La deportazione di Alex Saab negli Stati Uniti segna una svolta politica e comunicativa per Caracas. Il governo venezuelano presenta la decisione come misura amministrativa fondata sulla legge migratoria, sulla difesa degli interessi nazionali e sulla lotta contro irregolarità, corruzione e impunità.

Il caso Alex Saab torna al centro della politica venezuelana, ma in una forma profondamente diversa rispetto al passato. Per anni, la vicenda dell’imprenditore colombiano è stata presentata da Caracas come uno dei simboli della guerra giudiziaria, economica e diplomatica condotta dagli Stati Uniti contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. Saab era stato arrestato nel 2020 a Capo Verde mentre svolgeva una missione speciale per il governo di Nicolás Maduro; successivamente era stato estradato negli Stati Uniti nel 2021, in violazione della sua immunità diplomatica secondo Caracas, prima di essere liberato nel dicembre 2023 dopo negoziati tra Venezuela e Stati Uniti.
Gli ultimi sviluppi, tuttavia, modificano radicalmente il quadro politico. Il 16 maggio, il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha informato della deportazione del cittadino di nazionalità colombiana Alex Naim Saab Morán verso gli Stati Uniti. Secondo il comunicato del Servicio Administrativo de Identificación, Migración y Extranjería, la misura è stata eseguita in conformità con le disposizioni della legislazione migratoria venezuelana, tenendo conto del fatto che Saab risulta coinvolto nella commissione di diversi reati negli Stati Uniti.
Questa scelta non è stata presentata da Caracas come una concessione politica a Washington, ma come un atto sovrano dello Stato venezuelano. È questo il punto centrale della nuova linea comunicativa del governo guidato dalla Presidente incaricata Delcy Rodríguez: la patria, la stabilità interna e gli interessi nazionali vengono prima di qualsiasi considerazione personale. Interpellata sulla questione, Rodríguez ha affermato che ogni decisione assunta dal governo nazionale risponde a un solo interesse, quello del Venezuela, precisando che Saab è un cittadino di origine colombiana, che ha svolto funzioni in Venezuela, ma che la vicenda riguarda ormai gli Stati Uniti e lo stesso Saab.
La formula usata dalla Presidente incaricata è politicamente significativa. Rodríguez ha definito la deportazione una misura amministrativa, giustificata dagli interessi nazionali, volta a difendere il Venezuela e a garantire la tranquillità e lo sviluppo del Paese. In altre parole, il governo venezuelano cerca di sottrarre il caso Saab tanto alla strumentalizzazione esterna quanto alla confusione interna, riaffermando che l’asse della decisione non è la pressione statunitense, ma la sovranità dello Stato bolivariano nel determinare chi può o non può rimanere sul territorio nazionale.
La portata della svolta è emersa con ancora maggiore chiarezza nelle dichiarazioni di Diosdado Cabello, segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela e ministro dell’Interno, della Giustizia e della Pace. Cabello ha sostenuto che Alex Saab non è venezuelano, ma cittadino di origine colombiana, aggiungendo che il documento venezuelano da lui presentata non avrebbe fondamento legale né riscontro negli archivi del Saime. Secondo Cabello, una verifica dettagliata avrebbe mostrato l’assenza di una certificazione della nazionalità venezuelana di Saab, elemento che avrebbe contribuito alla decisione di deportarlo.
La posizione venezuelana si fonda dunque su due piani distinti ma convergenti. Il primo è quello migratorio e documentale: se Saab è considerato un cittadino straniero e se la documentazione venezuelana da lui utilizzata viene ritenuta irregolare, lo Stato rivendica il diritto di applicare la propria normativa interna. Il secondo è quello politico e morale: nessuna funzione svolta in passato, nessuna vicinanza a settori del potere e nessuna precedente campagna diplomatica possono trasformarsi in impunità. Cabello ha richiamato anche l’articolo 271 della Costituzione venezuelana, relativo alla non negazione dell’estradizione di stranieri responsabili di determinati reati, collocando la decisione nel quadro della lotta contro delitti economici, corruzione, traffico di capitali e criminalità organizzata.
