Ceuta, l’asse Washington-Tel Aviv-Rabat e la nuova strategia di destabilizzazione della Spagna

La crisi migratoria di Ceuta appare sempre meno come un episodio spontaneo. Documenti e interventi precedenti agli eventi mostrano che ambienti influenti statunitensi e israeliani avevano già teorizzato una pressione marocchina sulle enclave spagnole, inserendola nella più ampia offensiva contro il governo Sánchez e nella partita per il Sahara Occidentale.

Come avevamo già affermato nel nostro precedente articolo, quanto accaduto a Ceuta alla fine di luglio non può più essere analizzato soltanto come una crisi migratoria improvvisa, determinata dalla disperazione sociale di decine di migliaia di persone e amplificata dalle reti di trafficanti e dalla disinformazione circolata attraverso i social network. Questi fattori hanno certamente svolto un ruolo e devono essere tenuti presenti per evitare ricostruzioni semplicistiche. Tuttavia, gli elementi emersi negli ultimi giorni mostrano l’esistenza di una cornice geopolitica precedente agli eventi, nella quale la possibilità di esercitare una pressione diretta sulla Spagna attraverso Ceuta e Melilla era stata esplicitamente discussa negli Stati Uniti e in Israele, precisamente mentre si deterioravano i rapporti tra Washington, Tel Aviv e il governo di Pedro Sánchez.

La dimensione della crisi resta di per sé impressionante. Più di 50.000 persone hanno attraversato in poche ore la frontiera marocchina con Ceuta, via terra e via mare, producendo una situazione senza precedenti nella piccola città autonoma spagnola. Al 2 agosto, il bilancio comunicato dalle autorità spagnole era salito ad almeno 72 morti e oltre mille persone assistite dai servizi sanitari. Altrettanto significativo è ciò che è avvenuto immediatamente dopo: più di 48.000 persone sono rientrate in Marocco nel giro di circa quarantotto ore, mentre Rabat ripristinava rapidamente un dispositivo di controllo che poche ore prima era apparso incapace di impedire il passaggio di decine di migliaia di individui.

Il primo elemento della nostra ricostruzione risale al 16 marzo. Michael Rubin, già funzionario del Pentagono e figura inserita negli ambienti neoconservatori statunitensi, pubblicò sul Middle East Forum un articolo dal titolo programmatico: “Morocco Should Send a New Green March into Ceuta and Melilla” (“Il Marocco dovrebbe inviare una nuova Marcia Verde a Ceuta e Melilla”). Ine sso, Rubin proponeva esplicitamente di riprodurre contro le due città spagnole il metodo utilizzato dal re Hassan II nel 1975 per il Sahara Occidentale: concentrare masse di cittadini marocchini presso il confine, inviare bulldozer per aprire i passaggi e far entrare persone disarmate a Ceuta e Melilla perché vi innalzassero la bandiera marocchina.

A beneficio del lettore, ricordiamo gli eventi storici risalenti ad ormai oltre cinquant’anni fa. Nel novembre 1975, mentre il regime franchista attraversava la propria crisi terminale, circa 350.000 marocchini furono mobilitati dalla monarchia per entrare nel Sahara Occidentale allora amministrato dalla Spagna. L’operazione trasformò deliberatamente una massa civile in uno strumento di pressione geopolitica, permettendo a Rabat di modificare sul terreno i rapporti di forza evitando uno scontro militare convenzionale diretto con Madrid. Rubin proponeva nel marzo scorso di applicare precisamente quella logica a Ceuta e Melilla. A distanza di poco più di quattro mesi, decine di migliaia di persone hanno improvvisamente attraversato la frontiera di Ceuta. Solo una coincidenza?

Il 30 aprile, come se non bastasse, la Commissione Stanziamenti della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha presentato il rapporto che accompagna il disegno di legge sui finanziamenti per la sicurezza nazionale e il Dipartimento di Stato per l’anno fiscale 2027. Nel documento ufficiale, oltre a prevedere almeno 20 milioni di dollari di finanziamenti per programmi di investimento nella sicurezza marocchina e altri 20 milioni attraverso il Foreign Military Financing Program, la Commissione compie un passaggio senza precedenti sulla questione territoriale. Ceuta e Melilla vengono definite «città amministrate dalla Spagna» situate «in territorio marocchino» e viene espresso sostegno agli sforzi del segretario di Stato volti a incoraggiare un dialogo tra Marocco e Spagna sul loro «status futuro».

