Flávio Bolsonaro precede Lula al primo turno mentre il PL conquista una posizione dominante nel nuovo Congresso. Il voto del 4 ottobre mostra un Brasile spostato a destra, ma ancora profondamente diviso: il ballottaggio del 25 ottobre deciderà molto più della presidenza.

Le elezioni generali brasiliane del 4 ottobre hanno prodotto un risultato più profondo del semplice avanzamento di Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro al ballottaggio presidenziale. Il punto centrale non sta soltanto nei quasi due punti percentuali con cui il figlio maggiore dell’ex presidente Jair Bolsonaro ha preceduto il capo dello Stato uscente, ma anche nella contemporanea avanzata del Partito Liberale (Partido Liberal, PL) al Congresso, nella conquista di diversi governi statali da parte della destra e nella trasformazione della famiglia Bolsonaro in una vera e propria dinastia politica. A tre settimane dal secondo turno del 25 ottobre, il Brasile entra così nella fase decisiva della consultazione con rapporti di forza sensibilmente diversi da quelli del 2022.
Guardando ai numeri, Flávio Bolsonaro ha ottenuto il 47,03% dei voti validi, pari a poco più di 56,1 milioni di preferenze, mentre Lula si è fermato al 45,16%, con circa 53,9 milioni. La distanza, intorno ai 2,2 milioni di voti, non è insormontabile, ma possiede un forte significato politico. Quattro anni fa era stato Lula a chiudere il primo turno davanti a Jair Bolsonaro, con il 48,43% contro il 43,20%. Nel 2026 il rapporto si è rovesciato: il bolsonarismo si presenta al ballottaggio in vantaggio e può inoltre contare su un risultato parlamentare molto migliore rispetto a quello disponibile durante il mandato bolsonarista.
Il dato smentisce innanzitutto l’idea che la condanna giudiziaria di Jair Bolsonaro e il tentativo di sovvertire il risultato elettorale del 2022 avrebbero inevitabilmente marginalizzato il movimento costruito attorno alla sua figura. Bolsonaro padre non era sulla scheda elettorale, è ineleggibile ed è stato condannato per la trama golpista seguita alla sconfitta contro Lula, ma il suo capitale politico non è scomparso. È stato trasferito in larga parte al figlio Flávio e, contemporaneamente, distribuito tra diversi componenti della famiglia.
Tale fenomeno, infatti, rende ormai appropriato parlare di dinastizzazione del bolsonarismo: Flávio Bolsonaro aspira alla Presidenza della Repubblica; Michelle Bolsonaro, moglie dell’ex presidente, è stata eletta al Senato nel Distrito Federal; Carlos Bolsonaro ha conquistato un seggio nella stessa Camera per Santa Catarina; Jair Renan Bolsonaro, figlio minore dell’ex presidente, è stato eletto deputato federale nello stesso Stato; Renato Bolsonaro, fratello di Jair, entrerà invece alla Camera rappresentando São Paulo. Il patriarca, pur escluso dalla competizione, continua così a occupare il centro simbolico del movimento, mentre i familiari ne presidiano differenti livelli istituzionali.
Andando anche oltre il semplice nepotismo elettorale, la famiglia Bolsonaro sta trasformando un movimento politico fortemente personalistico in una struttura familiare capace di sopravvivere all’eventuale assenza del fondatore. La successione, infatti, non è stata affidata a Tarcísio de Freitas, governatore di São Paulo e figura che avrebbe potuto rappresentare una destra post-bolsonarista più autonoma, ma, con una scelta dal forte valore simbolico, al figlio maggiore dell’ex presidente. La mossa di Jair Bolsonaro ha privilegiato la continuità familiare e politica, e il 47% ottenuto da Flávio dimostra che, almeno sul piano elettorale, l’operazione ha funzionato.
