Il terorrismo di piazza? No, grazie

Da anni una parte del mondo politico e sindacale invoca l’introduzione del reato di “terrorismo di piazza”. Dietro la retorica securitaria, tuttavia, si profila il rischio di nuove restrizioni delle libertà democratiche e di un ulteriore inasprimento della repressione del dissenso.

Sono anni che i sindacati di polizia chiedono un apposito reato nel codice penale: il reato di terrorismo di piazza, da punire con anni di carcere.

Ascolto e sponda ai sindacati delle forze dell’ordine non mancano: una gara tra Lega e FdI, a cui si aggiunge il nuovo partito di Vannacci e una lunga lista di radio, TV, giornali e blogger d’assalto.

Periodicamente, quando si verificano incidenti nel corso di qualche manifestazione, torna di moda la proposta, agitando lo spettro degli anarchici, dei No TAV, di estremisti che hanno operato scelte analoghe a quelle del terrorismo degli anni Settanta e Ottanta. Un falso storico, visto che la lotta armata non è all’orizzonte.

E, anche questa volta, l’ennesima campagna a mezzo stampa per denunciare pericolose saldature tra anarchici e antagonisti: manca solo lo spettro dei maranza per completare la narrazione securitaria.

Per alcuni, il disegno politico è cancellare i reati di tortura, impedire i codici identificativi sui caschi delle forze dell’ordine, scongiurare le pesanti aggravanti nel caso in cui la tortura sia messa in atto dalle forze dell’ordine, rimuovere i reati di istigazione alla tortura da parte di pubblico ufficiale, introducendo al contempo il reato di terrorismo di piazza, dopo avere già ottenuto l’arresto differito qualora non sia possibile procedere in flagranza di reato.

Gli strumenti per punire i reati di piazza esistono già con l’introduzione del d.l. 53/2019, il cosiddetto decreto Sicurezza bis; successivamente sono arrivate aggravanti e inasprimenti delle pene per chi partecipa a manifestazioni travisato o con caschi che impediscano il riconoscimento.

Nonostante, quindi, gli strumenti per reprimere i manifestanti, anche quelli violenti, siano già contemplati nel codice penale, il governo vuole seguire il classico copione securitario e costruire nuove fattispecie di reati, inasprire le pene, riducendo ulteriormente gli spazi di libertà e di agibilità democratica. Per raggiungere questo risultato, urge stravolgere la lista delle priorità a livello mediatico, tacitare ogni notizia che evidenzi la crisi economica e sociale, l’erosione del potere di acquisto di salari e pensioni, i conflitti di interessi della parte politica, inondando le nostre menti di notiziari allarmistici per giustificare l’azione repressiva come risposta a tutela della sicurezza dei cittadini.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.

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