Tra il 2000 e il 2024 l’America Latina ha attraversato fasi politiche profondamente contrastanti: dall’ascesa dei governi progressisti al ritorno delle destre, fino alla nuova avanzata delle forze popolari, in un quadro segnato da crisi economiche, conflitti sociali e persistenti pressioni imperialiste.

LEGGI LA PRIMA PARTE
La prima stagione latinoamericana dei governi progressisti
Da inizio nuovo millennio fino al 2016, l’America Latina è stata caratterizzata da una inedita, e sostanzialmente inattesa, stagione con prevalenza di governi progressisti che ha raggiunto il suo apice nel 2008 quando nei principali dieci paesi sudamericani, ben otto erano guidati da governi di sinistra e centro-sinistra[1]. Una fase contrassegnata dall’ascesa di leader di notevole spessore politico che hanno impresso una significativa svolta in senso progressista alla storia dei propri paesi: Hugo Chavez in Venezuela (1999-2013), Luis Ignazio da Silva detto Lula in Brasile (2003-2011), Nestor Kirchner in Argentina (2003-2007) a cui è succeduta la moglie Kristina (2007-2015), Evo Morales in Bolivia (2006-2019), Rafael Correa in Ecuador (2007-2017), Fernando Lugo in Paraguay (2008-2012) e José Mujica detto Pepe in Uruguay (2010-2015).
Restavano appannaggio delle destre solo la Colombia di Alvaro Uribe (2002-2010) e il Perù di Alan Gacia (2006-2011), il quale, peraltro, dopo essere stato eletto per l’Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana di centro-sinistra ha virato decisamente a destra.
Siamo in presenza di un’inedita fase di discontinuità per gli stati latinoamericani che ha comportato significativi effetti positivi dal punto di vista sociale in termini di riduzione della povertà (grafico 1) e delle disuguaglianze reddituali, con entrambi gli indicatori che raggiungono in questa fase i livelli storicamente più bassi, a testimonianza del processo di emancipazione popolare implementato.
Grafico 1 a – b: America Latina 1980-2014 a) percentuale di persone indigenti cioè in povertà assoluta (blu) e in povertà (ocra); b) milioni di persone indigenti (rosa) e in povertà (violetta)

Nello stesso periodo viene anche avviato un significativo percorso di integrazione a livello regionale con l’entrata in vigore nel 2011 dell’Unasur (Unione delle Nazioni Sudamericane) composta dai 12 stati della sezione meridionale del subcontinente e della Celac (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici) comprendente tutti i 33 paesi a sud del rio Bravo. Oltre ad altre entità subregionali fra le quali l’Alba-Tcp (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra América – Trattato di Commercio dei Popoli) e il Petrocaribe, entrambi contraddistinti da principi di cooperazione solidale fra stati.
Rimarcando gli storici risultati conseguiti in campo sociale, l’impianto programmatico dei governi progressisti ha, tuttavia, evidenziato anche indubbi limiti, come l’aver contrastato le politiche neoliberiste senza intaccare la struttura capitalistica dell’economia o la mancata trasformazione del modello di sviluppo che ha continuato, seppur in forma più attenuata, ad evidenziare chiari caratteri estrattivisti.
L’azione di governo in quella fase si è, infatti, contraddistinta per l’adozione di inusuali politiche economiche di stampo redistributivo, utilizzando soprattutto i proventi dell’export delle materie prime beneficiando del periodo di alte quotazioni che hanno anche sospinto una fase di crescita economica per l’intero subcontinente, con il picco del 6,1% nel 2004 e un rimbalzo post crisi dei mutui subprime del 6,3% nel 2010.
Criticità, che intorno alla metà degli anni 10, quando la marcata flessione dei listini delle materie prime (grafico 2) ha ridotto le risorse pubbliche per i piani sociali, hanno iniziato a manifestarsi serie problematiche di bilancio pubblico e di dinamica economica generando disincanto e difficoltà di rapporto fra i governi e i ceti popolari, dei quali avevano goduto di convinto sostegno fino a quel momento.
