Le elezioni andaluse del 17 maggio confermano il Partido Popular come prima forza, ma la perdita della maggioranza assoluta consegna a Vox un nuovo potere di condizionamento. La sinistra alternativa avanza, ma resta divisa, mentre il PSOE tocca un nuovo minimo storico.

Le elezioni regionali del 17 maggio in Andalusia sono state osservate attentamente in tutto il paese iberico, trattandosi della più popolosa comunità autonoma della Spagna. Il loro significato politico, infatti, va ben oltre Siviglia, Málaga, Granada o Córdoba, perché conferma una tendenza già emersa in altre regioni: il Partido Popular continua a vincere, ma sempre più spesso non riesce più a governare senza l’estrema destra di Vox. Il voto andaluso, quindi, non può essere letto come una semplice riconferma del presidente uscente Juan Manuel “Juanma” Moreno Bonilla, ma come un nuovo episodio della trasformazione del sistema politico spagnolo, dove la destra tradizionale appare progressivamente catturata dal ricatto parlamentare e ideologico della destra radicale. Guardando ai dati, il PP si conferma primo partito con 53 seggi su 109, ma perde la maggioranza assoluta, fissata a 55, e arretra rispetto ai 58 deputati ottenuti nel 2022. Vox, invece, sale a 15 seggi, il PSOE scende a 28, mentre a sinistra ottengono buoni risultati le liste regionaliste di Adelante Andalucía che cresce fino a 8 deputati, e Por Andalucía, che mantiene 5 seggi.
In poche parole, Moreno Bonilla ha vinto, ma non ha più le mani libere. Nel 2022, il PP aveva conquistato una maggioranza assoluta storica, chiudendo simbolicamente il lungo ciclo di egemonia socialista in Andalusia, regione governata dal PSOE per decenni prima dell’arrivo delle destre alla Junta. Quattro anni dopo, il PP resta largamente primo, ma perde l’autosufficienza e si ritrova davanti alla necessità di ottenere almeno l’astensione di Vox per proseguire al governo. È una sconfitta politica parziale, ma significativa: il presidente uscente aveva cercato di presentarsi come volto moderato, amministrativo e rassicurante della destra spagnola, distinto dalle punte più aggressive della destra radicale. L’aritmetica parlamentare, tuttavia, lo costringe a fare i conti con Manuel Gavira e con un’estrema destra che, pur crescendo solo di un seggio rispetto al 2022, conquista un peso politico enormemente superiore proprio perché diventa decisiva.
Questo risultato, del resto, conferma una dinamica già osservata in Extremadura e Aragona. Il PP convoca o affronta elezioni con l’obiettivo di rafforzarsi, ma il risultato finale non è l’emancipazione da Vox: è, al contrario, una nuova dipendenza. Come abbiamo analizzato nei nostri articoli precedenti sulla politica iberica, in Extremadura, María Guardiola è rimasta alla guida della regione, ma con un governo di minoranza e con Vox più forte; in Aragona, Jorge Azcón ha vinto senza ottenere la maggioranza, lasciando ancora una volta all’estrema destra il ruolo di arbitro. L’Andalusia si inserisce ora nello stesso schema. La destra conservatrice continua a presentarsi come argine alla presunta instabilità del governo centrale di Pedro Sánchez, ma nei territori finisce per dipendere da una forza che impone la propria agenda su immigrazione, sicurezza, diritti civili, memoria democratica e servizi pubblici. Il voto andaluso, dunque, costituisce un segnale rilevante anche in vista delle prossime elezioni generali, perché anticipa il possibile scenario nazionale di un PP primo partito ma bisognoso di Vox per governare.
La questione è tanto più delicata perché l’Andalusia non è una regione qualunque. È una delle chiavi storiche della politica spagnola, a lungo roccaforte socialista e oggi laboratorio della destra post-2018. Come ricordato in precedenza, la vittoria di Moreno nel 2018 aveva segnato la fine del dominio del PSOE andaluso; la maggioranza assoluta del 2022 aveva consolidato l’idea di un PP capace di intercettare anche settori moderati e popolari; il voto del 2026, invece, mostra i limiti di quella formula. Il PP resta egemone nel campo conservatore, ma non abbastanza da governare da solo. La sua promessa implicita di stabilità si rovescia così in una nuova incertezza: o un accordo con Vox, o un governo monocolore continuamente esposto al voto determinante dell’estrema destra. Moreno ha ribadito la volontà di governare da solo e ha respinto la formula della “priorità nazionale” di Vox, ma il dato parlamentare rende comunque inevitabile una forma di intesa, esplicita o implicita, con la destra radicale.
