Oltre lo specchio della pubblicità: il caso Benetton e le terre sacre della Patagonia

L’espansione fondiaria del gruppo Benetton in Patagonia mostra il volto controverso dell’accaparramento delle terre: concentrazione della proprietà, impatto ambientale e conflitto con le comunità Mapuche si intrecciano in una vicenda che mette in discussione il rapporto tra profitto, territorio e diritti indigeni.

di Mattia Pisciotta
Attività realizzata con il prof. Andrea Vento

L’inchiesta di Report, “Madre terra – Il latifondista”, racconta una vicenda che fa capire benissimo cosa significa l’accaparramento delle terre nel mondo, prendendo come esempio quello che ha fatto il gruppo Benetton in Patagonia, nel sud dell’Argentina. In pratica, dal 1991, quando hanno comprato la Compañía de Tierras Sud Argentina S.A., sono arrivati a gestire più di 900.000 ettari di terreno. Per capire le dimensioni, parliamo di un’area grande praticamente quanto l’intera regione Marche. Tutta questa terra è divisa in sette enormi tenute, le famose estancias, tra cui c’è quella di Leleque. Lì dentro c’è un business gigantesco: si parla di circa 260.000 pecore che producono ogni anno più di un milione di chili di lana per la moda, insieme a decine di migliaia di mucche, sterminate distese di pini e persino pezzi di territorio tenuti fermi solo per speculare sul loro valore.

Dietro a questi numeri ci sono problemi ambientali e geografici davvero pesanti. Far pascolare così tanti animali tutti insieme distrugge la vegetazione e impoverisce il terreno, accelerando l’erosione e la desertificazione in una zona che è già di per sé arida e delicata. Poi c’è la questione dei pini: piantare intere distese di alberi che non sono nativi della Patagonia altera del tutto l’ecosistema, cancella la biodiversità del posto e assorbe tantissima acqua da sottoterra. E come se non bastasse, per recintare proprietà così sconfinate si finisce per sbarrare l’accesso ai fiumi e ai laghi, togliendo alle popolazioni locali una risorsa fondamentale come l’acqua.

Ma la parte più grave riguarda lo scontro con i Mapuche, la popolazione indigena che vive lì da molto prima dell’arrivo delle multinazionali. Per loro quelle terre hanno un valore sacro e rappresentano la loro identità; quindi, da anni ne chiedono la restituzione, accusando la società di avergliele tolte in modo ingiusto. Nel tempo questa situazione ha portato a tensioni fortissime, con proteste, occupazioni dei campi e sgomberi violenti da parte delle forze dell’ordine, facendo diventare il caso una questione internazionale sui diritti dei popoli nativi.

Mettendo insieme tutti i pezzi, questa storia fa davvero riflettere su come gli interessi economici e la finanza riescano a condizionare la vita di persone che vivono dall’altra parte del pianeta. Fa anche un po’ impressione pensare che un marchio famoso per le sue pubblicità sull’unione tra i popoli sia coinvolto in una vicenda del genere, dove il guadagno sembra contare più della storia di una comunità. È davvero ingiusto che chi rispetta la natura da secoli venga messo da parte solo per fare spazio ad allevamenti o a investimenti privati. Servirebbero regole più rigide a livello mondiale per difendere i diritti delle popolazioni locali e per evitare che poche aziende possano comprarsi intere regioni a spese dell’ambiente.

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About Andrea Vento

Andrea Vento, docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa, si è laureato nel 1988 presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa con corso di laurea in geografia e tesi in geografia economica. Appassionato di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare predilezione per il Medio Oriente e l’America latina, ha focalizzato le proprie ricerche e la propria attività sull’analisi di specifiche tematiche di carattere geoeconomico e geopolitico. Al centro del suo lavoro vi è il tentativo di ampliare - tramite scritti e conferenze - la conoscenza di particolari sfere economico-geografiche del mondo attuale. Nel 2013 - assieme ad alcuni colleghi - ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati).

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