La pratica demolisce la tesi putrescente della Cina imperialista

La politica internazionale cinese va giudicata attraverso rapporti economici, strumenti coercitivi e proiezione militare, non mediante analogie astratte. I fatti del 2026 confermano una distanza strutturale dall’imperialismo statunitense, pur imponendo di analizzare con rigore le nuove forme della presenza cinese all’estero.

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli

È passato circa un mese dalla pubblicazione del nostro articolo intitolato Perché la Cina non è una potenza imperialista[1], testo finalizzato a confutare un articolo apparso sul sito Pungolo Rosso: La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V. I. Lenin.[2]

Ora, anche durante questo breve periodo la praxis globale su scala internazionale ha demolito la teoria sulla presunta equazione tra Cina contemporanea e imperialismo.

Aiuti, sanzioni e cooperazione

Partiamo dai Caraibi: venerdì 7 agosto, protagonisti Cuba e la Cina.

“Il governo cinese ha consegnato a Cuba altri 5.000 sistemi fotovoltaici destinati ai 169 municipi del paese, per elettrificare abitazioni rurali isolate e garantire energia di riserva a strutture sanitarie, servizi per l’infanzia e altre infrastrutture essenziali.

Il Governo cinese ha consegnato ufficialmente a Cuba, questo venerdì, una seconda donazione di 5.000 sistemi fotovoltaici, che interesserà tutti i 169 municipi del paese. Le apparecchiature saranno destinate all’elettrificazione di abitazioni isolate nelle zone rurali e a garantire, attraverso l’energia solare, una fonte di alimentazione di riserva per strutture sanitarie e servizi di emergenza medica, asili nido, case di accoglienza per minori privi di tutela familiare, filiali bancarie e altre strutture, così da assicurare la continuità di questi servizi essenziali alla popolazione cubana.

La cerimonia di consegna si è svolta presso la sede del Ministero del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, dove le autorità dei due paesi hanno sottolineato l’importante impatto sociale della donazione.

I sistemi fotovoltaici, forniti attraverso l’Agenzia Cinese per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, presentano caratteristiche superiori rispetto alle apparecchiature analoghe donate lo scorso anno: raggiungono una capacità energetica di 3,6 kWh e raddoppiano la capacità di accumulo, portandola a 14,3 kWh. Ciò ne aumenta l’efficienza e la capacità di adattarsi alle condizioni del sistema energetico nazionale.

Il Vice Primo Ministro e ministro del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, Oscar Pérez-Oliva Fraga, ha ringraziato il Governo cinese per il costante sostegno fornito al settore energetico cubano, sottolineandone il particolare significato nel contesto estremamente complesso che il paese sta attraversando.

Da parte sua, l’ambasciatore della Cina a Cuba, Hua Xin, ha affermato che, alla vigilia delle celebrazioni per il Centenario del Comandante in capo Fidel Castro Ruz, queste apparecchiature rappresentano un dono del popolo cinese volto a contribuire concretamente al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione cubana.

La donazione consolida gli importanti rapporti di cooperazione energetica tra Cina e Cuba, contribuendo al processo di transizione energetica portato avanti dal paese.

Alla cerimonia hanno partecipato dirigenti del Ministero del Commercio Estero e dell’Investimento Straniero, dell’Unione Elettrica di Cuba e dell’Ambasciata cinese all’Avana”.[3]

E dal fronte statunitense invece cosa è arrivato, per l’eroica isola caraibica?

Quasi negli stessi giorni della donazione cinese, il 6 agosto 2026, il concretissimo e reale imperialismo statunitense non ha certo regalato pannelli solari, ma ha invece imposto nuove sanzioni contro alcuni segmenti dell’apparato statale cubano.[4]

Per quanto riguarda l’Iran e la Russia, il 7 agosto 2026 il Senato di Washington ha approvato, tra l’altro a larghissima maggioranza, nuove sanzioni, che coinvolgono anche gli Stati acquirenti degli idrocarburi di Mosca. Il provvedimento è stato poi approvato dalla Camera il 16 settembre e firmato dal presidente Trump il 18 settembre 2026.[5]

Azioni piratesche, non c’è dubbio: ma la Cina?

A tal proposito, persino un sito anticomunista e anticinese come Formiche.net ha ammesso che:

“Oggi, nonostante anni di sanzioni americane e occidentali, l’Iran riesce ancora a finanziare la propria macchina militare, gran parte del merito (o della responsabilità, a seconda dei punti di vista) passa da Pechino. È questo il quadro che emerge da un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui la Cina è diventata il vero salvagente economico della Repubblica islamica, acquistando ormai quasi tutto il petrolio iraniano e contribuendo in modo decisivo a mantenere in piedi il sistema finanziario che alimenta Teheran.

Una storia che inizia dieci anni fa, con la strategia di “massima pressione” lanciata da Donald Trump durante il suo primo mandato con la quale il Tycoon puntava a prosciugare la principale fonte di entrate dell’Iran, cioè l’export di greggio. Inizialmente questo approccio ha avuto i suoi frutti, considerando che tra il 2018 e il 2019 le esportazioni petrolifere iraniane sono crollate drasticamente. Ma Teheran ha trovato il modo di adattarsi, soprattutto grazie alla disponibilità cinese ad assorbire il suo greggio a prezzi scontati. Secondo i dati citati dal quotidiano statunitense, nel solo 2025 la Cina avrebbe acquistato circa 1,4 milioni di barili al giorno dall’Iran, oltre l’80% delle vendite petrolifere iraniane complessive. Un dato che mostra come il rapporto energetico tra i due paesi sia ormai diventato strutturale, e non più soltanto opportunistico. Dietro questo flusso commerciale, però, non c’è solo un normale scambio di mercato, quanto un sistema sofisticato di elusione delle sanzioni che si è consolidato nel tempo”.[6]

Per quanto riguarda il processo di relazioni tra Cina e Russia, invece delle sanzioni a stelle e strisce la Cina ha appoggiato e continua ad aiutare, in modo multilaterale, la Russia, a partire dall’acquisto su larga scala di idrocarburi di Mosca.

