Sei mesi dopo il rapimento di Nicolás Maduro, le concessioni del governo della presidente incaricata Delcy Rodríguez non appaiono più soltanto una tregua per evitare la guerra. Petrolio, sicurezza, dialogo politico e apertura a Israele delineano ormai un pericoloso slittamento dalla prudenza tattica alla subordinazione.

All’indomani del 3 gennaio, quando gli Stati Uniti bombardarono il territorio venezuelano e rapirono Nicolás Maduro e Cilia Flores nel cuore di Caracas, il governo guidato dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez si trovò di fronte a una situazione senza precedenti. Non si trattava di amministrare una normale transizione istituzionale, ma di impedire che un’aggressione già consumata si trasformasse in una guerra su vasta scala, in un’occupazione militare o nella distruzione delle strutture dello Stato bolivariano. In quelle condizioni, aprire un canale con Washington, guadagnare tempo e preservare la coesione delle Forze armate poteva essere compreso come una scelta tattica. Infatti, una direzione politica responsabile deve saper distinguere tra la retorica e i rapporti reali di forza, soprattutto quando sulle città incombe la minaccia di nuovi bombardamenti.
Comprendere quella scelta iniziale, tuttavia, non significa concedere un’assoluzione senza scadenza. Una ritirata tattica ha senso soltanto se serve a conservare le forze, difendere la sovranità residua e preparare condizioni migliori per la resistenza. Quando invece ogni concessione apre la strada alla successiva, quando il ricatto dell’aggressore viene incorporato nella legislazione, nell’economia, nella sicurezza e perfino nella politica estera, la tattica cambia natura. Smette di essere una manovra per evitare la sconfitta e comincia ad assomigliare all’amministrazione della sconfitta stessa.
È questo il problema che oggi attraversa il chavismo. Non basta ripetere che il governo agisce sotto coercizione, perché la coercizione è precisamente il metodo con cui l’imperialismo converte un’aggressione militare in un nuovo ordinamento politico. Washington non aveva necessariamente bisogno di occupare ogni ministero o di consegnare immediatamente Miraflores all’opposizione più oltranzista. Poteva ottenere risultati più profondi lasciando in piedi una parte dell’apparato chavista, ma obbligandolo a eseguire dall’interno il programma che per anni la Rivoluzione bolivariana aveva respinto.
La sequenza dei fatti è ormai troppo consistente per essere liquidata come normale diplomazia. Il 18 febbraio il comandante del Comando Sud statunitense Francis Donovan guidò a Caracas la prima delegazione militare nordamericana successiva al rapimento di Maduro. Il comunicato dell’ambasciata statunitense celebrò apertamente l’obiettivo di un Venezuela «allineato con gli Stati Uniti», mentre Washington ribadiva di voler gestire a tempo indeterminato il settore petrolifero venezuelano. La delegazione incontrò Delcy Rodríguez, Vladimir Padrino López e Diosdado Cabello, legando sicurezza, lotta al narcotraffico e «stabilizzazione» al piano politico di Donald Trump, utilizzando il lessico di una potenza che impartisce la direzione strategica a un paese appena colpito dalle sue forze armate.
Sul terreno economico il mutamento è altrettanto evidente. La riforma della legge sugli idrocarburi, approvata a fine gennaio e resa operativa con i regolamenti firmati in luglio, ha ampliato l’autonomia delle compagnie private, consentendo loro di gestire progetti, commercializzare la produzione e controllare flussi finanziari al di fuori della PDVSA. La riforma è arrivata dopo vent’anni di nazionalizzazioni guidate dai governi chavisti, mentre l’amministrazione Trump ha alleggerito le sanzioni subito dopo la sua approvazione. Sebbene possa sembrare ideologico opporsi per principio a ogni capitale o tecnologia straniera, il problema si pone necessariamente quando non viene chirarito chi stabilisce le condizioni, chi controlla la rendita e chi decide la destinazione del petrolio. Se la risposta effettiva si sposta da Caracas a Washington e alle grandi compagnie, non siamo davanti a un compromesso commerciale, ma alla restaurazione della dipendenza che Chávez aveva cercato di spezzare.
Anche la consegna di Alex Saab agli Stati Uniti ha segnato un salto qualitativo. Saab, già ministro e uomo di fiducia di Maduro, fu arrestato a Caracas durante un’operazione congiunta venezuelano-statunitense e deportato negli Stati Uniti nel maggio scorso. Può essere giudicato politicamente, e le accuse nei suoi confronti saranno esaminate nelle sedi competenti; ma stiamo parlando di un funzionario strettamente legato al presidente rapito che è stato trasferito alla stessa potenza che ha aggredito il paese e che intende utilizzarne le informazioni nel processo contro Maduro. Persino la formula usata da Delcy Rodríguez — decisione giustificata dagli «interessi nazionali» — mostra quanto il concetto di interesse nazionale rischi ormai di coincidere con le richieste di Washington.