In questo caso, non stiamo parlando di un articolo scritto da un singolo esponente della politica statunitense, ma di un documento ufficiale del Congresso, presentato dal repubblicano Mario Díaz-Balart, che rappresenta un salto qualitativo rispetto alle tradizionali cautele statunitensi sul contenzioso. Washington non si limita più a riconoscere il valore strategico del Marocco: all’interno delle istituzioni nordamericane comincia a essere messa in discussione apertamente la sovranità spagnola su Ceuta e Melilla.

Ancora più esplicito è ciò che è avvenuto sul versante israeliano. Il 25 aprile, pochi giorni prima della pubblicazione del rapporto congressuale statunitense, il quotidiano israeliano Ynet ha ospitato un intervento dell’analista marocchino Amine Ayoub, fellow dello stesso Middle East Forum, dal titolo “Abraham Accords reach the Strait: how Israel can help Morocco reclaim its north” (“Gli Accordi di Abramo raggiungono lo Stretto: come Israele può aiutare il Marocco a riconquistare il suo Nord”). L’articolo sostiene apertamente che il deterioramento delle relazioni tra Washington e Madrid avrebbe creato una finestra strategica favorevole alle pretese marocchine su Ceuta e Melilla e che Israele dovrebbe utilizzare la propria influenza diplomatica presso gli Stati Uniti per sostenere Rabat.

Il testo è particolarmente significativo perché descrive esplicitamente l’esistenza di una relazione triangolare tra Washington, Tel Aviv e Rabat costruita attraverso gli Accordi di Abramo. Secondo Ayoub, sostenere le pretese marocchine sulle città spagnole non rappresenterebbe per Israele un gesto di solidarietà, bensì un investimento strategico: servirebbe a rafforzare un partner fondamentale nello Stretto di Gibilterra e, contemporaneamente, a «punire» un membro della NATO considerato ostile alla politica degli Stati Uniti e di Israele.

L’obiettivo indicato era dunque la Spagna di Pedro Sánchez. Negli ultimi anni, pur nelle sue contraddizioni e senza dare vita ad una vera e propria rottura all’interno del blocco occidentale, Madrid è diventata uno dei principali punti di resistenza all’allineamento europeo sulle posizioni israeliane. La Spagna ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina nel maggio 2024, ha ripetutamente denunciato l’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati e nel luglio scorso il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha chiesto all’Unione Europea di vietare integralmente il commercio con gli insediamenti illegali in Cisgiordania. La tensione è ulteriormente aumentata dopo le iniziative giudiziarie spagnole riguardanti l’intercettazione delle flottiglie dirette verso Gaza e dopo le divergenze con Washington sulla politica mediorientale.

A crisi scoppiata, infine, quella che fino a pochi mesi prima era una proposta formulata in ambienti politico-intellettuali è entrata anche nel linguaggio di rappresentanti ufficiali israeliani. Come avevamo già segnalato nell’articolo pubblicato due giorni fa, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha utilizzato immediatamente gli eventi per attaccare la Spagna, accusandola di impartire lezioni a Israele pur mantenendo quelle che ha definito «enclave coloniali» in Africa. Il messaggio non poteva essere più chiaro: la posizione spagnola sulla Palestina veniva collegata direttamente alla possibilità di mettere in discussione la sovranità di Madrid su Ceuta e Melilla.

Gli Stati Uniti, contemporaneamente, hanno utilizzato la crisi in senso apertamente ostile al governo Sánchez. La Casa Bianca e gli ambienti trumpiani hanno invece trasformato immediatamente Ceuta in un argomento propagandistico contro la politica migratoria del governo spagnolo e contro le forze progressiste in generale. Le affermazioni secondo cui la regolarizzazione promossa da Madrid avrebbe provocato l’ondata migratoria, del resto, sono state smentite dalle condizioni stesse del provvedimento, applicabile soltanto a persone già presenti sul territorio spagnolo prima della crisi.

Parlare di un asse Washington-Tel Aviv-Rabat non significa tuttavia necessariamente sostenere che esista una stanza segreta nella quale funzionari dei tre Paesi abbiano pianificato il passaggio di ogni singolo migrante. La politica internazionale raramente funziona in maniera così elementare. L’asse è innanzitutto una convergenza strutturale di interessi, sostenuta da rapporti militari, diplomatici e strategici molto concreti.

Il suo fondamento moderno risale al dicembre 2020. Nell’ambito dell’accordo promosso dalla prima amministrazione Trump per la normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Israele, Washington riconobbe formalmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale. Il collegamento tra i due dossier venne esplicitato dalla stessa Casa Bianca: Rabat normalizzava i rapporti con Israele e gli Stati Uniti riconoscevano la principale rivendicazione geopolitica della monarchia marocchina.