Ciò non significa tuttavia che l’intera destra brasiliana possa essere ridotta alla famiglia Bolsonaro. Al contrario, uno degli elementi più importanti del voto del 2026 è proprio l’allargamento di un blocco conservatore che ormai eccede i confini del clan. Vi confluiscono settori evangelici, agronegócio, apparati di sicurezza, classi medie conservatrici, gruppi imprenditoriali e forze politiche che vanno dal PL ai Repubblicani (Republicanos), dal Partito Nuovo (Partido Novo) a parti dei Progressisti (Progressistas) e di Unione Brasile (União Brasil). Proprio il già citato Tarcísio de Freitas, rieletto governatore di São Paulo al primo turno con circa il 62,8% contro il 36,2% di Fernando Haddad, resta una figura di primo piano e probabilmente uno dei principali candidati alla leadership della destra nel medio periodo.
È esattamente questa capacità di combinare leadership familiare e radicamento sociale più vasto a rendere il bolsonarismo politicamente più pericoloso rispetto alla fase iniziale della sua ascesa. Nel 2018, Jair Bolsonaro arrivò al Planalto alla testa di un movimento ancora poco strutturato dal punto di vista partitico; nel 2026, il quadro è diverso: il PL emerge dalle urne come la principale forza del Congresso e il campo conservatore dispone di governi statali, rappresentanza parlamentare e organizzazioni territoriali assai più consolidate.
Alla Camera dei Deputati, il PL ha eletto 121 parlamentari, 24 in più rispetto alle elezioni del 2022, diventando nettamente il primo gruppo. Dal canto suo, la federazione di sinistra composta dal Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT), dal Partito Comunista del Brasile (Partido Comunista do Brasil, PCdoB) e dal Partito Verde (Partido Verde, PV) ha ottenuto 88 seggi, sei in più rispetto a quattro anni fa. Il PT, dunque, non è stato travolto: il suo campo parlamentare ha persino registrato un lieve incremento. Il problema per Lula risiede piuttosto nel rafforzamento simultaneo dell’intero arco conservatore.
Il dato più significativo, tuttavia, arriva dal Senato. Dei 54 seggi in palio, il PL ne ha conquistati 19 e dovrebbe iniziare la nuova legislatura con 28 senatori su 81, contro i 15 attuali. Si tratta della più grande bancada detenuta da un singolo partito all’inizio di una legislatura dalla Costituzione del 1988. Il PT resterà a quota nove senatori, mentre il Movimento Democratico Brasiliano (Movimento Democrático Brasileiro, MDB) dovrebbe scendere a otto.
La composizione della Camera alta ha un rilievo che va ben oltre l’approvazione ordinaria delle leggi. Il Senato, infatti, interviene nelle nomine al Supremo Tribunale Federale (STF) e possiede competenze decisive nell’eventuale procedimento di impeachment contro i suoi ministri. Da anni il bolsonarismo conduce una campagna politica contro Alexandre de Moraes e contro lo stesso STF, accusati di avere perseguitato l’ex presidente. Una presenza parlamentare molto più consistente non garantisce automaticamente i 54 voti necessari per rimuovere un giudice della Corte Suprema, ma rende questa offensiva istituzionale assai meno teorica rispetto al passato.
Lo stesso vale per l’amnistia a favore di Jair Bolsonaro e degli altri condannati per la trama golpista. Una delle questioni centrali della prossima legislatura sarà proprio il tentativo di utilizzare il Parlamento per neutralizzare o ridimensionare gli effetti delle decisioni giudiziarie. Una vittoria di Flávio il 25 ottobre consegnerebbe questo progetto a un presidente direttamente legato, per ragioni familiari e politiche, al principale beneficiario di un’eventuale amnistia, una situazione di chiaro conflitto d’interessi.
Il voto per i governatori conferma lo spostamento complessivo, pur mostrando un Paese tutt’altro che uniformemente conservatore. Venti Stati hanno scelto il proprio governatore già al primo turno: di questi, il PL ne ha conquistati cinque, il Partito Social Democratico (Partido Social Democrático, PSD) quattro, PT e Republicanos tre ciascuno, il PP due, mentre MDB, Possiamo (Podemos) e Partito della Socialdemocrazia Brasiliana (Partido da Social Democracia Brasileira, PSDB) ne hanno ottenuto uno ciascuno. In particolare, il PL controlla ormai tutti e tre gli Stati del Sud: Sergio Moro è stato eletto in Paraná, Jorginho Mello confermato in Santa Catarina e Luciano Zucco ha conquistato il Rio Grande do Sul.