Dal punto di vista della sinistra radicale, il voto andaluso presenta una lettura ambivalente. Da un lato, Adelante Andalucía ottiene un risultato importante, passando da 2 a 8 seggi e affermandosi come forza dinamica alla sinistra del PSOE. È un dato che segnala l’esistenza di uno spazio politico per un’opposizione più netta al blocco conservatore, soprattutto in una regione segnata da disuguaglianze sociali, precarietà, problemi abitativi, difficoltà della sanità pubblica e un tasso di disoccupazione ancora superiore alla media nazionale.
Dall’altro lato, però, la sinistra resta separata, con la lista Por Andalucía che mantiene i suoi 5 seggi. In termini complessivi, le forze a sinistra del PSOE dispongono di 13 deputati, un risultato non irrilevante, ma la frammentazione impedisce loro di presentarsi come un blocco alternativo unitario e immediatamente riconoscibile. Va dunque sottolineata la differenza con il caso dell’Extremadura, dove la lista Unidas por Extremadura, riunendo Podemos, Izquierda Unida e Alianza Verde, ha superato il 10% e ottenuto un risultato storico. In Andalusia, invece, lo spazio c’è, ma non viene pienamente trasformato in forza politica unitaria. Il risultato delle urne dimostra che una parte dell’elettorato progressista cerca una proposta più radicale e radicata, ma la divisione continua a ridurre la capacità complessiva della sinistra di incidere.
Il PSOE andaluso esce invece nuovamente indebolito. La candidatura di María Jesús Montero, figura nazionale del governo Sánchez e ministra delle Finanze, non è riuscita a invertire la traiettoria discendente del socialismo regionale. Con 28 seggi, il PSOE registra un risultato definito da più osservatori come il peggiore della sua storia andalusa, confermando una crisi profonda di radicamento e credibilità. Non si tratta solo di una sconfitta elettorale, ma di una trasformazione strutturale: il partito che per decenni ha rappresentato quasi naturalmente il potere istituzionale in Andalusia appare oggi incapace di ricostruire un blocco sociale maggioritario. Una parte del suo elettorato si astiene, una parte guarda alla sinistra alternativa, una parte si lascia attrarre dal discorso securitario e identitario delle destre.
L’estrema destra, infatti, non ha bisogno di diventare primo partito per vincere politicamente. Le basta essere indispensabile. Vox non conquista la presidenza della Junta, ma conquista il potere di condizionare la legislatura. Può chiedere concessioni programmatiche, irrigidire il discorso sull’immigrazione, imporre battaglie simboliche e spingere il PP a destra, anche senza entrare formalmente nel governo. È una strategia già sperimentata in altri territori: collocarsi come partner necessario, denunciare il PP quando appare troppo moderato, rivendicare ogni concessione come vittoria e preparare il terreno per un’ulteriore crescita. In Andalusia, il grido di “prioridad nacional” con cui Vox ha celebrato la perdita della maggioranza assoluta del PP sintetizza bene questa ambizione: trasformare la dipendenza parlamentare della destra conservatrice in subordinazione politica alla destra radicale.
In questo senso, l’Andalusia si aggiunge a Extremadura e Aragona come terzo avvertimento. La destra spagnola vince, ma vince sempre più spesso insieme al problema che dice di voler contenere. Ogni volta che il PP perde la maggioranza assoluta, Vox non appare come un alleato secondario, ma come il soggetto che decide fin dove può spingersi il governo. La normalizzazione dell’estrema destra non avviene necessariamente con grandi proclami o con la conquista diretta della presidenza: avviene attraverso bilanci, astensioni, accordi parlamentari, compromessi programmatici e spostamenti progressivi del linguaggio pubblico.
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