La reazione italiana alla crisi di Ceuta ha trasformato un’emergenza circoscritta e rapidamente contenuta in uno strumento di politica interna contro Pedro Sánchez. I dati, però, mostrano che Schengen non è stato minacciato e che il modello repressivo italiano resta lontano dalle promesse.

La crisi migratoria esplosa a Ceuta alla fine di luglio, sulle cui cause reali abbiamo già pubblicato diversi articoli, ha offerto al governo di Giorgia Meloni un’occasione quasi perfetta per riportare al centro del dibattito pubblico italiano uno dei temi sui quali la destra ha costruito buona parte della propria identità politica: l’immigrazione presentata come minaccia alla sicurezza nazionale, l’Europa accusata di non difendere adeguatamente le proprie frontiere e i governi progressisti descritti come responsabili di un incontrollato «effetto richiamo». Il bersaglio, questa volta, non è stato soltanto il migrante. È stato soprattutto il governo spagnolo di Pedro Sánchez.
La decisione italiana di reintrodurre per un mese controlli sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna è stata presentata dalla presidente del Consiglio come una «misura straordinaria» necessaria per tutelare la sicurezza nazionale. Nella pratica, il provvedimento riguarda controlli selettivi sui cittadini non appartenenti all’Unione Europea e non impedisce la circolazione degli spagnoli o degli altri cittadini comunitari. Roma ha inoltre concordato con Parigi un rafforzamento dei controlli alla frontiera franco-italiana. Tuttavia, va sottolineato che fin dall’annuncio non esistevano indicazioni secondo cui i migranti entrati a Ceuta stessero cercando di raggiungere l’Italia, mentre numerosi osservatori consideravano la misura essenzialmente simbolica e rivolta all’opinione pubblica interna.
Gli sviluppi successivi hanno reso ancora più evidente questo carattere propagandistico. Il 4 agosto, al termine della riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea, il ministro spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha comunicato che circa 70.000 delle 72.000 persone entrate a Ceuta erano già uscite dall’enclave, soprattutto facendo ritorno in Marocco, e che lo spazio di libera circolazione europeo «non era mai stato compromesso». I governi europei hanno inoltre riconosciuto la rapidità e l’efficacia con cui Madrid aveva reagito all’emergenza.
Su Ceuta è necessaria anche una precisazione giuridica che rende ancora meno credibile l’allarmismo italiano. Sebbene la Commissione Europea abbia chiarito che il trattato di Schengen si applichi all’intero territorio spagnolo, comprese Ceuta e Melilla, le due città sono sottoposte a un regime speciale, espressamente previsto dal Codice frontiere Schengen, che impone controlli d’identità e dei documenti a chi lascia le enclave per raggiungere la Spagna peninsulare o altri Paesi dell’area Schengen. In altre parole, raggiungere irregolarmente Ceuta non significa affatto ottenere accesso automatico alla libera circolazione nel continente europeo. Durante la riunione europea del 4 agosto, inoltre, è stato nuovamente ribadito che la crisi era rimasta circoscritta a Ceuta e che la libera circolazione europea non era stata messa in pericolo.
La distanza tra la natura reale dell’emergenza e la rappresentazione prodotta dal governo italiano appare dunque notevole. Ma è proprio questa distanza a spiegare politicamente la reazione di Meloni. Il caso Ceuta permette infatti di costruire una sequenza comunicativa semplice, capace di suscitare emozioni forti nell’opinione pubblica: immagini impressionanti di decine di migliaia di persone, parola «invasione», governo progressista spagnolo non abbastanza repressivo, regolarizzazione dei migranti irregolari, minaccia all’Italia, risposta muscolare di Roma.
La realtà è molto meno funzionale alla propaganda meloniana. La recente regolarizzazione straordinaria approvata dal governo Sánchez non può essere utilizzata seriamente per spiegare l’ingresso del 30 luglio. Il provvedimento riguarda infatti persone già residenti in Spagna prima del 1º gennaio 2026, alle quali viene inoltre richiesto di dimostrare almeno cinque mesi di presenza continuativa nel Paese. Inoltre, essa non concede la cittadinanza spagnola, ma un’autorizzazione alla residenza e al lavoro. A conclusione del periodo per la presentazione delle domande, Madrid ne aveva ricevute circa 1,175 milioni. Chi ha attraversato la frontiera di Ceuta alla fine di luglio, dunque, non può beneficiare in alcun modo della misura.
Eppure, proprio questa regolarizzazione è stata trasformata dalla destra europea in uno degli argomenti principali contro Sánchez. Come se non bastasse, il Financial Times ha ricordato il 4 agosto che il governo Meloni, mentre condanna pubblicamente la scelta spagnola come presunto «pull factor», è avviato verso il rilascio di circa 1,1 milioni di permessi di lavoro entro il 2028 attraverso il proprio sistema di quote, un meccanismo che in molti casi consente di regolarizzare persone già presenti irregolarmente nel territorio italiano. I due sistemi non sono identici sul piano giuridico, ma resta il fatto che la regolarizzazione spagnola viene rappresentata come minaccia alla sicurezza europea, mentre un’immissione nel mercato del lavoro italiano di dimensioni comparabili viene giustificata dalle necessità dell’economia nazionale.
L’episodio rivela soprattutto una difficoltà che accompagna la politica migratoria della destra italiana fin dall’arrivo di Meloni a Palazzo Chigi: l’enorme divario tra la retorica e la capacità effettiva dello Stato di modificare strutturalmente i flussi.