Grafico 2: quotazione materie prime fra 2000 e 2017: Brent linea continua, minerali e metalli grezzi (linea tratteggiata). Fonte: Ocse

A tali fattori endogeni al subcontinente si è aggiunta la contrazione della domanda internazionale, in primis cinese, che ha causato ripercussioni negative soprattutto sul Brasile, il quale accusando una marcata recessione nel biennio 2015-16, rispettivamente con -3,8% e -3,5%, col suo peso preponderante nel contesto dell’economia sudamericana, ha trascinato in campo negativo sia la subregione meridionale con -1,3% e -2,4%, sia l’intero subcontinente con -0,1% e -1,1% nei due anni in questione[2].
Il ritorno delle destre
Situazione di difficoltà della quale hanno scaltramente approfittato le oligarchie locali e l’imperialismo per favorire il ritorno delle destre al governo, facendo leva anche sul cosiddetto “golpe soave”[3]. Una nuova strategia golpista, inaugurata nel 2009 in Honduras ai danni di Manuel Zelaya (2006-2009) e in Paraguay nel 2012 contro Fernando Lugo, che aveva portato in quella fase anche alle pretestuose deposizioni della presidente del Brasile, Dilma Roussef (2011-2016), per via parlamentare proprio nell’agosto del 2016. Insediatosi al suo posto il vicepresidente Michel Temer (2016-2018), quest’ultimo ha formato un nuovo governo con una maggioranza di centro-destra, compiendo un magistrale ribaltone.
Tale strategia destabilizzante ha portato anche alla caduta di Evo Morales in Bolivia nel 2019, il quale è stato costretto alle dimissioni e alla fuga all’estero a seguito di pressioni dei militari, dopo settimane di martellante campagna mediatica e di proteste di piazza scatenate dalla destra con accuse di brogli elettorali poi, in base a studi indipendenti, rivelatisi infondate.
Al netto dei “golpe soave” sopracitati, nella seconda metà degli anni 10 del nuovo millennio abbiamo registrato un’inversione di tendenza politica con l’affermazione di un’ondata conservatrice anche per via elettorale con vittorie di esponenti della destra liberista come Mauricio Macri (2015-2019) in Argentina e al ritorno di Sebastian Piñera (2018-2022) in Cile, dopo un primo mandato fra 2010 e 2014, due parentesi di appannaggio del centro-destra nel contesto di un lungo periodo post dittatura di Pinochet (1973-1990) guidato da presidenti di centro-sinistra (1990-2025).
Nella stessa fase in Ecuador il successore di Correa, Lenin Moreno (2017-2021), seppur eletto in qualità di candidato di Revolucion Ciudadana di centro-sinistra ha ben presto abbandonato la linea del suo predecessore svoltando a destra. Mentre venivano confermati governi conservatori in Paraguay con la vittoria di Mario Abdo Benitez (2018-2023) e in Colombia di Ivan Duque (2018-2022,) a sua volta succeduto all’esponente della destra liberale Juan Manuel Santos (2010-2018).
Significativo, non che premonitore, risulta infine il fatto che nella parte finale di questa fase conservatrice si siano verificati i prodromi di una tendenza che troverà sviluppo negli anni a venire. Infatti, nel 2018, con l’elezione di Jair Bolsonaro (2018-2022) in Brasile, complice la condanna e l’incarcerazione pretestuosa di Lula poi liberato dopo 18 mesi, e secondariamente di Nayib Bukele (2019 in carica) nel piccolo El Salvador, si affermano esponenti di estrema destra sotto l’influsso della corrente Maga di Trump negli Stati Uniti.
Il breve periodo di prevalenza di governi conservatori, oltre che per le politiche sopracitate, è stato caratterizzato anche da una involuzione del processo di integrazione regionale con le organizzazioni sopracitate che hanno attraversato una fase di criticità, a causa dell’orientamento di tali esecutivi verso l’implementazione di Accordi bilaterali di libero commercio con i paesi extraregionali.
In definitiva si è trattato di un effimero ritorno quello delle destre subcontinentali, le quali a causa delle loro politiche estrattiviste e neoliberiste hanno finito per determinare una fase di stagnazione economica con una crescita media annua nel settennio 2014-2020 di solo +0,5%[4] (grafico 3), in alcuni casi anche con ricorso ai prestiti del Fondo Monetario internazionale come nel caso dell’Argentina di Macri nel 2018[5].
