Tra dazi, energia e diplomazia: le oscillazioni di Trump scuotono l’alleanza con l’Ucraina

Le oscillazioni della politica di Donald Trump verso Mosca e Kiev alimentano dubbi sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato. Tra energia, sanzioni, dazi e pressioni diplomatiche, l’Ucraina rischia di diventare ostaggio delle esigenze politiche interne della Casa Bianca.

«Questo accordo è un regalo a un nostro avversario e un tradimento dei nostri alleati; deve essere revocato». Così un gruppo bipartisan di dodici senatori americani si è espresso in una lettera rilasciata dopo l’annuncio di Donald Trump sulla tregua fra Russia e Ucraina, che richiedeva la sospensione degli attacchi ucraini alle raffinerie russe in cambio della vendita di gasolio russo. I senatori, fra i quali spicca Susan Collins, repubblicana del Maine attualmente impegnata in una dura lotta per mantenere il suo seggio, hanno continuato asserendo che l’accordo non recherebbe benefici ai consumatori americani.

La tregua non è durata, ma ci ha riconfermato l’inaffidabilità del presidente statunitense nei confronti degli alleati, che egli non esita a scaricare secondo le proprie convenienze. La vendita del gasolio russo sarebbe stata una boccata d’ossigeno per Vladimir Putin, come hanno fatto notare i dodici senatori. Avrebbe permesso alla Russia di vendere 300 mila tonnellate di gasolio sul mercato americano e globale, a cui sarebbero seguite altre 500 mila a novembre, per poi aumentare fino a un milione di tonnellate. La tregua annunciata da Trump avrebbe favorito la Russia, violando però le leggi americane. Nel 2022, infatti, il governo USA approvò una legge che vieta l’importazione di prodotti energetici russi, visti in larga misura come una fonte di sostegno finanziario alle attività militari nella guerra in Ucraina. La legge fu approvata alla Camera con un voto schiacciante di 414 a 17 e, al Senato, nessun senatore si oppose. Inoltre, un’altra legge approvata proprio questa estate impone dazi ai Paesi che importano greggio russo.

Trump aveva ovviamente messo tutto questo da parte, preoccupato dall’aumento del prezzo del gasolio che, negli USA, nel 2026, è salito da 3,60 a 6,20 dollari al gallone. Gli aumenti sono dovuti, ovviamente, alla guerra in Iran e al quasi totale blocco dello Stretto di Hormuz. Il presidente statunitense è preoccupato, poiché le elezioni di medio termine si preannunciano poco favorevoli per il suo partito, in buona parte a causa del carovita dovuto principalmente ai suoi dazi e agli aumenti dell’energia. Trump aveva però erroneamente attribuito l’alto costo del gasolio agli ucraini e ai loro attacchi alle raffinerie russe. In realtà, va rilevato che gli ucraini sono stati efficaci nell’impiego dei loro droni per danneggiare severamente le strutture energetiche russe. Le riparazioni in Russia sono difficili da realizzare, in larga misura per la scarsità di componenti dovuta alle sanzioni europee e americane. Secondo un’agenzia russa non governativa, il costo della benzina in Russia è aumentato di oltre il 20 per cento e quello del gasolio del 18 per cento. In buona parte, ciò si deve ai danni provocati dai droni ucraini e alla loro efficacia.

La tregua, dunque, sarebbe stata un duro colpo per Zelensky, aggravato anche dalla sospensione del sistema satellitare Starshield, usato nei territori ucraini occupati dai russi. Starshield è di proprietà di Elon Musk, il quale ha chiarito che l’interruzione non è stata causata da lui, bensì dal governo USA, che infatti ne copre i costi. L’interruzione sarebbe stata quindi probabilmente imposta dall’amministrazione Trump come messaggio a Zelensky, che deve fare attenzione, poiché dipende dagli USA e, in particolare, dalle azioni imprevedibili dell’inquilino della Casa Bianca.

I rapporti fra Trump e Zelensky attraversano fasi alterne, tra stima e minacce, poco rassicuranti per gli ucraini. Va ricordato il duro scontro alla Casa Bianca nel febbraio del 2025, quando Trump rimproverò Zelensky, accusandolo di non avere «carte» e sostenendo quindi che dovesse essere flessibile con Putin. D’altra parte, nel mese di luglio dell’anno in corso, il presidente statunitense ha espresso ammirazione per gli ucraini per la loro efficace condotta della guerra. Quest’ultimo episodio della tregua conferma però i dubbi sull’affidabilità di Trump, il quale ha persino invitato Putin al vertice del G20 che si terrà a Miami nel mese di dicembre.

Ovviamente, altri alleati, come i sauditi, non possono che rimanere alquanto perplessi. Il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato a Trump ben due volte poche settimane fa, esortandolo a bombardare gli Houthi, senza ottenere successo. Gli altri alleati — europei, sudcoreani, taiwanesi e giapponesi — saranno senza dubbio guardinghi nell’osservare gli atteggiamenti poco rassicuranti di Trump. Questi dubbi creati dal presidente americano fanno sicuramente sorridere Putin, il quale non ha alcuna fretta di sedersi attorno a un tavolo per negoziare una vera tregua e una possibile fine al conflitto con l’Ucraina, che dura da quasi cinque anni. Putin spera che gli alleati europei e gli USA finiscano per stancarsi di sostenere Zelensky, il quale, da solo, non potrebbe resistere a lungo.

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About Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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