A tal proposito, i dati ufficiali del Ministero dell’Interno italiano sono istruttivi. Dal 1º gennaio al 31 luglio 2026 sono sbarcate sulle coste italiane 16.479 persone. È vero che il dato rappresenta un netto calo rispetto alle 36.545 dello stesso periodo del 2025, ma resta superiore agli arrivi marittimi ordinari registrati dalla Spagna nello stesso arco temporale: Madrid ne contabilizzava 12.915, senza includere nella propria statistica ordinaria l’evento eccezionale del 30 e 31 luglio a Ceuta. In altre parole, prima di trasformare la crisi spagnola in una lezione impartita da Roma, sarebbe opportuno osservare che il Mediterraneo centrale continua a portare sulle coste italiane più persone di quante ne arrivino normalmente via mare in Spagna.
Ancora più interessante è il capitolo dei rimpatri. Il cruscotto ufficiale del Viminale registra, dal 1º gennaio al 29 luglio, 4.372 rimpatri forzati e 685 rimpatri volontari assistiti, per un totale di 5.057. Tale dato rappresenta un aumento rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati 3.812, ma siamo lontanissimi dalla prospettiva di quella «remigrazione» di massa diventata ormai parola d’ordine di una parte crescente della destra italiana, o dall’immagine di un sistema capace di espellere sistematicamente la popolazione irregolare.
Il fatto che Fratelli d’Italia e Lega abbiano presentato ancora nel luglio 2026 nuove proposte legislative per facilitare ulteriormente i rimpatri costituisce, indirettamente, un’ammissione della distanza esistente tra la retorica e la realtà operativa. Il governo continua a promettere ciò che evidentemente riconosce di non essere ancora in grado di realizzare con gli strumenti a disposizione.
Lo stesso vale per il cosiddetto «modello Albania», uno dei progetti simbolicamente più importanti della strategia migratoria di Meloni. Il centro di Gjadër, concepito per ospitare fino a migliaia di persone e presentato per anni come modello destinato a essere imitato dall’intera Europa, continua nel 2026 a funzionare a una frazione infinitesimale della capacità prevista. Secondo una ricostruzione pubblicata il 3 agosto, la struttura è rimasta quasi vuota per il secondo anno consecutivo, con una media nell’ordine di poche decine di trattenuti e costi annuali potenzialmente superiori ai cento milioni di euro, mentre persistono ostacoli giudiziari e dubbi sulla compatibilità del sistema con il diritto europeo.
Dai dati che abbiamo appena presentato, emerge chiaramente il duplice fallimento della politica migratoria della destra italiana.
Il primo è un fallimento analitico e politico. Il fenomeno migratorio continua a essere trattato quasi esclusivamente come problema di polizia. Vengono privilegiate frontiere, centri di detenzione, rimpatri, accordi con Paesi terzi, respingimenti e campagne contro i cosiddetti «pull factor», mentre restano sullo sfondo le cause strutturali che producono i movimenti di popolazione: guerre e destabilizzazioni, enormi differenze di reddito tra le due sponde del Mediterraneo, disoccupazione giovanile, crisi climatiche, debolezza degli Stati africani, sfruttamento delle risorse, domanda europea di manodopera e scarsità di canali legali d’ingresso.
Il secondo è un fallimento rispetto agli stessi obiettivi proclamati dalla destra. Dopo anni di promesse sulla chiusura delle frontiere, sui blocchi navali, sui rimpatri accelerati e sull’esternalizzazione delle procedure, gli sbarchi continuano, i rimpatri interessano soltanto una parte limitata delle persone prive di titolo di soggiorno e persino il governo italiano è costretto ad ampliare enormemente i canali di ingresso per lavoratori stranieri perché il sistema produttivo e la demografia nazionale non possono farne a meno.
La crisi di Ceuta avrebbe potuto fornire al governo italiano l’occasione per affrontare un problema geopolitico molto più serio: la possibilità che la migrazione venga utilizzata da Paesi terzi come strumento di pressione sull’Unione Europea. Rabat dispone di una capacità documentata di modulare il controllo delle proprie frontiere e la stessa Unione Europea riconosce il rischio che l’esternalizzazione della gestione migratoria renda Bruxelles vulnerabile ai governi di transito. Sarebbe stato questo il punto su cui costruire una posizione europea comune: interrogarsi sulla geopolitica marocchina, sul Sahara Occidentale, sulla dipendenza dell’Unione Europea da Rabat e sulla trasformazione dei migranti in strumenti di negoziazione fra Stati.
Il governo italiano ha scelto invece un bersaglio assai più comodo: Pedro Sánchez. La sospensione temporanea dei normali meccanismi di libera circolazione con la Spagna appare così per quello che è: una dimostrazione di forza soprattutto comunicativa, utile a Meloni per presidiare il terreno politico dell’immigrazione e per evitare di lasciare spazio alla concorrenza più radicale alla propria destra.
Il fallimento più profondo della linea Meloni non consiste dunque soltanto nel fatto che i muri promessi non riescano a fermare i flussi. Consiste nell’incapacità di immaginare una politica migratoria che vada oltre il muro stesso. Finché la risposta europea resterà affidata alla militarizzazione delle frontiere, agli accordi con governi autoritari e alla rincorsa elettorale dell’estrema destra, ogni nuova Ceuta o Lampedusa potrà essere trasformata nella successiva «emergenza». E ad avere la meglio saranno ancora una volta i governi che controllano il rubinetto migratorio, i trafficanti che prosperano sull’assenza di vie legali e le forze politiche che hanno bisogno della paura per nascondere la loro incapacità di elaborare soluzioni a problemi complessi.
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