Con il 51,78% dei voti, Lula ribalta il risultato del primo turno e conquista uno storico quarto mandato. La vittoria respinge il ritorno della dinastia Bolsonaro, limita l’influenza di Washington e interrompe l’avanzata delle destre filostatunitensi in America Latina.

Luiz Inácio Lula da Silva ha scritto un’altra pagina senza precedenti della storia politica brasiliana. Dopo avere concluso il primo turno del 4 ottobre alle spalle di Flávio Bolsonaro, il presidente uscente ha ribaltato il risultato nel ballottaggio del 25 ottobre, ottenendo il 51,78% dei voti validi contro il 48,22% del candidato della destra radicale. È la prima volta, dalla reintroduzione delle elezioni presidenziali dirette nel 1989, che il candidato arrivato secondo al primo turno riesce a conquistare la presidenza al ballottaggio.
Lula diventa inoltre il primo presidente brasiliano eletto democraticamente per quattro volte: dopo le vittorie del 2002 e del 2006 e il ritorno al Planalto nel 2022, l’ex operaio metalmeccanico guiderà dunque il Paese fino al 2030. Una traiettoria politica già eccezionale assume così una nuova dimensione, tanto più considerando le condizioni nelle quali si è prodotta questa vittoria: un Congresso spostato verso destra, un blocco bolsonarista consolidato, una situazione internazionale sfavorevole alle forze progressiste latinoamericane e pressioni provenienti direttamente dagli Stati Uniti.
La rimonta appare ancora più significativa osservando i dati del primo turno. Flávio Bolsonaro, candidato del Partito Liberale (Partido Liberal, PL), aveva ottenuto il 47,03%, pari a oltre 56,1 milioni di voti. Lula, candidato del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT), si era fermato al 45,16%, circa 53,9 milioni. Più di 2,2 milioni di voti separavano i due candidati e tutte le precedenti esperienze della democrazia brasiliana suggerivano che il vantaggio iniziale sarebbe stato confermato.
Lula, tuttavia, ha smentito questa serie storica costruendo la rimonta attraverso una maggiore mobilitazione popolare e un netto aumento della partecipazione. L’astensione, che al primo turno aveva raggiunto il 21,08%, è scesa al 19,21%, il livello più basso registrato in un ballottaggio presidenziale dal 2006. Alle urne sono tornati circa tre milioni di elettori in più rispetto al 4 ottobre, mentre sono diminuiti anche i voti bianchi e nulli.
Il dato conferma quanto il PT aveva compreso dopo il primo turno: il problema non consisteva necessariamente nel convincere un numero elevato di elettori bolsonaristi a cambiare posizione, ma nel riportare alle urne quella parte delle classi popolari che, pur potenzialmente vicina al governo, non aveva partecipato alla prima votazione. La riduzione dell’astensione è stata particolarmente significativa in Bahia e Pernambuco, due delle principali roccaforti luliste, ma anche São Paulo ha registrato un aumento della partecipazione.
Il Nordeste ha ancora una volta svolto un ruolo fondamentale, ma sarebbe riduttivo descrivere il risultato esclusivamente come una vittoria regionale. Lula ha migliorato il proprio rendimento anche nel Sudest e soprattutto in Minas Gerais, Stato che storicamente rappresenta uno degli indicatori più affidabili degli equilibri elettorali nazionali. La mobilitazione nelle periferie urbane, tra le donne e nelle fasce popolari ha permesso al presidente di compensare l’ampia prevalenza bolsonarista in buona parte del Sud, del Centro-Ovest e dell’interno di Stato di São Paulo.
La campagna del secondo turno ha dunque corretto alcuni degli errori compiuti nelle settimane precedenti. Lula ha ridotto l’enfasi su una comunicazione prevalentemente istituzionale e ha riportato al centro salari, diritti del lavoro, programmi sociali, indebitamento delle famiglie e costo della vita. La proposta di superamento della scala lavorativa 6×1, insieme alla difesa del Bolsa Família, di Minha Casa Minha Vida, del salario minimo e degli investimenti pubblici, ha ricostruito una polarizzazione sociale più favorevole alla sinistra.
La vittoria rappresenta soprattutto una sconfitta molto pesante per il tentativo di trasformare definitivamente il bolsonarismo in una dinastia politica. Jair Bolsonaro, condannato per la trama golpista successiva alle elezioni del 2022 e impossibilitato a candidarsi, aveva personalmente indicato il figlio Flávio come proprio erede. Michelle Bolsonaro e Carlos Bolsonaro sono stati eletti al Senato, Jair Renan e Renato Bolsonaro alla Camera, mentre Flávio puntava direttamente alla Presidenza della Repubblica.
Una sua vittoria avrebbe consegnato alla famiglia Bolsonaro una concentrazione istituzionale senza precedenti. Il clan avrebbe occupato contemporaneamente il Planalto e posizioni di primo piano nelle due Camere, mentre il PL usciva dalle legislative come la maggiore forza parlamentare del Paese. Il risultato del 25 ottobre impedisce che questo progetto venga completato.