Grafico 3: tasso di variazione del Pil annuo e media per settennio America Latina e Caraibi, periodo 1951-2020. Fonte: Cepal

In sostanza le politiche antisociali con conseguente arresto della caduta della povertà (grafico 1) e delle disuguaglianze reddituali, l’inefficace gestione della crisi da Cvid-19 e il ciclo economico sfavorevole, favorito dalla contrazione delle quotazioni delle materie prime (grafico 2), hanno creato le condizioni per il ritorno dei governi progressisti nella maggioranza dei paesi latinoamericani nel quinquennio 2020-2024.
La seconda breve fase progressista
Il primo segnale, in tale direzione, è arrivato dalla Bolivia nella quale, finito il periodo golpista della presidente ad interim Jeanine Áñez, ad ottobre 2020 si afferma di nuovo il Movimento al Socialismo (Mas) con Luis Arce, seguito nel 2021 dall’esponente dei movimenti indigeni Pedro Castillo in Perù (2021-2022) e da Gabriel Boric (2021-2025) in Cile, quest’ultimo eletto con grandi speranze di cambiamento sull’onda dell’estallito social dell’autunno del 2019.
Quindi nel 2022 è la volta della vittoria di Gustavo Petro (2022-2026) in Colombia, il primo presidente progressista nella storia del paese, e il ritorno di Lula alla presidenza (2023 in corso), pienamente riabilitato dopo la pretestuosa detenzione.
Per l’importanza che riveste il Brasile nel contesto subcontinentale in qualità di seconda potenza economica, troviamo significativo inoltre segnalare la vittoria di Andres Manuel Lopez Obrador (Amlo) in Messico nel 2018, primo presidente di sinistra nella storia recente del paese, rimasto in carica fino al 2024, e al quale è succeduta Claudia Sheinbaum (2024 in carica), prima donna ad essere eletta alla massima carica federale dall’indipendenza.
Paradigmatica del clima di instabilità politica perdurante del subcontinente risulta il caso del Perù ove nei 5 anni antecedenti la fine del 2022 si sono alternati alla guida del paese ben 6 presidenti. L’ultimo dei quali, il sopracitato Pedro Castillo esponente della sinistra e dei movimenti indigeni, viene deposto tramite voto parlamentare nel dicembre 2022 e successivamente arrestato con l’accusa di “ribellione e tentato colpo di stato” innescando oceaniche proteste di piazza da parte dei popoli originari che vengono represse duramente dal governo guidato dalla ex vicepresidente Dina Boluarte (2022-2025), anch’essa resasi protagonista di un disinvolto ribaltone a destra.
A seguito di tali dinamiche rileviamo come a luglio 2023 la carta geopolitica dell’America Latina evidenziasse una schiacciante maggioranza di governi progressisti fra i 19 principali paesi del subcontinente, con le destre che al netto del cambio di rotta di Dina Boluarte in Perù, resistevano solo in El Salvador, Guatemala e Costa Rica nell’area istmica ed Ecuador, Paraguay e Uruguay nella parte meridionale del subcontinente.
Il primo segnale di svolta si verifica a fine 2023 con la vittoria in Argentina dell’autodefinito anarco-capitalista, Javier Milei (2023 in carica), il quale, si è contraddistinto fin dai suoi primi giorni di mandato per l’applicazione di un programma iperliberista che persino il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha invitato a temperare viste le gravi ripercussioni a livello sociale che ha causato, rischiando di innescare una rivolta popolare.
Nello stesso autunno 2023 si tengono le elezioni generali in Ecuador a seguito della “Muerte cruzada”[6] (la morte incrociata) dichiarata dal presidente di centro-destra Gullermo Lasso (2021-2023), succeduto a Lenin Moremo a fine 2021. Mossa estrema compiuta dal presidente in carica per sottrarsi al secondo procedimento di impeachment per corruzione, determinando lo scioglimento del Parlamento e il decadimento del proprio mandato. Dalle urne al secondo turno esce la vittoria del candidato di estrema destra Daniel Noboa (2023 in carica), figlio di Alvaro Noboa l’uomo più ricco del paese, che sale alla presidenza per completare il mandato interrotto dal suo predecessore.
