Analisi concreta della realtà concreta

Una riflessione sulla divisione sessuale del lavoro e sui suoi effetti storici, dalle morti sul lavoro alla coscrizione militare, per interrogare criticamente le narrazioni dominanti sulla questione di genere e riaprire un confronto materialista fondato sui rapporti sociali concreti.

Articolo pubblicato su L’Interferenza

Il commento del mio amico Rino Della Vecchia nell’ambito di questo articolo (https://www.linterferenza.info/attpol/omissioni/) ha sollevato qualche polemica ma in realtà non è altro che osservazione oggettiva dei FATTI, cioè la famosa analisi concreta della realtà concreta. A morire sul lavoro, da sempre, sono stati gli uomini, in tutte le latitudini e in tutti i contesti storici e culturali. E questo perché gli uomini, o meglio la grande maggioranza degli uomini, in base alla divisione sessuale del lavoro che ha caratterizzato la storia dell’umanità (insieme alla divisione sociale del lavoro) sono stati adibiti (o relegati) ai lavori cosiddetti di produzione mentre le donne, o meglio la grande maggioranza delle donne, sono state adibite (o relegate) ai lavori cosiddetti di cura e riproduzione. Questa divisione non è stata dovuta ad una volontà di discriminare in base al genere ma per ragioni oggettive. Fino a non molto tempo fa il lavoro era infatti quasi esclusivamente materiale e la forza fisica era uno dei fattori fondamentali della produzione. Logico, dunque, che gli uomini, in virtù della loro maggiore forza fisica, fossero adibiti (o relegati) ai lavori di produzione mentre le donne fossero adibite (o relegate) a quelli di riproduzione.  A ciò aggiungiamo che le donne partorivano tanti figli, la gran parte dei quali moriva e la restante finiva ad alimentare la catena della produzione-riproduzione. Il femminismo dice da sempre “le donne erano ridotte al rango di fattrici!”. Giustissimo, nulla da eccepire, a patto però di riconoscere che gli uomini era ridotti al rango di bestie da soma e di carne da cannone.

Ora, nella produzione si svolgono lavori rischiosi e spesso mortali, al contrario dei lavori di cura e riproduzione che spesso sono stati anch’essi usuranti (mai quanto lavorare in miniera o su un vascello, ma non ci interessa stare col bilancino a stabilire chi se la passava meglio) ma non rischiosi e mortali. Del resto, nessuna schiava è mai stata incatenata al remo di una galera – per le ragioni che ho spiegato poco sopra – così come nessuna donna è stata imbarcata a forza su una baleniera o coscritta contro la sua volontà ad andare a farsi scannare in guerra (gli esempi si potrebbero moltiplicare). Sono FATTI oggettivi, non voli di fantasia, e non vedo dove sia lo scandalo nel riportarli, soprattutto per dei materialisti, cioè per chi fa, come ripeto, “analisi concreta della realtà concreta”.

Quando sono esplose le due centrali nucleari, nella Russia ancora sovietica e in Giappone, a bonificare i siti sono stati uomini, non donne. La bonifica di tutta l’area intorno a Chernobil è durata anni e a prendersi le radiazioni erano soltanto uomini (parliamo di decine se non centinaia di migliaia di uomini): squadre di soccorso, soldati di leva, operai, tecnici, ingegneri, vigili del fuoco, minatori ecc. La stessa cosa è avvenuta in Giappone.  A tutt’oggi, nell’epoca del lavoro “immateriale” e “digitale”, a morire sul lavoro, in tutte le latitudini, continuano ad essere gli uomini. A tutt’oggi, ad essere coscritti con la violenza per andare in guerra, come in Ucraina, sono gli uomini. Tutti i contesti storici e culturali, come ripeto, nessuno escluso, sono sempre stati caratterizzati da questa divisione sessuale del lavoro. È un FATTO oggettivo che non ha senso negare o disconoscere, tanto meno per far quadrare i conti dei desiderata ideologici di qualcuno e qualcuna. Se lo facessimo non saremmo dei materialisti ma dei dogmatici ideologizzati completamente scollegati dalla realtà.