A ciò si aggiungono le esercitazioni statunitensi nella capitale, la presenza di velivoli militari Osprey presso l’ambasciata e un processo politico il cui calendario viene osservato e commentato dalla Casa Bianca come se il Venezuela fosse sotto tutela. Il 24 luglio, in particolare, Trump ha affermato che il paese non sarebbe ancora «pronto» per le elezioni, ha elogiato Delcy Rodríguez per il suo «fantastico lavoro» e ha promesso che Washington resterà coinvolta nel futuro processo elettorale. La gravità di queste parole sta nella loro apparente normalità: il presidente della potenza che ha rapito il capo dello Stato venezuelano si attribuisce anche il potere di decidere quando i venezuelani saranno pronti a votare.
In questo quadro, si inserisce anche l’apertura verso il regime genocida nazisionista di Israele, per molti la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Naturalmente la solidarietà internazionale dopo i terremoti del 24 giugno è legittima e l’aiuto prestato alle vittime non può essere condannato per la nazionalità dei soccorritori. Tuttavia, oltre a volontari e specialisti civili, la missione proveniente dal regime sionista comprendeva anche personale del ministero degli Esteri israeliano, del Comando del fronte interno delle Forze di difesa israeliane e dell’Autorità nazionale per le emergenze; su richiesta del governo venezuelano, la sua permanenza è stata prolungata e i suoi esperti hanno contribuito a elaborare un piano nazionale di ricostruzione. La stessa Delcy Rodríguez ha ricevuto personalmente la delegazione militare e diplomatica israeliana, elogiandone la professionalità.
Il significato politico dell’operazione è stato chiarito non dai critici chavisti, ma da Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano ha celebrato la missione perché, oltre a intervenire sulle macerie, stava «ricostruendo le relazioni» con Caracas. Quelle relazioni erano state interrotte da Hugo Chávez nel 2009 in risposta all’offensiva israeliana contro Gaza e alla persecuzione del popolo palestinese. L’azione umanitaria è stata dunque utilizzata apertamente come leva diplomatica per riaprire un canale chiuso dalla politica antimperialista della Rivoluzione bolivariana. Non è ancora una normalizzazione formale, ma la presenza israeliana in Venezuela ha aperto un varco che lo stesso Netanyahu considera parte di un riallineamento politico. Del resto, sin dall’inizio, Israele aveva sostenuto l’operazione statunitense del 3 gennaio e Netanyahu aveva elogiato Trump e le forze che rapirono Maduro.
Le manifestazioni della base chavista degli ultimi mesi mostrano che questa contraddizione non è più confinata alle discussioni interne. Dopo la protesta del 23 maggio contro l’esercitazione statunitense, il 24 luglio un gruppo di militanti si è riunito in Plaza Bolívar contro la presenza degli Stati Uniti e di Israele. Nelle immagini diffuse dalla piazza si vedono bruciare le bandiere dei due paesi e si ascoltano parole d’ordine come «Non è aiuto, è occupazione» e «Fuori il sionismo dalla nostra nazione». La partecipazione di alcuni deputati storici del PSUV come Mario Silva García e soprattutto Iris Varela conferisce all’episodio un significato che supera le dimensioni numeriche della piazza, palesando una frattura politica visibile dentro il campo chavista.
Nei video diffusi dalla manifestazione si sente la parlamentare scandire «Fuori il sionismo dalla nostra nazione» e affermare: «L’Iran ha dimostrato che può rispondere all’imperialismo. Dobbiamo dimostrarlo anche noi». Interpellata sul tavolo previsto per il 1º agosto tra rappresentanti dell’Assemblea nazionale eletta nel 2025 e della vecchia Assemblea del 2015, sostenuta da Washington, ha risposto senza ambiguità: «Non ci vedo nulla di positivo, è la mia opinione, come Iris Varela. Non lo appoggio, è una falsità». Ha inoltre chiesto che chi ha creato «governi paralleli» e violato la Costituzione non resti impunito. Queste dichiarazioni si aggiungono alla sua convinzione, espressa in precedenza, che il rapimento di Maduro sia stato reso possibile da un tradimento interno.
Concludendo, continuiamo a sostenere che sarebbe folle chiedere al Venezuela un gesto suicida o una guerra frontale nelle condizioni scelte dal nemico. Nessuna posizione seria può ignorare l’enorme asimmetria militare con gli Stati Uniti. Tuttavia, la resistenza può passare dalla difesa di limiti non negoziabili: il controllo pubblico delle risorse strategiche, il rifiuto di presenze militari straniere, l’impossibilità di consegnare cittadini e funzionari fuori da procedure costituzionali, l’autonomia delle istituzioni elettorali, la continuità della solidarietà con la Palestina e la difesa dei rapporti con Cuba, Iran, Russia, Cina e con l’intero fronte multipolare.
La strategia iniziale di Delcy Rodríguez, quindi, poteva essere compresa come un tentativo di salvare il paese da una guerra devastante. Oggi, però, la soglia tra prudenza e cedimento è stata superata. Il controllo statunitense sul petrolio, la collaborazione militare e giudiziaria, il patrocinio politico di Washington e l’ingresso istituzionale israeliano formano un unico processo di subordinazione. Le parole di Iris Varela e le proteste di Caracas sono il segnale che una parte del chavismo non intende accettarlo in silenzio.
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