Questo, naturalmente, non significa che il bolsonarismo sia stato sconfitto come fenomeno politico. Il campo conservatore controlla numerosi governi statali e può contare sull’appoggio di ampi settori dell’agronegócio, delle Chiese evangeliche, degli apparati di sicurezza, delle classi medie e del grande capitale. La sconfitta elettorale impedisce però alla destra radicale di trasformare questa forza in un controllo simultaneo dell’esecutivo federale e del Parlamento.
Il significato internazionale della vittoria di Lula è altrettanto importante. L’amministrazione di Donald Trump non aveva nascosto la propria preferenza per il ritorno della famiglia Bolsonaro al potere. Nei mesi precedenti alle elezioni, Washington aveva utilizzato dazi, sanzioni individuali e altre forme di pressione contro il Brasile, collegando alcune di queste misure alla vicenda giudiziaria dell’ex presidente Jair Bolsonaro.
La vittoria del 25 ottobre rappresenta quindi anche un limite concreto alla capacità degli Stati Uniti di determinare l’orientamento politico del principale Paese dell’America Latina. Il Brasile non tornerà, almeno nei prossimi quattro anni, alla subordinazione quasi automatica a Washington che aveva caratterizzato la politica estera di Jair Bolsonaro.
Dal punto di vista della politica estera, quindi, Lula continuerà presumibilmente lungo la linea seguita dal 2023: rafforzamento dei BRICS, rapporti strategici con la Cina, cooperazione Sud-Sud, integrazione latinoamericana e ricerca di un ordine internazionale multipolare. Questo non comporta una rottura definitiva con gli Stati Uniti, che sarebbe impensabile, ma il rifiuto di riconoscere a Washington un diritto speciale di intervento nelle decisioni interne brasiliane.
È proprio questa autonomia a rendere il risultato brasiliano particolarmente importante nell’attuale quadro latinoamericano. Negli ultimi due anni, la regione aveva conosciuto una sequenza quasi continua di successi delle destre, spesso accompagnati da un più stretto riallineamento agli Stati Uniti di Trump. Javier Milei governa l’Argentina; José Antonio Kast ha portato la destra radicale alla presidenza in Cile; Daniel Noboa ha consolidato il proprio potere in Ecuador; Rodrigo Paz ha segnato una svolta conservatrice in Bolivia; Keiko Fujimori ha conquistato il Perù; Abelardo de la Espriella ha riportato la Colombia a destra.
In questo contesto, una vittoria di Flávio Bolsonaro avrebbe avuto un impatto geopolitico enorme. Il Brasile rappresenta circa metà della popolazione e del prodotto economico del Sud America, è uno dei principali membri dei BRICS e costituisce il maggiore interlocutore latinoamericano della Cina. Un governo Bolsonaro avrebbe potuto modificare profondamente questi equilibri, rafforzando il fronte filostatunitense e isolando ulteriormente i governi progressisti rimasti nella regione.
Lula ha impedito che questa riconquista conservatrice diventasse quasi completa. Il Brasile rimane così il principale contrappeso alla nuova destra latinoamericana e conserva una politica internazionale autonoma. La vittoria brasiliana non inverte automaticamente la tendenza regionale, ma ne interrompe l’apparente inevitabilità e dimostra che l’avanzata delle forze reazionarie non costituisce un processo irreversibile.
Il quarto mandato sarà tuttavia molto difficile. Le elezioni legislative hanno prodotto il Congresso più conservatore dalla reinstaurazione della democrazia. Il presidente dovrà quindi governare negoziando continuamente con il Centrão, come già avvenuto durante il terzo mandato, ma partendo da rapporti parlamentari ancora meno favorevoli. Riforme sociali ambiziose, nuove politiche redistributive e un rafforzamento dell’intervento pubblico nell’economia incontreranno resistenze significative.
Anche sul piano economico non mancano le difficoltà. Il debito pubblico supera l’82% del PIL, l’inflazione resta attorno al 4,6% e i tassi d’interesse sono ancora molto elevati. L’indebitamento delle famiglie e delle imprese costituisce un problema strutturale. Il nuovo governo dovrà quindi conciliare disciplina fiscale, crescita e mantenimento delle politiche sociali, evitando che le pressioni dei mercati e del Congresso conducano a un ritorno dell’austerità.
Il risultato, in conclusione, non cancella le contraddizioni del Brasile né la forza della destra, ma mantiene aperta una prospettiva diversa. Preserva le politiche sociali, impedisce la restaurazione bolsonarista al Planalto e garantisce continuità a una politica estera fondata sull’autonomia, sul multipolarismo e sulla cooperazione con il Sud globale.
Soprattutto, il voto brasiliano interrompe la narrazione secondo cui l’intera America Latina sarebbe destinata a tornare sotto governi conservatori e filostatunitensi. Dopo Argentina, Cile, Bolivia, Perù e Colombia, il Brasile sembrava destinato a completare quella sequenza. Lula l’ha fermata nel Paese politicamente ed economicamente più importante della regione.
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