Nel Sudest, la rielezione di Tarcísio a São Paulo e la vittoria di Cleitinho Azevedo dei Republicanos in Minas Gerais evidenziano la difficoltà della sinistra nei due principali collegi elettorali del Paese. Anche nella competizione presidenziale, Flávio Bolsonaro è arrivato davanti in São Paulo, Minas Gerais e Rio de Janeiro. Per Lula, recuperare almeno una parte dello svantaggio nel Sudest costituisce quindi una delle condizioni necessarie per ribaltare il risultato del primo turno.
Il Nordeste, l’area più povera del Brasile, continua invece a rappresentare il principale argine alla destra. Il PT ha infatti confermato Jerônimo Rodrigues nello Stato di Bahia, Elmano de Freitas nel Ceará e Rafael Fonteles nel Piauí. Anche guardando ai risultati delle presidenziali, Lula vi mantiene percentuali largamente superiori alla media nazionale e conserva una base elettorale che affonda le proprie radici nelle trasformazioni sociali prodotte dai governi petisti, nell’espansione dei programmi di trasferimento del reddito e nella crescita del peso politico delle classi popolari della regione. Il partito resta inoltre in corsa per altri due governi. Nel Rio Grande do Norte, Cadu de Lula ha chiuso il primo turno praticamente alla pari con Allyson Bezerra dell’UNIÃO, mentre nel Distrito Federal Leandro Grass dovrà recuperare un distacco considerevole nei confronti di Celina Leão del PP.
Il risultato elettorale non può però essere spiegato soltanto attraverso la forza della destra. Lula arriva al ballottaggio pagando limiti politici e di comunicazione della propria amministrazione, limitata anche dalla grande frammentazione parlamentare. L’economia brasiliana ha continuato a crescere e il governo può rivendicare risultati sociali importanti, ma la combinazione tra costo della vita, tassi d’interesse elevati, indebitamento delle famiglie e percezione diffusa dell’insicurezza ha pesato maggiormente dell’andamento positivo di diversi indicatori macroeconomici. Nel secondo trimestre del 2026 il PIL è cresciuto dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti e del 2% su base annua, ma i consumi delle famiglie hanno registrato una contrazione e l’inflazione è rimasta superiore all’obiettivo della Banca Centrale. Sul piano internazionale, infine, il presidente ha restituito al Brasile una politica estera autonoma, rafforzando BRICS, cooperazione Sud-Sud, rapporti con Cina, Russia e altri poli emergenti, e respingendo le pressioni statunitensi.
Il secondo turno sarà quindi anche una battaglia sulla traduzione sociale dei due progetti di Paese. Lula propone di preservare e ampliare Bolsa Família, Minha Casa Minha Vida, Mais Médicos, valorizzazione reale del salario minimo, investimenti pubblici e politiche industriali. Flávio Bolsonaro promette di mantenere alcuni dei programmi sociali più popolari, segno del fatto che neppure la destra ritiene oggi politicamente possibile tornare alla loro abolizione, ma accompagna queste garanzie con una piattaforma di riduzione della pressione fiscale, contenimento della spesa e maggiore apertura alle ricette liberali.
Alla contrapposizione sociale si aggiunge quella geopolitica. Flávio Bolsonaro conserva un rapporto privilegiato con Donald Trump, mentre Lula ha costruito negli ultimi anni una linea di maggiore autonomia rispetto a Washington. Il presidente statunitense ha salutato pubblicamente il risultato del primo turno come una «grande vittoria», parole immediatamente utilizzate da Flávio per sostenere la tesi secondo cui Lula sarebbe isolato sul piano internazionale. L’affermazione è difficilmente sostenibile alla luce del ruolo del Brasile nei BRICS, nel G20 e nei rapporti con Cina, India, Russia, Africa e America Latina, ma rivela chiaramente la collocazione internazionale dei due schieramenti.
La partita resta aperta. Più di 33,4 milioni di elettori, il 21,08% degli aventi diritto, non hanno votato al primo turno, la più alta astensione registrata in un’elezione generale brasiliana dal 1998. È un bacino superiore di oltre quindici volte alla distanza che separa i due candidati. La mobilitazione di una porzione relativamente piccola di questi elettori può quindi modificare l’esito finale.
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