Non è un caso che il sito MarketScreener abbia pubblicato, sempre agli inizi di agosto di quest’anno, un articolo con un titolo eloquente: “Sinopec aumenta le importazioni di petrolio russo per compensare tagli alle forniture dal Medio Oriente”.

Il Brasile dovette subire a sua volta nel luglio dell’anno corrente l’aumento – politico e diretto contro Lula – dei dazi doganali statunitensi sui suoi prodotti, per un valore interessato pari a circa 7,4 miliardi di dollari.

La Cina si oppose subito a tale misura politico-economica dell’amministrazione Trump.

Il sito MarketScreener non a caso titolò un suo articolo sulla questione in oggetto con “Xi riferisce a Lula che la Cina sostiene il Brasile nel respingere le interferenze esterne”.

Agli inizi di agosto del 2026 è altresì emersa la proposta, effettuata dall’attuale amministrazione statunitense, di vietare in futuro l’erogazione di finanziamenti federali alle collaborazioni scientifiche tra Stati Uniti e Cina: la paura del declino rende sempre più meschina e controproducente la visione del mondo della borghesia nordamericana e dei suoi mandatari politici al potere.[7]

Per quanto riguarda il sistema finanziario internazionale, con le sue potenti armi di ricatto occidentali, è continuata anche nell’estate 2026 l’esclusione dell’Iran e di banche russe dalla rete di messaggistica finanziaria SWIFT. La società, sottoposta al diritto belga, precisa di avere effettuato le disconnessioni in applicazione dei regolamenti dell’Unione Europea, non per una propria decisione autonoma.

Il sistema cinese CIPS, creato nel 2015, sebbene non sia un analogo diretto di SWIFT, rappresenta un’infrastruttura di compensazione e regolamento dei pagamenti transfrontalieri in renminbi. Nel giugno 2026 CIPS contava 210 partecipanti diretti e 1.619 indiretti, distribuiti in 130 paesi e regioni, con servizi capaci di raggiungere istituzioni bancarie in 191 paesi e regioni. Non risultano esclusioni comparabili a quelle imposte a SWIFT dalla normativa sanzionatoria europea.[8]

La massa di “fatti testardi” (Lenin) esposti finora porta inevitabilmente a concludere che anche nel 2026 gli Stati Uniti sono impegnati in azioni multilaterali di ricatto, destabilizzazione e sanzionamento delle nazioni considerate nemiche, o non abbastanza amiche, continuando altresì nel processo di espansione della loro presenza militare in giro per il mondo, a totale differenza della Cina e al fine di tentare di mantenere un’ormai declinante egemonia.

La Cina, viceversa, non dispone di una rete planetaria di basi militari paragonabile a quella statunitense; non esporta un sistema globale di sanzioni secondarie ed extraterritoriali; non esporta divieti generalizzati di collaborazione scientifica con altri paesi; non esporta “rivoluzioni colorate” nel resto del pianeta.

Il confronto, tuttavia, sarebbe incompleto se si limitasse alle sanzioni e alle basi. Come noto, le imprese e le banche cinesi esportano capitale, finanziano infrastrutture ed estraggono profitti all’estero; questi rapporti possono, in alcuni casi, produrre dipendenze, conflitti del lavoro e condizioni contrattuali squilibrate. Ma l’esportazione di capitale, presa isolatamente, non basta a dimostrare la natura imperialista di uno Stato: occorre verificare se essa sia diretta da un’oligarchia finanziaria, se conduca alla spartizione monopolistica dei mercati e se sia sostenuta da coercizione politico-militare e da sfere d’influenza esclusive. A tal proposito, gli studi sulla cosiddetta «diplomazia della trappola del debito» non hanno trovato prove sufficienti di una strategia cinese generale volta a provocare insolvenze per impadronirsi di beni sovrani.[9]

L’imperialismo e i criteri di Lenin

A questo punto si possono individuare, tra l’altro, le caratteristiche fondamentali del quinto elemento della definizione dell’imperialismo formulata da Lenin nel 1916. Lenin, tuttavia, non riduce l’imperialismo a un solo indicatore: richiama la concentrazione della produzione e del capitale fino alla formazione dei monopoli; la fusione del capitale bancario e industriale nel capitale finanziario; l’importanza assunta dall’esportazione di capitale; la formazione di associazioni monopolistiche internazionali che si spartiscono il mondo; e il compimento della ripartizione territoriale del globo tra le maggiori potenze capitalistiche. Il quinto elemento non coincide dunque, da solo, con una generica ricerca del dominio mondiale, ma deve essere letto insieme agli altri quattro.[10]

“Non si può parlare in alcun caso di imperialismo se il presunto Stato imperialista non possiede una propria zona di influenza esclusiva da dirigere e sfruttare, come nel sopracitato caso dell’acquisizione forzata, da parte di Washington, di diritti di controllo e di accesso a lungo termine su oltre 65 miliardi di barili di petrolio dell’ormai sottomesso Venezuela.[11]

In modo simile, non si può parlare di imperialismo qualora manchi un’adeguata progettualità e praxis politico-militare ed economica di matrice espansionista, come successe ad esempio alla Germania di Guglielmo II tra il 1890 e il 1914 e al nazismo dal 1933 al 1938.

Un terzo parametro consiste nell’esistenza o meno di una corsa al riarmo per la ricerca o il mantenimento della supremazia militare sulle altre potenze, globali o regionali.