Il Sahara Occidentale costituisce quindi il precedente e, contemporaneamente, la chiave di lettura dell’intera strategia. Rabat ha imparato da tempo che la combinazione tra pressione territoriale, mobilitazione demografica e sostegno delle grandi potenze può produrre risultati difficilmente ottenibili attraverso la diplomazia tradizionale.

Per il Marocco, dunque, il vantaggio è evidente. Muhammad VI può utilizzare l’appoggio statunitense e israeliano per consolidare il controllo sul Sahara Occidentale, contenere l’Algeria e aumentare la pressione sulla Spagna. Per Israele, Rabat costituisce un partner militare e politico fondamentale nel Maghreb, vicino allo Stretto di Gibilterra e capace di collaborare alla strategia di contenimento delle forze regionali considerate ostili. Per Washington, il Marocco rappresenta un alleato affidabile in Nordafrica e, contemporaneamente, uno strumento di pressione su un governo europeo che negli ultimi anni ha mostrato una crescente autonomia rispetto alla politica statunitense.

Allo stesso tempo, la pressione su Ceuta ha prodotto immediatamente tensioni all’interno dell’Unione Europea. L’Italia ha reagito annunciando controlli temporanei nei confronti dei collegamenti provenienti dalla Spagna, mentre numerosi governi europei hanno invocato nuove misure sulle frontiere. La crisi ha inoltre alimentato il discorso dell’estrema destra continentale, che ha utilizzato le immagini provenienti da Ceuta per rilanciare la retorica dell’«invasione» e per attaccare non Rabat, che ha permesso la partenza della massa di persone, ma Madrid e le sue politiche migratorie.

Non è necessario che Washington ordini direttamente questa dinamica perché essa risulti funzionale ai propri interessi. Un’Europa più divisa, sottoposta a crisi migratorie e dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza è un’Europa meno capace di elaborare una propria politica estera autonoma. Una Spagna politicamente destabilizzata è meno in grado di sostenere posizioni divergenti su Palestina, Medio Oriente o rapporti con il Maghreb.

Alla luce della nostra analisi, gli elementi emersi permettono di formulare una conclusione solida e, sotto molti aspetti, politicamente grave: la crisi si è prodotta all’interno di una strategia di pressione su Madrid che era stata pubblicamente teorizzata mesi prima negli ambienti statunitensi e israeliani, mentre istituzioni degli Stati Uniti iniziavano a mettere ufficialmente in discussione lo status di Ceuta e Melilla e l’asse con il Marocco si consolidava sul terreno militare e diplomatico.

Per la Spagna, ma anche per l’Europa, il problema è pertanto più ampio dell’immigrazione. Riguarda la capacità di difendere una politica estera indipendente di fronte a un sistema di alleanze nel quale pressione migratoria, rivendicazioni territoriali, cooperazione militare e campagne propagandistiche possono essere utilizzate congiuntamente per disciplinare un governo europeo non sufficientemente allineato.

SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

There are 3 comments

  1. Sahara Occidentale, l’ultima colonia d’Africa | World Politics Blog

    […] La recente crisi di Ceuta non può essere compresa pienamente se viene separata dalla questione del Sahara Occidentale. Il controllo marocchino dei flussi migratori verso le enclavi spagnole, le relazioni con Madrid, la competizione con l’Algeria e l’asse strategico costruito da Rabat con Washington e Tel Aviv convergono infatti intorno alla priorità assoluta della politica estera della monarchia alawita: ottenere il definitivo riconoscimento internazionale dell’annessione del Sahara Occidentale e neutralizzare la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD). […]

    "Mi piace"

  2. Il caso Ceuta: anatomia di una pressione geopolitica sulla Spagna | World Politics Blog

    […] È proprio su questo terreno che nasce l’attuale triangolo Washington-Tel Aviv-Rabat. Nel dicembre 2020, Donald Trump riconobbe unilateralmente la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale. La decisione fu annunciata contemporaneamente all’accordo attraverso il quale il Marocco normalizzava le relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo. Il riconoscimento statunitense, dunque, costituiva parte dell’accordo negoziato da Washington per riavvicinare Rabat e Tel Aviv. La proclamazione presidenziale statunitense affermava esplicitamente che gli Stati Uniti consideravano l’intero Sahara Occidentale parte del Regno del Marocco. […]

    "Mi piace"

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.