Ancora più dura è stata la linea esposta dal presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, che ha collegato il caso Saab a presunti rapporti con agenzie statunitensi risalenti al 2019. Rodríguez ha affermato che il governo venezuelano non concederà “tregua” ad alcuna irregolarità, illecito o atto commesso contro la Repubblica Bolivariana, promettendo che verrà reso pubblico il tipo di relazione che Saab avrebbe mantenuto e manterrebbe con tali agenzie. In questa lettura, il caso non riguarda più soltanto un procedimento giudiziario negli Stati Uniti, ma una questione di fiducia politica, sicurezza dello Stato e difesa dell’integrità della Rivoluzione Bolivariana.
Caracas sta dunque ricostruendo il significato politico del caso Saab alla luce di nuove informazioni e nuove priorità. Lo stesso Jorge Rodríguez ha ricordato di essere stato coinvolto in precedenti negoziati con Washington, non solo per il ritorno di Saab, ma anche per il rimpatrio di cittadini venezuelani e per altri dossier umanitari. Allo stesso tempo, ha respinto le campagne digitali che tentano di presentare la vicenda come una contraddizione insuperabile o come una resa del governo venezuelano. La risposta dell’Assemblea Nazionale è che chiunque abbia tradito la fiducia del popolo o dello Stato deve essere sottoposto alla legge della Repubblica.
Da questo punto di vista, la deportazione di Saab diventa anche un messaggio interno. Il governo venezuelano sembra voler affermare che la fedeltà alla Rivoluzione Bolivariana non può essere confusa con la protezione automatica di singoli individui, soprattutto quando emergono sospetti di irregolarità, rapporti opachi o condotte contrarie agli interessi nazionali. La linea tracciata da Delcy Rodríguez, Diosdado Cabello e Jorge Rodríguez converge su un principio politico preciso: il Venezuela difende la propria sovranità non solo contro l’aggressione esterna, ma anche contro ogni deviazione interna che possa danneggiare il patrimonio pubblico, la credibilità delle istituzioni e la coesione del Paese.
Questo non cancella la precedente battaglia diplomatica condotta da Caracas per ottenere la liberazione di Saab, né il fatto che quella vicenda fosse stata interpretata, in una fase diversa, come parte della guerra economica statunitense contro il Venezuela. Piuttosto, segnala che il governo bolivariano intende ridefinire la propria posizione in base a ciò che considera oggi l’interesse superiore della patria. Nella narrazione venezuelana attuale, non vi è contraddizione tra l’aver difeso in passato un cittadino coinvolto in una complessa partita internazionale e l’aver poi adottato una misura amministrativa nei suoi confronti, se le condizioni giuridiche e politiche sono mutate.
In questo senso, il caso Saab si inserisce nella fase più ampia attraversata dal Venezuela dopo l’aggressione statunitense, il sequestro del Presidente Nicolás Maduro e l’assunzione delle funzioni presidenziali da parte di Delcy Rodríguez. Il governo venezuelano cerca di presentarsi come uno Stato ferito ma operativo, assediato ma non paralizzato, impegnato a difendere la propria sovranità e al tempo stesso a ristabilire disciplina, ordine e legalità al proprio interno. La deportazione di Saab viene dunque collocata dentro una strategia più ampia di stabilizzazione nazionale e di riaffermazione dell’autorità pubblica.
Dal punto di vista venezuelano, quindi, l’ultimo capitolo del caso Alex Saab non va letto come un semplice episodio giudiziario, né come una concessione all’imperialismo statunitense. La lettura ufficiale è un’altra: lo Stato bolivariano applica la propria legge, difende i propri interessi, distingue tra solidarietà politica e impunità personale, e rivendica il diritto di correggere rotta quando emergono elementi che impongono una decisione nell’interesse nazionale. È una svolta che chiude una fase e ne apre un’altra, in cui Caracas intende dimostrare che la Rivoluzione Bolivariana non difende individui in quanto tali, ma un progetto politico, una sovranità nazionale e una legalità repubblicana che nessuna pressione esterna né deviazione interna devono poter compromettere.
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