Non è un caso che gli Stati Uniti, fin dal 1945 e apertamente, abbiano cercato di acquisire e conservare la superiorità tecnologica a partire dal decisivo settore nucleare: un piano a lungo termine denominato dagli strateghi di Washington come Offset Strategy, giunta nell’ultimo decennio al suo terzo livello basato sull’intelligenza artificiale”.[12]

La proiezione militare e le sfere d’influenza

Mentre la Cina in questo campo ha utilizzato una sorta di “deterrenza al risparmio” (N. Horsburgh), un altro segno distintivo reale della presenza di imperialismo consiste nella presenza di basi e consiglieri militari all’estero (gli USA mantengono una vasta rete di basi, installazioni e personale militare all’estero), a cui va affiancato il ricorso a interventi politico-militari verso nazioni straniere da parte dello Stato imperialista.

E a tal proposito si contano, a partire soltanto dal 1990, centinaia di interventi militari, o “operazioni antiterrorismo”, o “rivoluzioni colorate” promosse da Washington in giro per il mondo, fino ad arrivare al Venezuela del gennaio 2026 e alle diverse fasi di guerra a stelle e strisce (e sionista) contro l’Iran durante il biennio 2025-2026.

Aveva perfettamente ragione Lenin quando, nel 1916, sintetizzò che l’imperialismo era la ricerca del dominio mondiale, da parte di una o più potenze.

Forse Lenin esagerava sull’obiettivo imperialistico della “supremazia” nel suo splendido scritto Intorno a una caricatura del marxismo e all’economicismo imperialista?

La risposta risulta negativa, anche esaminando pochi dati del solo 2026.

Il 18 settembre Trump ha infatti annunciato un’intesa per ampliare la presenza militare statunitense in Groenlandia, formalizzata il 22 settembre e comprendente due nuove basi. Il 17 settembre Trump ha dichiarato che erano stati compiuti progressi verso la creazione di una base permanente dell’esercito statunitense in Polonia. Ad aprile è emerso il finanziamento statunitense del potenziamento di strutture militari cipriote destinate formalmente a missioni umanitarie. A marzo la Romania ha autorizzato l’uso di proprie basi da parte di velivoli da rifornimento e sistemi di sorveglianza statunitensi collegati alle operazioni sull’Iran. Inoltre, il 29 gennaio 2026, Stati Uniti e Kenya hanno avviato un massiccio ampliamento della pista della base di Manda Bay.[13] Dalla Groenlandia al Kenya e alla Romania, l’imperialismo a stelle e strisce possiede senza dubbio una proiezione bellica e tentacoli politico-militari di portata planetaria, in clamorosa asimmetria rispetto a Pechino.

Tentacoli politico-militari statunitensi i quali, tra l’altro, si estendono da decenni persino nello spazio cosmico.

Le guerre spaziali iniziate apertamente da Reagan nel 1983 e, in seguito, appoggiate in vario modo da tutti i presidenti entrati in carica a Washington fino ai giorni nostri, rendono perfettamente credibile la recente dichiarazione dell’amministrazione Trump secondo la quale gli USA già possiedono armi nello spazio.

Non contenta di questa protervia e arroganza, sconosciute alla parte cinese, il 19 agosto l’amministrazione Trump minacciò altresì apertamente di guerra il paese sovrano dell’Oman, se quest’ultimo avesse continuato nel suo “abominevole crimine” di aver intessuto buoni rapporti con l’Iran; una mossa che aveva del resto una sua perversa coerenza logica di matrice imperialista, visto che circa una settimana dopo le minacce all’Oman Trump annunciò con clamore una nuova ondata generalizzata di sanzioni economiche e finanziarie, rivolta contro tutte le nazioni e imprese che commerciavano anche solo saltuariamente con Teheran.

Si tratta di pratiche concrete che, guarda caso, non si trovano anche studiando attentamente il processo di sviluppo della politica estera cinese dopo il 1979.

E invece persino gli gnorri del Pungolo Rosso si sono dovuti accorgere, in un articolo intitolato “Il petrolio venezuelano monopolizzato da Washington” e datato agosto 2026, che il precedente Stato sovrano del Venezuela è ormai caduto, dopo una serie di attacchi terroristici nel gennaio di quest’anno, all’interno della rete e dell’area di influenza planetaria di Washington.

Essi, tuttavia, non hanno ancora preso atto che processi analoghi di incorporazione, più o meno diretta, dentro l’impero a stelle e strisce sono avvenuti anche nei casi di Armenia, Bangladesh, Serbia e Nepal nel corso dell’ultimo anno, attuandosi in parte anche attraverso il solito meccanismo delle “rivoluzioni colorate” targate CIA e NED.

Forse tra qualche anno il Pungolo Rosso riuscirà anche a far propria l’indiscutibile notizia e a riflettere sul fatto che una stima del progetto Costs of War, riferita al 2021, attribuisce agli Stati Uniti circa 750 basi militari in 80 paesi e territori.[14] La Cina dispone invece di una base logistica riconosciuta a Gibuti, di un centro congiunto di supporto e addestramento presso la base navale di Ream, in Cambogia, inaugurato nel 2025, e, dal settembre 2026, di un analogo centro a Ban Keun, nella Repubblica Democratica Popolare del Laos. In questi ultimi due casi, non è presente un contingente cinese permanente.[15]

Sempre tra qualche tempo essi potrebbero persino riuscire a trarre le pesanti conseguenze teoriche e pratiche del “fatto testardo” (Lenin) per cui Washington schiera apertamente personale e consiglieri militari statunitensi in una vasta rete di paesi e territori. Al contrario, la Cina Popolare resta uno dei principali contributori alle operazioni di pace delle Nazioni Unite e la sua presenza militare all’estero resta principalmente legata ai mandati ufficiali dell’ONU.

