L’aumento della spesa militare non riguarda soltanto gli armamenti: investe industria, ricerca, infrastrutture, scuola e politiche sociali. Comprendere la trasformazione in corso significa interrogarsi sulle sue conseguenze per il lavoro, il welfare e le libertà sindacali.

L’economia di guerra prende corpo ogni giorno con la trasformazione di produzioni civili in produzioni militari, ma, ancora di più, attraverso l’utilizzo di laboratori pubblici e privati e delle conoscenze acquisite nella manifattura, destinandole alla realizzazione di prodotti militari e componentistica bellica. Parliamo di un processo lungo, spesso invisibile e tortuoso, che si avvale del pubblico e del privato, di startup e di laboratori di ricerca. Anche quando non prestiamo ascolto ai campanelli d’allarme, assistiamo a uno straordinario riadattamento del sistema produttivo e finanziario dello Stato per sostenere il riarmo, l’approvvigionamento di metalli rari e di energia.
Il militarismo è il collante ideologico, mentre la militarizzazione delle scuole e delle università è parte integrante di quell’economia di guerra che ormai non distingue più nettamente tra civile e militare. Le tecnologie duali rappresentano la definizione canonica attraverso la quale si assecondano ricerca e produzione civile a uso militare.
Siamo davanti a un riorientamento industriale, con fabbriche e ricerca scientifica in parte convertite dalla produzione civile a quella militare: armi, veicoli, tecnologie di difesa e logistica. In alcuni Paesi, ad esempio la Germania, il processo di riconversione è avanzato; in altri, come l’Italia, riguarda alcune situazioni strategiche, con il pieno assenso dei sindacati cosiddetti rappresentativi, come dimostra il documento di Fiom, Fim e Uilm sulla contrattazione in Leonardo o il silenzio attorno alla nascita di alcuni distretti industriali che, dopo decenni di meccanica ad alta specializzazione, si stanno indirizzando verso la partecipazione alla produzione di prodotti militari. Ma ancora più sconcertante è l’utilizzo dell’IA in connessione con i nuovi sistemi di guerra: qualcuno pensa di poterla governare per accrescere il salario accessorio senza mai coglierne, invece, la funzione all’interno del processo produttivo, nell’utilizzo della tecnologia e nelle ricadute sull’occupazione.
Sempre maggiore è l’intervento dello Stato e la centralizzazione delle decisioni nelle mani degli esecutivi europei, che tendono ad assumere connotati di forte regolazione dell’economia di mercato, orientando le risorse e stipulando contratti strategici con i grandi gruppi della difesa, da Leonardo ai colossi internazionali. I processi decisionali e gli atti di indirizzo vengono centralizzati e finalizzati a una ben precisa linea industriale e di ricerca.
La crescita della spesa militare avviene a livello globale: i bilanci per la difesa superano i 2.400 miliardi di dollari, trainati dai piani di riarmo in Europa, negli Stati Uniti e in altre potenze regionali. In Italia, il bilancio della difesa ha superato i 32 miliardi di euro.
Nella manovra di bilancio troveremo una novità che rinvia all’odierno clima elettorale e strizza l’occhio a una parte della tradizionale base sociale del centrodestra.
Ossia, la clamorosa estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra i 50.000 e i 60.000 euro[1]. Insomma, siamo di fronte a un ulteriore attacco al principio della progressività fiscale, inevitabilmente foriero di un inasprimento delle diseguaglianze che già segnano il Belpaese.
Si tratta di un’ipotesi scellerata, alla quale va contrapposta la logica inversa: l’introduzione, sul modello degli anni Settanta, di più scaglioni di reddito, con l’obiettivo di far pagare meno tasse a chi percepisce redditi inferiori a 50.000 euro e di aumentarle progressivamente per chi supera questo limite.
Certo, oggi la destra e la sinistra “riformista”, incluse alcune forze sindacali, potrebbero liquidare tale proposta come sovversiva, avendo rinunciato a rivendicare un sistema di calcolo del costo della vita diverso dall’indice Ipca e puntando, invece, tutto sugli sgravi fiscali. Un’altra sgradevole novità è rappresentata dall’aumento delle spese militari, che non coincide con quello richiesto dalla Nato, ma rimane assai significativo.
E alcune delle sue conseguenze — ovviamente non quelle che rimandano alla militarizzazione dell’intera società — sono messe a fuoco proprio dall’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui «le maggiori spese militari programmate dal governo nel prossimo biennio imporranno all’Italia (…) interventi di riduzione degli oneri in altri ambiti», ossia tagli, e «misure compensative»[2], quindi nuove tasse.
L’aumento delle spese in armamenti e in branche della ricerca utili a fini militari richiede spesso nuovo indebitamento o la revisione dei vincoli di bilancio europei, come il Patto di stabilità. È quanto sta accadendo in queste settimane con la concessione della possibilità di aumentare le spese militari in deroga alle norme vigenti.
E sempre più concreto si fa il rischio di tagli al welfare, in particolare alla sanità, all’istruzione e ai servizi sociali.
I conflitti geopolitici influenzano pesantemente i mercati dell’energia, dal petrolio al gas, generando inflazione, rincari dei beni e profitti elevati per i settori energetici e della sicurezza. E, per rendere tutto ciò possibile senza l’inevitabile conflitto sociale, si fa strada un percorso securitario a colpi di decreti sicurezza. Le proteste saranno represse, mentre la richiesta di trasparenza incontrerà l’invalicabile muro della segretezza militare, in nome della tutela dell’ordine pubblico.
Andare oltre la retorica vuol dire stare con i piedi per terra, cogliere l’essenza dei processi in atto e sviluppare parole d’ordine praticabili e non rivolte soltanto all’immaginario giovanilista. Significa prendere atto che l’economia di guerra prevede anche la militarizzazione delle infrastrutture, come ferrovie, porti e aeroporti, e che, dinanzi a questo processo, serve un salto di qualità dell’azione sindacale che non si riduca a qualche manifestazione.
Quanto avviene nel mondo della scuola parla da solo. Dentro le scuole il governo sta già sperimentando processi di ristrutturazione, dai cicli scolastici al cosiddetto 30 per cento, dalle ispezioni ministeriali negli istituti dove si parla di Palestina fino alle aperte minacce repressive contro le occupazioni.
La militarizzazione delle infrastrutture quali ripercussioni avrà sul lavoro, sulle agibilità sindacali e sulla società?
Sulla base di queste considerazioni abbiamo avviato una prima discussione sul tema, che vuole dare risalto al confronto e intraprendere percorsi concreti anche in vista dei prossimi scioperi, per darci un metodo di lavoro e degli obiettivi concreti. Perché, se la critica all’economia di guerra diventa oggetto di attenzione soltanto da parte del corpo militante, non passerà un messaggio elementare sul quale costruire coscienze e pratiche diffuse: l’economia di guerra ci riguarda tutti e tutte ed è un’ipoteca negativa sul presente e sul futuro.
NOTE
[1] Si ricorda che, nel sistema vigente, in vigore dal 2024, essa riguarda i redditi compresi tra i 28.001 e i 50.000 euro. Oltre tale cifra, subentra l’aliquota del 43%.
[2] Carlo Di Foggia, «L’Upb: “Il riarmo imporrà tagli e tasse”. E il recupero dei salari si è già fermato», Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026.
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