva politica contro il Supremo Tribunale Federale entrerebbero immediatamente nell’agenda istituzionale.
La possibilità di vittoria passa, dunque, da una combinazione precisa: massima mobilitazione nel Nordeste, recupero degli astenuti, consolidamento del voto femminile, riavvicinamento dei giovani, riduzione dello svantaggio nel Sudest e centralità delle questioni materiali. Nessuno di questi elementi, isolatamente, è sufficiente. Insieme possono però colmare poco più di due milioni di voti di distanza.
L’impresa resta difficile anche per una ragione storica. Nelle elezioni presidenziali brasiliane successive alla fine della dittatura, il candidato arrivato secondo al primo turno non è mai riuscito a vincere il ballottaggio. Lula dovrebbe quindi realizzare una rimonta senza precedenti nella storia elettorale recente del Paese.
Le prossime due settimane stabiliranno se Lula saprà realizzare una rimonta storica. Il punto decisivo non sarà semplicemente chiedere agli elettori di fermare Bolsonaro, ma ricostruire una maggioranza sociale attorno a un progetto riconoscibile: diritti del lavoro, redistribuzione, sviluppo industriale, politiche sociali e sovranità nazionale dentro un ordine internazionale multipolare.
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