Gli alleati degli Stati Uniti sotto pressione

Una frase attribuita a Kissinger sostiene che sia pericoloso essere nemici degli Stati Uniti, ma ancora più fatale esserne amici: questa tesi riceve una nuova prova dalla guerra dei dazi e dalla controversia sul Lago Ontario scatenate di recente da Washington contro il Canada.

“La decisione di Google Maps di cambiare il nome del Lago Ontario in Lago America potrebbe apparire come una piccola modifica cartografica, ma costituisce comunque un messaggio duro rivolto a un alleato.

Dopo che il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo volto a cambiare il nome del Lago Ontario in Lago America, il primo ministro canadese Mark Carney ha reagito: «Questo nome ha più di quattrocento anni ed è anteriore sia alla Confederazione canadese sia alla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti». Il premier dell’Ontario Doug Ford ha fatto installare sulla sponda canadese un cartellone con la scritta: «Lago Ontario. Ora e per sempre». Nel giro di una notte, tuttavia, il nome del lago è stato cambiato.

La spiegazione fornita da Google appare «neutrale». Negli Stati Uniti il nome viene visualizzato come «Lago America», in Canada come «Lago Ontario» e nel resto del mondo come «Lago Ontario (Lago America)». Lo stesso specchio d’acqua, dunque, ma una denominazione diversa a seconda del luogo dal quale lo si osserva.

La nuova denominazione, tuttavia, non produce alcun effetto giuridico al di fuori degli Stati Uniti. Non vincola nessuno a Ottawa né in qualsiasi altra parte del mondo. Per il Canada, però, il messaggio è chiaro: se non riesce neppure a conservare il nome di un lago, a cosa serve essere un alleato?

La questione non ha mai riguardato davvero un lago. I negoziati commerciali tra Stati Uniti e Canada sono naufragati circa dieci giorni fa. Washington ha imposto dazi del 50 per cento su circa 20 miliardi di dollari di esportazioni canadesi. Ottawa ha reagito annunciando nuovi dazi, la cui entrata in vigore è prevista per l’8 settembre. Prima ancora dell’escalation tariffaria, gli Stati Uniti pretendevano di avere voce in capitolo sulla scelta dei paesi con i quali il Canada potesse firmare accordi di libero scambio e chiedevano a Ottawa di allentare le norme poste a tutela della cultura canadese. Un prezzo sfavorevole per le esportazioni può essere oggetto di trattativa. Rinunciare al controllo sulla politica estera e sulla cultura, invece, no.

Il Canada ha trascorso anni cercando di diventare l’alleato più affidabile degli Stati Uniti. Purtroppo, in questo circolo la lealtà rappresenta soltanto il prezzo d’ingresso, non una polizza assicurativa.

È per questo che Ottawa ha finalmente deciso di reagire. Concedere oggi un pollice significa trovarsi domani di fronte a chi pretende un metro. L’Unione Europea ha già seguito una versione di questo copione: prima ha minacciato di rispondere con dazi equivalenti a quelli statunitensi, poi ha arretrato prima di doverne pagare il prezzo. Parole dure, dunque, ma un esito più morbido accompagnato da concessioni reali.

Reagire comporterà dei costi. Circa il 75 per cento delle esportazioni canadesi di beni è diretto verso sud, negli Stati Uniti. Le imprese ne risentiranno e la crescita rallenterà. Alcuni mesi difficili, tuttavia, sono preferibili alla trasformazione permanente del danno in una nuova normalità. Il Canada, del resto, non è privo di carte da giocare. Carney ha già messo sul tavolo i dati energetici: il paese fornisce il 99 per cento del gas naturale importato dagli Stati Uniti, l’85 per cento dell’elettricità e il 60 per cento del petrolio greggio. Doug Ford lo ha detto senza giri di parole: «Mi piacerebbe proprio vedere [gli Stati Uniti] far funzionare le automobili senza petrolio».

Quando Carney parla di solidarietà tra medie potenze, le sue parole sembrano meno una teoria che una diagnosi. Il Canada non si trova in difficoltà perché è più piccolo degli Stati Uniti. Si trova in difficoltà perché anni di dipendenza da Washington lo hanno lasciato privo di alternative.

Un nuovo nome non sposta la linea della costa e non riscrive le leggi degli altri paesi. Ricorda però a tutti una realtà: un alleato potrebbe non difendere nemmeno il nome riportato sulla vostra carta geografica e potrebbe non venirvi in aiuto quando sul tavolo viene collocato il tariffario dei dazi. Gli alleati vanno e vengono al mutare delle condizioni. Ciò che rimane davvero è la capacità di un paese di reggersi sulle proprie forze”.[16]

Il caso canadese non risulta certo isolato, come si è già visto nella tentata appropriazione anche per via militare della Groenlandia da parte dei soliti Stati Uniti.

Anche la Corea del Sud rientra infatti dall’agosto 2026 nella lugubre categoria degli “amici bastonati a stelle e strisce”.

Nulla sarà più come prima e nulla può essere più dato per scontato. Donald Trump continua a demolire luoghi comuni, alleanze consolidate e ad aprire tavoli negoziali con interlocutori “nemici” degli Stati Uniti. Trump continua a sorprendere il mondo ma in realtà sembra perseguire la strategia di destabilizzazione che caratterizza gli Stati Uniti da almeno quindici anni.

Meglio Kim di Seul

Dopo aver malmenato a più riprese la NATO e gli alleati europei, Trump ora gioca duro con la Corea del Sud. Sì, proprio quella del Sud, non quella comunista del Nord alleata di ferro di Mosca. Il 17 agosto il presidente americano ha ordinato il ridimensionamento delle grandi esercitazioni militari annuali congiunte tra USA e Corea del Sud a poche ore dal loro inizio.