Il femminismo (in tutte le sue differenti declinazioni), che è una ideologia volutamente parziale, ha sempre visto solo e soltanto una parte della realtà, occultando di fatto l’altra. È come andare a vedere una partita di calcio osservando solo una metà del campo. Quando le femministe dicono “Le donne nella storia sono sempre state relegate ai lavori di cura e domestici!” hanno perfettamente ragione e nessuno di noi lo ha mai negato (e per quale ragione dovremmo poi negarlo?…), a patto però di affermare contestualmente che gli uomini sono sempre stati relegati ai lavori (di fatto) forzati, dove appunto morivano e continuano a morire pressochè in esclusiva ancora oggi.

Perché negare questa realtà? Cosa toglie alle donne riconoscere questa verità storica?  Nulla, ovviamente, né tanto meno nessuno di noi le ha mai rimproverate – e ci mancherebbe altro – per non essere cadute sul lavoro insieme agli uomini o per non essersi fatte sbudellare in un assalto alla baionetta. Nessuno di noi è mai stato sfiorato dall’idea che questa verità storica debba in qualche modo sottrarre alle donne il diritto di godere di tutti i diritti di cui godono o dovrebbero godere (almeno sulla carta…) tutti gli uomini. Nessuno di noi ha mai disconosciuto il valore del lavoro di cura e riproduzione che, a fianco e insieme a quello di produzione, ha contribuito ad edificare il mondo per come lo conosciamo, nel bene e purtroppo anche nel male. Dico anche nel male perché tutta questa immensa mole di lavoro ha significato sfruttamento e oppressione sociale e umana sia nelle società antiche che in quelle moderne e contemporanee, sia pure in forme e in parte in modalità diverse, certamente anche in base alle rispettive specificità sessuali, sia per la grande maggioranza degli uomini che per la grande maggioranza delle donne.

Dov’è il problema allora? Cosa impedisce di portare alla luce quello che è un dato di fatto?  La tragedia dei morti sul lavoro è sempre stata e tuttora è una tragedia di classe – perché muoiono lavoratori e non banchieri o divi del cinema – e di genere, perché sono morti e muoiono quasi esclusivamente uomini. Questo non significa, ovviamente, disconoscere la fatica e lo sfruttamento di tante donne nella storia e tuttora, significa soltanto, ancora una volta, fare analisi concreta della realtà concreta.

Cosa, dunque, impedisce di prendere atto di questa realtà? Lo impedisce la narrazione femminista, oggi dominante indipendentemente se a governare sia la destra o la “sinistra”, per la quale la storia dell’umanità è la storia del privilegio e del dominio maschile sempre, comunque e dovunque. Ma i fatti concreti smentiscono questa narrazione, e noi sappiamo che la verità si fonda sui fatti, non sulle narrazioni. Si possono dare le interpretazioni più disparate di un evento storico e quindi ci troviamo nell’impossibilità di addivenire ad una interpretazione condivisa di quello stesso evento. Ma i fatti restano fatti e non sono interpretabili. Possiamo ad esempio avere le più disparate opinioni sulle cause che portarono alla prima guerra mondiale, ma un fatto è certo, e cioè che si trattò di una ecatombe di classe – perché la stragrande maggioranza dei caduti erano contadini e operai – e di genere, perché erano tutti uomini.  Cosa impedisce di riconoscerlo? La risposta, a questo punto, è pleonastica.

Ora, io penso che la ricomposizione e la ricostruzione di un blocco sociale e popolare – che negli ultimi quarant’anni è stato diviso, lacerato, frammentato, sconquassato, anche da tanti conflitti orizzontali – capace di farsi portatore di una visione alternativa all’attuale dominio sociale, non possa avvenire sulla menzogna. Sulla menzogna non si potranno mai costruire solide fondamenta ed è superfluo anche sottolinearlo. Credo, dunque, che su quella che chiamiamo “questione di genere”, sia giunto il momento di aprire un confronto dialettico, franco, libero da apriorismi privi di un fondamento reale e gabbie ideologiche.

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About Fabrizio Marchi

Fabrizio Marchi è nato a Roma il 09/11/1958. Si è laureato in Scienze Politiche e in Filosofia. Giornalista Pubblicista, si occupa di comunicazione, relazioni istituzionali e politica internazionale.

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