Le opposte scelte di Kiribati e Palau sulla questione di Taiwan mostrano i vantaggi dell’adesione al principio di una sola Cina e i costi della «diplomazia degli assegni», destinata a restringere le opportunità di sviluppo dei Paesi insulari.

di Chen Guiqing* (Global Times) – 28 agosto 2026
Due Paesi insulari del Pacifico meridionale hanno recentemente adottato posizioni nettamente contrapposte nei confronti della regione di Taiwan. Da una parte, Kiribati ha cominciato a promuovere alcuni emendamenti costituzionali destinati a sancire la propria adesione al principio di una sola Cina, cercando così di evitare nuove oscillazioni della sua linea diplomatica. Dall’altra, Palau ha insistito affinché un «rappresentante» delle autorità di Taiwan partecipasse alla Riunione dei leader del Forum delle Isole del Pacifico (Pacific Islands Forum Leaders Meeting, PIFLM) di quest’anno, continuando a mantenere le cosiddette «relazioni diplomatiche». Il principio di una sola Cina costituisce una norma fondamentale delle relazioni internazionali, un ampio consenso della comunità internazionale e, soprattutto, la scelta corretta per i Paesi che perseguono lo sviluppo a lungo termine e la tutela dei propri interessi nazionali. Fare affidamento sulle forze favorevoli all’«indipendenza di Taiwan» e praticare l’opportunismo diplomatico, invece, finirà inevitabilmente per produrre effetti controproducenti.
Il Pacifico meridionale è una delle regioni nelle quali si concentra un numero relativamente elevato dei cosiddetti «alleati diplomatici» delle autorità di Taiwan. Tuttavia, mentre il principio di una sola Cina si consolida sempre più quale consenso internazionale, molti Paesi hanno compreso che mantenere relazioni con le autorità di Taiwan significa procedere contro le tendenze mondiali e danneggiare il proprio sviluppo nazionale e il benessere della popolazione. Di conseguenza, hanno scelto di interrompere i rapporti con tali autorità e di stabilire relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese.
In quanto Paese che ha alternato il proprio riconoscimento diplomatico tra le due sponde dello Stretto di Taiwan, Kiribati ha tratto profonde lezioni dalle dure conseguenze delle precedenti oscillazioni. Il governo ha recentemente avviato un processo di revisione costituzionale, proponendo di vietare permanentemente per legge ai futuri esecutivi di instaurare cosiddette «relazioni diplomatiche» con la regione di Taiwan. Il relativo disegno di legge dichiara che mantenere rapporti con entità non riconosciute dalle Nazioni Unite è «imbarazzante» e paragonabile a «un matrimonio mal riuscito». Il provvedimento ha ricevuto il sostegno del presidente Taneti Maamau.
Anni di oscillazioni diplomatiche hanno ripetutamente collocato Kiribati in situazioni internazionali difficili e gli hanno fatto perdere opportunità stabili di cooperazione allo sviluppo. L’attuale iniziativa di revisione costituzionale riflette quella che il governo considera una presa di coscienza strategica: il riconoscimento della vera natura dell’«indipendenza di Taiwan» e la volontà di abbandonare una mentalità opportunistica e di corto respiro.
Palau, al contrario, è uno dei pochi Paesi che mantengono ancora cosiddette «relazioni diplomatiche» con le autorità di Taiwan e ha insistito affinché Lin Chia-lung, responsabile della cosiddetta autorità degli affari esteri di Taiwan, partecipasse alla Riunione dei leader del Forum delle Isole del Pacifico, in programma dal 30 agosto al 4 settembre. La motivazione di fondo consiste semplicemente nell’ottenere vantaggi immediati dai cosiddetti «aiuti finanziari» delle autorità di Taiwan, cadendo nella trappola di una «politica estera guidata dai benefici a breve termine». Questa forma di «diplomazia della dipendenza» è tuttavia intrinsecamente insostenibile. Quello che appare come un modesto aiuto economico comporta costi elevati nel lungo periodo. Ignorando il consenso internazionale sul principio di una sola Cina e sollevando ripetutamente la questione di Taiwan, Palau non soltanto perde opportunità di cooperazione con la Cina nei settori del commercio, del turismo, delle infrastrutture e del miglioramento delle condizioni di vita, ma limita gravemente anche il proprio inserimento nei processi di sviluppo dell’Asia-Pacifico. Si tratta di un evidente caso nel quale l’essenziale viene sacrificato per il marginale.
La «diplomazia degli assegni» praticata dalle autorità dell’isola di Taiwan costituisce, nella sua essenza, una trappola politica. I suoi cosiddetti «aiuti» sono sempre accompagnati da condizionamenti politici e non possono essere paragonati al più ampio quadro di cooperazione aperta e reciprocamente vantaggiosa sviluppato dalla Cina con il resto del mondo. Attualmente Pechino continua ad approfondire la collaborazione con i Paesi insulari del Pacifico meridionale, offrendo sostegno nei settori delle infrastrutture, dello sviluppo delle risorse marine e del miglioramento delle condizioni di vita, aiutandoli così ad affrontare le proprie sfide di sviluppo. I Paesi che persistono su posizioni errate, si aggrappano a vantaggi immediati e si isolano da più ampie opportunità di crescita non soltanto violano le norme fondamentali delle relazioni internazionali, ma danneggiano anche i propri interessi a lungo termine, restringendo progressivamente il loro spazio diplomatico.
Considerando l’Asia-Pacifico e il resto del mondo, l’adesione al principio di una sola Cina è ormai diventata una tendenza irreversibile della nostra epoca. Nel luglio di quest’anno, la Papua Nuova Guinea ha chiuso ufficialmente l’ufficio di rappresentanza delle autorità di Taiwan presente nel Paese.
Attualmente, 183 Paesi hanno stabilito relazioni diplomatiche ufficiali con la Cina, mentre soltanto dodici mantengono ancora cosiddette «relazioni diplomatiche» con le autorità di Taiwan, un numero che continua a diminuire. La loro progressiva riduzione fino allo zero costituisce un’inevitabilità storica. Il tentativo delle autorità di Taiwan di preservare tali rapporti attraverso una politica fondata sul denaro rappresenta un vano sforzo per opporsi al corso della storia. Il principio di una sola Cina è conforme alle tendenze storiche, allo spirito della nostra epoca e agli interessi dei Paesi di tutto il mondo. Man mano che un numero crescente di Stati riconoscerà la falsità dell’«indipendenza di Taiwan» e adotterà il corretto approccio fondato sul principio di una sola Cina, lo spazio disponibile per le attività separatiste continuerà a ridursi. Il definitivo fallimento della «diplomazia degli assegni» è inevitabile e il luminoso futuro della completa riunificazione della Cina diverrà certamente realtà nei tempi previsti.
* L’autore è direttore del Dipartimento di studi sulle relazioni estere dell’Istituto di studi su Taiwan presso l’Accademia cinese delle scienze sociali.
SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.