“Considerato l’ottimo rapporto che ho con Kim Jong-un” Trump ha incaricato il segretario alla Guerra Pete Hegseth di ridimensionare “sostanzialmente” le manovre, ritenendole “costose” ma anche “un segnale del tutto inappropriato e ostile verso un paese (la Corea del Nord – NdR) che si è mostrato rispettoso e non ha rappresentato alcuna minaccia”.

La dichiarazione è giunta a poche ore dall’avvio delle esercitazioni “Ulchi Freedom Shield”, della durata di 11 giorni e che avrebbe coinvolto i 28.000 militari statunitensi schierati a tempo pieno a difesa della Corea del Sud.

Manovre in cui, come di consueto, viene testata la capacità delle forze statunitensi e sudcoreane di rispondere in modo efficace a un attacco su vasta scala della Corea del Nord. Il governo di Seul ha inoltre reso noto di non essere stato informato in anticipo della direttiva del presidente statunitense di ridurre l’apporto statunitense alle esercitazioni.

“Non possiamo andare in giro a proteggere tutti quei paesi, soprattutto quelli che non vogliono aiutarci” ha dichiarato Trump. “Spendiamo miliardi di dollari all’anno per aiutarli e quando ci servono non ci sono”, ha spiegato riferendosi al mancato intervento di Seul al fianco di Washington nella guerra contro l’Iran.

Trump ha poi assicurato che gli scambi col leader nordcoreano Kim Jong-un sono “molto positivi” anche se nei giorni scorsi Kim aveva protestato, come di consueto, per le manovre militari congiunte USA-Corea del Sud. Del resto Pyongyang ha condannato anche ieri l’esercitazione congiunta Ulchi Freedom Shield affermando che continuerà a esercitare il proprio “diritto all’autodifesa” per neutralizzare le minacce militari dei due paesi.

In un commento diffuso dall’agenzia di stampa ufficiale KCNA, il governo nordcoreano ha definito le esercitazioni sempre più sofisticate e orientate a scenari di combattimento reale, accusando USA e Corea del Sud di voler rafforzare la capacità operativa contro il Nord e di perseguire il predominio sull’ordine di sicurezza regionale.

Il presidente americano, che secondo il Wall Street Journal sta mettendo a punto un incontro tra Trump e Kim da tenersi entro la fine dell’anno, ha riferito che la decisione di ridimensionare le manovre militari rende la Penisola Coreana “più sicura” aggiungendo che resta aperto a colloqui con il Nord “senza alcuna precondizione”.

La decisione di Trump ha destato sconcerto a Seul anche alla luce del rischio di disimpegno militare degli Stati Uniti dalla Corea, un’ipotesi sempre più concreta, come conferma anche il trasferimento in Medio Oriente di parte delle difese antimissili balistici (Patriot e THAAD) schierate in Corea del Sud in occasione della guerra contro l’Iran.

La presidenza della Corea del Sud ha riferito di lavorare per valutare le dichiarazioni di Trump, sottolineando al contempo l’auspicio che i buoni rapporti personali tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un possano favorire l’avvio di un dialogo significativo. Il ministero della Difesa sudcoreano ha ribadito che i due paesi continueranno a mantenere una solida postura di difesa congiunta e a coordinare le attività di addestramento.

L’iniziativa di Trump ha in ogni caso sortito l’effetto di imporre ai vertici militari di dimezzare la durata dell’esercitazione militare congiunta che si concluderà il 21 agosto, dopo appena cinque giorni, invece che il 27 agosto come previsto.

Negli Stati Uniti le critiche a Trump giungono soprattutto in virtù della stretta alleanza che unisce Mosca e Pyongyang e in seguito all’invio in Russia di ulteriori armi e militari nordcoreani per la guerra in Ucraina.

Il senatore repubblicano Thom Tillis ha criticato duramente la decisione presidenziale di ridurre le esercitazioni militari. “La Corea del Sud è da oltre 70 anni un solido alleato militare, dotato di capacità militari di eccellenza. Ridurre le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud non fa altro che liberare migliaia di soldati nordcoreani, consentendo loro di sostenere Putin nei sistematici atti di sequestro, tortura, stupro e omicidio di cittadini ucraini innocenti”, ha scritto Tillis su X.

“Questa è un’altra decisione insensata e caotica del presidente Trump e della sua amministrazione”, ha dichiarato in un comunicato Jack Reed, membro del Partito Democratico della Commissione per i Servizi Armati del Senato.

“Quando il presidente Trump interrompe le esercitazioni militari per adulare un dittatore o punisce la Corea del Sud per essersi rifiutata di entrare in una guerra da lui iniziata, tutti i nostri alleati – e avversari – pensano che gli impegni dell’America siano negoziabili”, ha aggiunto.

Reed ha definito la decisione una “vittoria propagandistica” per Kim Jong-un e una punizione “senza altra ragione se non l’ego di Trump” per la Corea del Sud. “Cina e Russia stanno osservando con quanta facilità questo presidente abbandona gli alleati dell’America e se lo ricorderanno la prossima volta che ci metteranno alla prova”, ha affermato Reed.

Seul punterà a una maggiore autonomia per la propria difesa in seguito al venir meno delle garanzie offerte da Washington e probabilmente verrà accelerato il processo con cui il presidente della Corea del Sud, Lee Jae Myung, ha ribadito ieri di voler completare il trasferimento da Washington a Seul del controllo operativo delle forze armate sudcoreane in caso di guerra, sottolineando la necessità di rafforzare le capacità di difesa autonome.

Le minacce all’Oman

Anche nel Golfo Persico Trump sembra determinato a demolire quanto resta dell’alleanza pluridecennale con le monarchie arabe.

Dopo aver minacciato nuove durissime sanzioni all’Iran, con cui non riesce (o non vuole?) a trovare un accordo, Trump ha pubblicato come provocazione sul suo profilo Truth una mappa dello Stretto di Hormuz con sotto la scritta “nuovo territorio Usa”.