In Paraguay le elezioni presidenziali di fine aprile registrano la netta affermazione di Santiago Peña (2023 in carica) del Partito Colorado confermando la storica supremazia dei conservatori, ininterrottamente alla guida del paese dall’indipendenza, salvo la breve parentesi di Rafael Franco del 1936/37 e quella recente dell’ex vescovo Fernando Lugo che eletto nel 2008 con ampio margine venne poi deposto da un golpe istituzionale nel 2012, come sopra anticipato.
Il 2024 si è rivelato un anno interlocutorio privo di spostamenti dell’asse geopolitico latinoamericano. La prima tornata elettorale si tiene a Panama, nella quale per la carica di presidente emerge il conservatore José Raúl Mulino (2024 in carica) che succede a Laurentino Cortizo (2019-2024) esponente della formazione di centro-sinistra Partito Rivoluzionario Democratico, seguita dalla Repubblica Dominicana nella quale viene confermato con ampi margini alla guida del paese il presidente uscente di centro-sinistra Luis Abrinader.
A fine luglio, dalle elezioni presidenziali in Venezuela fuoriesce la conferma di Maduro (2013-2026) alla presidenza per il terzo mandato. Una tornata elettorale contestata come di consueto dalla destra nazionale e dall’imperialismo e invece ritenuta legittima da parte della sinistra internazionale ma sulla quale resta l’ombra della mancata pubblicazione dei dati elettorali seggio per seggio come richiesto dagli stessi Lula e Petro.
Infine, ad ottobre le elezioni in Uruguay con la vittoria di Yamandù Orsi (2025 in carica) segnano il ritorno del Frente Ampio di centro-sinistra alla presidenza, dopo la parentesi conservatrice di Luis Alberto Lacalle (2021-2025) confermando l’orientamento progressista del paese dal 2005 in avanti. Una lunga fase che ha visto Tabaré Vazquez salire due volte alla presidenza (2005-2010 e 2015-2020) ma, soprattutto, impreziosita dal mandato dell’ex guerrigliero contro la dittatura civico-militare (1973-1985), Josè “Pepe” Mujica (2010-2015), uomo onesto, capace e molto amato dal suo popolo e non solo.
Andrea Vento
13 settembre 2026
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati
NOTE
[1] Argentina: Cristina Fernández de Kirchner, Bolivia: Evo Morales, Brasile: Luiz Inácio Lula da Silva, Cile: Michelle Bachelet, Ecuador: Rafael Correa, Paraguay: Fernando Lugo, Uruguay: Tabaré Vázquez e Venezuela: Hugo Chávez.
[2] Saggio: “America Latina: un futuro incerto fra crisi dei governi progressisti e nuove strategie golpiste” di Andrea Vento.
Saggio “America Latina: ciclo economico e dinamiche geopolitiche” di Andrea Vento.
[3] Il “golpe soave” (o colpo di Stato morbido/bianco) è una strategia politica emersa con forza in America Latina a partire dagli anni 2000 per destituire governi democraticamente eletti – appartenenti alla cosiddetta Pink Tide (la svolta a sinistra del subcontinente) – senza ricorrere alla violenza delle armi o ai carri armati caratteristici degli anni ’70. Invece di usare i militari, il golpe soave sfrutta e manipola i canali istituzionali, legali, giudiziari e mediatici per svuotare di potere o rimuovere un presidente, mantenendo una facciata di apparente legalità costituzionale. Precedentemente al 2016 erano stati deposti Manuel Zelaya in Honduras nel 2009 e Fernando Lugo in Paraguay nel 2012.
[4] Saggio “Studio economico sull’America Latina 2024” di Andrea Vento.
[5] Macri ottiene il prestito più rilevante mai concesso dal Fmi pari a circa 50 miliardi di dollari.
[6] In base agli Artt. 130 e 148 della Legge Fondamentale.
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