L’Iran sta resistendo anche perché ha una storia gloriosa

L’Iran mostra una capacità di resistenza che non può essere compresa senza il peso della sua storia millenaria. In questo articolo, il prof. Angelo d’Orsi invita a leggere l’aggressione israelo-statunitense alla luce della civiltà persiana e dell’uso politico della memoria storica.

di Angelo d’Orsi (Il Fatto Quotidiano) – 13 maggio 2026

Un convegno tempestivo tenutosi a Roma sabato 9 maggio (“Capire l’Iran. Radici, ragioni e conseguenza di una grande resistenza di popolo”, organizzato dal “Fronte del dissenso”), alla presenza dell’ambasciatore di Teheran, Mohammad Reza Sabouri, ha fornito un utile contributo a più voci su una guerra, o meglio sull’aggressione israelo-statunitense alla Repubblica Islamica dell’Iran. Fra i tanti spunti, uno su cui non mi pare si sia riflettuto abbastanza. Nelle cosiddette “nuove guerre” (quelle avviate dopo il “crollo” del 1989-’91) la costruzione del consenso, a prescindere dall’avversario di turno, si è basata su un massiccio ricorso alla Storia, o meglio ai magazzini della Storia, a fini politici, usando l’arma pericolosa dell’analogia, uno strumento facile ma assai rischioso. Si è fatta un’operazione canonica nella lotta politica, che si accentua e aggrava diventando abuso politico della Storia, nelle situazioni di conflitto: interno (vedi campagne elettorali o crisi di varia natura) ed esterno (guerre).

Si pensi al ricorso quasi ossessivo alla Seconda guerra mondiale come pietra di paragone e di giudizio: chi si voleva bollare d’infamia veniva nazificato mentre i nemici, quelli che erano sul fronte opposto, erano ebraicizzati: basti l’esempio della Guerra del Kosovo (1999) che vide una intensa partecipazione italiana, dove i serbi (liquidati come carnefici) vennero vituperati come i nuovi nazi e i kosovari (le vittime) esaltati come i nuovi ebrei. E di concerto, procedeva l’hitlerizzazione del nemico: quella volta fu Milosevic, ma in precedenza furono Saddam, Gheddafi, Assad e ora Putin (nella chiacchiera pubblica anche il nuovo Stalin, o il nuovo Zar). Davanti a questa guerra, invece, non si fanno certi richiami, certe analogie, salvo ingiuriare un regime, disprezzare un popolo, offendere la sua intelligenza collettiva e la sua dignità, arrivando a sostenere il sedicente erede dello Scià, Reza Pahlavi.

E intanto, mentre l’Iran mostra un’insospettata capacità militare e una forza politica straordinaria, noi occidentali imperialisti e razzisti e suprematisti bianchi, ci siamo trovati al cospetto della Storia, tout court. Senza neppure rendercene conto abbiamo cozzato contro i millenni di storia di una grande civiltà, quella persiana. Da parte degli iraniani ci è stato semplicemente, quasi per caso, ricordato chi sono. Non uso pubblico, né tantomeno uso politico della Storia, ma richiamo, più sottinteso che conclamato, più sentito interiormente come popolo e come classe dirigente, che narrato al mondo. Come è scritto in un libro recente “occorre tenere presente questa grandezza storica e culturale per capire i caratteri sociali e politici dell’Iran contemporaneo” (P. L. Petrillo, L’Iran degli ayatollah, il Mulino, 2025, p. 16).

Per capire la resistenza (secondo qualcuno, la vittoria), dell’Iran sugli aggressori dobbiamo precisamente tenere conto della grandiosa costruzione storica che è la Persia, diventata Iran soltanto nel 1935, con la dinastia dei Pahlavi, avviata un decennio avanti. L’insegnamento? Mai sottovalutare la Storia, che se da un lato può diventare strumento di propaganda, opportunamente manipolata e semplificata, può anche essere l’asse ideale della comunità, l’arma possente, forse l’arma principale. Forse aveva ragione Ugo Foscolo quando esortava gli italiani “alle storie”. Non faremmo male a estendere l’esortazione agli europei, agli occidentali tutti: studiate la Storia, perché serve. Serve anche sconfiggerne l’uso scorretto, il suo abuso politico: la Storia autentica, che si rivela un mezzo fondamentale non soltanto per comprendere il mondo ma addirittura per trasformarlo. Perché questa guerra all’Iran sta modificando le coordinate del mondo. E gli effetti si stanno solo per ora intravvedendo. Il bello, insomma, deve ancora arrivare. Ovvero, considerando che stiamo parlando di guerra potremmo anche rovesciare e dire: il brutto, ahinoi, deve ancora arrivare.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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