Il viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi, ha risposto ieri parlando di “illusione di un uomo delirante che sarà corretta”. Trump ha però preso di mira il Sultanato di Oman, cioè l’unica nazione appartenente al Gulf Cooperation Council ad aver cercato di mediare la crisi tra Washington e Teheran.

In un’intervista a Fox News, il 17 agosto, il presidente americano ha dichiarato che se l’Oman “si mette di mezzo lo bombarderemo fino a distruggerlo”, per poi aggiungere più tardi che “l’Oman non si è comportato molto bene, ma lo gestiremo molto facilmente, come abbiamo fatto con altri Stati”.

Poco prima l’Iran aveva annunciato di aver chiuso l’accordo con l’Oman per la gestione congiunta dello Stretto di Hormuz.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, aveva affermato che “un accordo in merito alla mappa del percorso di transito nello stretto è stato raggiunto” con l’Oman. L’intesa riaprirebbe lo stretto alle navi consentendo di entrare nel Golfo attraverso una rotta vicina all’Iran e di uscirne in prossimità delle coste omanite.

Baghaei ha anche precisato che devono ancora essere definiti gli ultimi dettagli prima che possa essere pubblicata una dichiarazione congiunta, ma l’accordo bilaterale non è stato digerito da Trump che già nel maggio scorso aveva minacciato il sultanato reo di aver negoziato con l’Iran.

“L’Oman si comporterà esattamente come tutti gli altri, altrimenti dovremo farli saltare in aria”, aveva avvertito allora. “Lo capiscono. Andrà tutto bene”.

Il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha affermato che gli Stati Uniti sono in grado di mantenere il blocco navale allo Stretto di Hormuz a tempo indeterminato, ammettendo così che Washington non prevede la fine delle ostilità a breve termine.

Uno scenario da incubo per le economie mondiali e per le nazioni arabe del Golfo i cui interessi vengono ignorati e compromessi dagli USA anche a suon di minacce. Trump ha infatti ripetuto di non avere fretta di porre fine al conflitto. “Sono bravi giocatori di poker, ma sono allo stremo. Non ho scadenze”.

Nell’intervista a Fox, ha poi confermato di avere un canale di comunicazione diretto e riservato con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ma un portavoce dei pasdaran ha nettamente smentito. “Non sono in corso colloqui tra funzionari dell’IRGC e gli americani”, ha detto all’agenzia di stampa iraniana semi-ufficiale Tasnim News. “È una bugia di Trump, frutto di mere fantasie, scaturite dai deliri e dagli incubi che lo tormentano a seguito della sconfitta e della disperazione vissute nel conflitto”.

Ieri però lo stesso Trump ha scritto su Truth che al momento “non ci sono né sono programmati colloqui con l’Iran”.

Una situazione caotica in cui tornano a salire le quotazioni di gas e petrolio (ieri Brent a 91,05 dollari al barile, gas ad Amsterdam a 64,1 euro al MWh) e in cui la credibilità internazionale degli Stati Uniti rischia di ridursi al lumicino. Non stupisce in questo contesto che il Pentagono stia valutando un ridimensionamento della propria presenza militare in Medio Oriente. Lo riferiva ieri il Washington Post, citando diverse fonti a conoscenza della questione.

Il dipartimento della Difesa ha già lasciato intendere che potrebbe non ricostruire le basi nelle nazioni arabe del Golfo distrutte dai missili e dai droni iraniani: opzione che imporrebbe di ridurre le forze statunitensi alle dipendenze del Central Command che in Medio Oriente schiera abitualmente circa 40.000 soldati in una ventina di basi dalla Giordania all’Oman.

Considerazioni

Se dopo aver messo in scacco la NATO, la Casa Bianca punta oggi evidentemente a scardinare le alleanze in Asia Orientale e Medio Oriente bruciando i rapporti con alleati storici quali Corea del Sud e Oman, occorre chiedersi quali obiettivi Trump stia realmente perseguendo.

Da un lato la brutale modifica dei rapporti con gli USA impone, a queste nazioni come agli europei, di gestire con maggiore autonomia crisi che gli stessi Stati Uniti stanno contribuendo a esacerbare. Trattandosi di nazioni fortemente connesse a Washington sul piano economico, finanziario, energetico e militare, l’iniziativa destabilizzatrice di Trump punta ad accentuare questi condizionamenti.

In un contesto di guerra tutte queste nazioni, le cui forze armate sono equipaggiate in larga misura con armi e mezzi statunitensi, non potranno sottrarsi a tale dipendenza strategica né potranno acquisire in tempi rapidi forniture militari di diversa provenienza.

Trump sembra quindi perseguire, forse con maggiore enfasi dei suoi predecessori, il ruolo degli Stati Uniti come grande potenza destabilizzatrice che mira a colpire gli interessi di tutti i suoi competitor strategici ed economici.

Un’operazione che prevede soprattutto la destabilizzazione delle aree energetiche sviluppata dagli USA fin da quando, nel 2019, divennero esportatori netti annuali di energia, per poi affermarsi come grandi esportatori di prodotti petroliferi e GNL[17], anche se a costi troppo elevati rispetto alle tradizionali aree energetiche.

Barack Obama animò la guerra alla Libia, sostenne le cosiddette “Primavere Arabe” (contro governi per lo più filo-americani) e la guerra civile in Siria che portarono il caos nelle aree energetiche di Medio Oriente e Nord Africa.

Nel 2014 l’insurrezione dell’ISIS era guidata da ex prigionieri qaedisti liberati dai campi di prigionia statunitensi in Iraq. Lo stesso anno l’Amministrazione Obama pianificò il colpo di Stato in Ucraina per separare l’Europa dalle forniture energetiche russe e imporre agli alleati della NATO l’acquisto del costoso GNL statunitense.

Operazione completata con l’Amministrazione Biden in seguito alla guerra russo-ucraina e all’esplosione del gasdotto Nord Stream. Nel 2026 la procura federale tedesca ha incriminato due cittadini ucraini, sostenendo che uno di essi avesse agito per conto di entità statali ucraine; Kyiv ha negato ogni coinvolgimento. Le precedenti dichiarazioni politiche di Joe Biden e Victoria Nuland contro l’entrata in funzione del Nord Stream 2 non costituiscono, da sole, una prova di responsabilità nell’attentato.[18]

Con l’impegno assunto dall’Unione Europea ad acquistare, entro il 2028, 750 miliardi di dollari di energia statunitense, compresi GNL, petrolio e prodotti nucleari[19], le sanzioni, i dazi e i ricatti alle nazioni che acquistano energia russa e con il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro che ha portato Washington a gestire direttamente il petrolio di Caracas, l’Amministrazione Trump continua oggi a perseguire gli stessi obiettivi e interessi.

Anche la guerra all’Iran, fallimentare per gli USA sul piano militare, sta determinando la prolungata destabilizzazione del Golfo Persico e delle economie che da esso dipendono, incluse quelle dei rivali degli USA.

Se la leggiamo nell’ottica di una strategia destabilizzatrice affermatasi e consolidatasi negli ultimi 15 anni, la crisi di Hormuz potrebbe rappresentare in realtà un grande successo che Washington è pronta a conseguire anche e soprattutto a spese degli “alleati”, da sempre sacrificabili nella visione strategica statunitense.

«Non abbiamo alleati eterni e non abbiamo nemici perpetui. I nostri interessi sono eterni e perpetui», sosteneva Lord Palmerston alla Camera dei Comuni nel 1848.[20] Frase più attuale che mai oggi che Trump “tradisce” l’alleato sudcoreano per favorire le relazioni con Kim Jong-un.

Stupisce, semmai, che dopo 50 anni gli “alleati” degli Stati Uniti non lo abbiano ancora compreso”.[21]

La NATO e l’espansione verso est

Allarghiamo a questo punto la prospettiva dell’analisi, pur tenendo sempre presente che Marx, nelle sue splendide Tesi su Feuerbach del 1845, aveva giustamente indicato la pratica collettiva come decisivo criterio di verità.

A partire dal 1989-1991 e negli ultimi quattro decenni, la Cina ha forse allargato le sue – allora inesistenti – alleanze internazionali di tipo militar-politico? La risposta risulta subito negativa, senza lasciare spazi a dubbi. E gli Stati Uniti? Dopo il 1989 hanno invece prodotto il più esplosivo processo di espansione geopolitica in Europa dopo il 1945, da Kiev a Varsavia fino a Riga.

A dispetto degli impegni presi con le autorità sovietiche e degli ammonimenti lanciati persino da lungimiranti anticomunisti quali George Kennan e John J. Mearsheimer, dal 1999 l’imperialismo occidentale ha avviato una dinamica accelerata di ampliamento soprattutto nei paesi facenti parte in precedenza del patto di Varsavia o della stessa Unione Sovietica.[22]

L’elenco dei nuovi arrivati nel club della NATO risulta assai nutrito.

Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nel 1999.
Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004.
Nel 2009 si inserirono anche Albania e Croazia, seguiti nel 2017 dal Montenegro e nel 2020 dalla Macedonia del Nord, senza contare l’entrata nella NATO della Finlandia il 4 aprile 2023 e della Svezia il 7 marzo 2024.[23]

Le ricadute materiali, politiche e strategiche di questo processo di enorme dilatazione dell’organizzazione militare omogeneizzata da Washington si rivelano subito chiare ed evidenti.

L’accerchiamento territoriale della Russia, divenuta nuovamente un nemico per il mondo occidentale dopo l’ascesa al potere di Putin, venne realizzato sul fronte occidentale di quest’ultima partendo dal Mar Nero fino alle zone artiche.

Come aveva inoltre notato Manlio Dinucci nel febbraio del 2022:

“Allo stesso tempo, Washington lega i paesi dell’Est non tanto all’Alleanza, quanto direttamente agli Usa. Romania e Bulgaria, appena entrate, mettono subito a disposizione degli Stati Uniti le importanti basi militari di Costanza e Burgas sul Mar Nero. Il terzo risultato ottenuto da Washington con l’allargamento della NATO a Est è il rafforzamento della propria influenza in Europa. Sui dieci paesi dell’Europa centro-orientale che entrano nella NATO tra il 1999 e il 2004, sette entrano nell’Unione Europea tra il 2004 e il 2007: alla Ue che si allarga a Est, gli Stati Uniti sovrappongono la NATO che si allarga a Est sull’Europa. Oggi 21 dei 27 paesi dell’Unione Europea appartengono alla NATO sotto comando Usa. Il Consiglio Nord Atlantico, l’organo politico dell’Alleanza, secondo le norme NATO decide non a maggioranza ma sempre «all’unanimità e di comune accordo», ossia d’accordo con quanto deciso a Washington”.[24]

Dopo le adesioni della Finlandia e della Svezia, gli Stati dell’Unione Europea appartenenti alla NATO sono diventati 23 su 27.

“Quanto deciso a Washington”.

I fatti testardi dell’espansionismo della NATO del 1999-2026 danno ancora una volta ragione a Lenin, quando nel 1916 egli sintetizzò l’essenza dell’imperialismo contemporaneo nella ricerca e acquisizione della supremazia mondiale. La verifica attraverso la pratica non richiede dunque di negare ogni contraddizione della proiezione esterna cinese. Richiede, tuttavia, di stabilire se l’esportazione di capitale, i rapporti finanziari e la crescente cooperazione militare stiano confluendo in un sistema di dominio sostenuto da un’oligarchia finanziaria, da sfere esclusive, da sanzioni extraterritoriali e da una rete globale di coercizione. I fatti esaminati non autorizzano, allo stato attuale, questa equiparazione. Mostrano invece una differenza strutturale fra la politica internazionale cinese e l’imperialismo statunitense, differenza che dovrà continuare a essere verificata senza dogmi e senza rimuovere le tendenze nuove che possono modificarla.


NOTE

[1] Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, «Perché la Cina non è una potenza imperialista: una risposta a Il Pungolo Rosso, sulla traccia di Lenin», World Politics Blog.

[2] Pungolo Rosso, «La Cina ha raggiunto la maturità imperialista? La nostra risposta, sulla traccia di un certo V. I. Lenin», 13 luglio 2026.

[3] Giulio Chinappi, «La Cina dona altri 5.000 sistemi fotovoltaici a Cuba», World Politics Blog, 8 agosto 2026.

[4] Redazione ANSA, «Gli USA impongono nuove sanzioni contro il settore della Difesa di Cuba», ANSA, 6 agosto 2026.

[5] Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026, Public Law 119-111, firmata il 18 settembre 2026; testo ufficiale.

[6] Lorenzo Piccioli, «Ecco come la Cina è diventata un salvagente economico per l’Iran», Formiche.net, 7 aprile 2026.

[7] «La proposta statunitense di vietare la collaborazione scientifica con la Cina suscita la protesta degli scienziati», World Politics Blog, 13 agosto 2026.

[8] SWIFT, «Swift and sanctions»; CIPS, «CIPS Participants Announcement No. 118», 14 luglio 2026.

[9] Lee Jones e Shahar Hameiri, Debunking the Myth of “Debt-trap Diplomacy”, Chatham House, agosto 2020; Rebecca Ray, Kevin P. Gallagher e William Kring, Demystifying Chinese Overseas Lending and Development Finance, Boston University Global Development Policy Center, aprile 2023.

[10] Vladimir I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cap. VII, 1916. Lenin elenca cinque tratti fondamentali e identifica il quinto nel compimento della ripartizione territoriale del mondo tra le maggiori potenze capitalistiche.

[11] «US structured Venezuela oil position to protect it from dilution, official says», Reuters, 4 settembre 2026. L’accordo riguarda diritti di lunga durata su 17 giacimenti contenenti circa 65 miliardi di barili e una partecipazione statunitense nella società concessionaria.

[12] Andrea Barlassina, «La Third Offset Strategy statunitense e l’Europa: una sfida sistemica per la NATO?», Geopolitica.info, 19 febbraio 2019.

[13] «What is in the US-Greenland-Denmark security deal?», Reuters, 22 settembre 2026; «Trump says progress made toward establishing US Army base in Poland», Reuters, 17 settembre 2026; «Romania allows “defensive” US refuelling, monitoring for Iran operations at its air bases», Reuters, 11 marzo 2026; «US funding helps Cyprus upgrade military bases for its role as a regional safe haven», Associated Press, 20 aprile 2026; Ministero della Difesa del Kenya, «Kenya–United States break ground on strategic Manda Bay runway expansion», 29 gennaio 2026.

[14] David Vine et al., Drawdown: Improving U.S. and Global Security Through Military Base Closures Abroad, Quincy Institute, settembre 2021. Il dato di circa 750 basi in 80 paesi e territori è una stima, non un conteggio ufficiale aggiornato in tempo reale.

[15] Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, «China-Laos Joint Support and Training Center Opens at Ban Keun Airport», 30 settembre 2026; Poppy McPherson, Greg Torode e Josh Smith, «China carves new military presence in Southeast Asian neighbour», Reuters, 30 settembre 2026.

[16] «Se il Canada non riesce neppure a conservare il nome di un lago, a cosa serve essere alleati?», World Politics Blog, 1° settembre 2026.

[17] U.S. Energy Information Administration, «U.S. energy facts: imports and exports». Gli Stati Uniti sono esportatori netti annuali di energia dal 2019; sono rimasti importatori netti di petrolio greggio.

[18] «Germany charges Ukrainian over Nord Stream pipeline blasts», Reuters, 1° luglio 2026; «German prosecutors say second Nord Stream suspect arrested in Croatia», Reuters, 19 agosto 2026; «Ukraine’s top prosecutor says no signs of Kyiv being behind Nord Stream blasts», Reuters, 9 luglio 2026.

[19] «What’s in Trump’s trade deal with Europe?», Reuters, aggiornato il 21 agosto 2025. L’impegno riguarda GNL, petrolio e prodotti nucleari statunitensi per un valore atteso di 750 miliardi di dollari fino al 2028, non esclusivamente GNL.

[20] Lord Palmerston, intervento alla Camera dei Comuni del 1° marzo 1848, Hansard. La formula sugli alleati, i nemici e gli interessi permanenti precede di oltre un secolo Henry Kissinger.

[21] Gianandrea Gaiani, «Trump demolisce anche l’alleanza storica con Corea del Sud e Oman», Analisi Difesa, 19 agosto 2026.

[22] John J. Mearsheimer, La logica di potenza, Egea, Milano, 2003; John J. Mearsheimer, «La NATO ha fallito in Europa», 27 novembre 2025.

[23] NATO, «Relations with Finland» e «Relations with Sweden»; Servizio europeo per l’azione esterna, «EU-NATO strategic partnership». Finlandia e Svezia hanno aderito rispettivamente il 4 aprile 2023 e il 7 marzo 2024; 23 Stati membri dell’Unione Europea appartengono alla NATO.

[24] Manlio Dinucci, «Che cos’è e perché è pericoloso l’allargamento a est della NATO», il manifesto, 22 febbraio 2022.

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