Il rapporto dell’intelligence statunitense ridimensiona l’ipotesi di un conflitto imminente nello Stretto di Taiwan: Pechino punta sulla riunificazione pacifica, mentre Washington e il Partito Progressista Democratico alimentano una tensione funzionale al contenimento della Cina.

Il 18 marzo 2026 il Consiglio dell’Intelligence statunitense ha elaborato un rapporto in cui contraddice le precedenti previsioni in base alle quali la Cina avrebbe attaccato Taiwan nel 2027, ammettendo che Pechino cercherà di arrivare all’unificazione con l’Isola senza un conflitto e cercando di evitare lo strangolamento geostrategico ricercato da Washington nella regione dell’Asia-Pacifico.Durante il loro recente incontro nella capitale cinese, Xi Jinping ha sostanzialmente chiesto a Donald Trump di rinunciare ad un nuovo pacchetto di “aiuti militari” di quasi 20 miliardi di dollari e di togliere il sostegno politico al Partito Progressista Democratico (DPP) di Taiwan in quanto fautore della secessione dell’Isola dalla Madrepatria. Ma quali saranno in realtà i rapporti futuri tra Pechino e Taipei? Conflittuali o pacifici?
Taiwan nella storia
Come ribadito nella conferenza stampa periodica del portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun del 18 maggio 2026, in relazione alla notizia che Lin Chia-lung di Taiwan si trovava a Ginevra per partecipare a eventi in concomitanza con l’Assemblea Mondiale della Sanità (WHA): “Abbiamo già chiarito la nostra posizione. Esiste una sola Cina al mondo. Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese. Il Governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governo legittimo che rappresenta l’intera Cina. Quando si tratta di questioni relative alla regione di Taiwan, l’OMS e le altre organizzazioni internazionali devono attenersi al principio di ‘una sola Cina’, che è anche un principio fondamentale, come dimostrato dalla Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalla Risoluzione 25.1 dell’Assemblea Mondiale della Sanità. La Cina si oppone fermamente a qualsiasi scambio ufficiale, in qualsiasi forma, tra i Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina e la regione di Taiwan, e si oppone fermamente a qualsiasi tentativo di offrire piattaforme per attività separatiste a favore dell’indipendenza di Taiwan. La pratica delle autorità taiwanesi di inviare rappresentanti a vari incontri per attirare l’attenzione non è altro che una messinscena politica destinata al fallimento”.
In seguito al vertice intercorso a Pechino con il Presidente Xi Jinping, Donald Trump ha voluto chiarire ai media internazionali che la politica statunitense su Taiwan rimane invariata, affermando: “Non mi piace vedere nessuno diventare indipendente. Non voglio che nessuno dica ‘diventiamo indipendenti perché gli Stati Uniti ci sostengono’. Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di cercare la guerra e spero che entrambe le parti dello Stretto di Taiwan rimangano calme”, ha aggiunto. Tuttavia gli esponenti politici taiwanesi hanno dichiarato in merito che “la Repubblica di Cina” è un “Paese sovrano, indipendente e democratico” e che il loro governo continuerà ad approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti e a garantire che “la sicurezza e la stabilità dello Stretto di Taiwan non siano minacciate o compromesse”, continuando a solleticare le ambizioni geopolitiche di Washington.
La risposta delle Autorità di Pechino non si è fatta attendere e ha ribadito come esista una sola Cina al mondo: “Taiwan non è mai stata uno Stato, né in passato né in futuro; la Cina continentale e Taiwan appartengono alla stessa Cina. Questa condizione costituisce il vero status quo nello Stretto di Taiwan, perciò cospirando con forze esterne per perseguire l’indipendenza e tentando di trasformare la questione di Taiwan in una questione internazionale, le Autorità di Lai Ching-te sono le principali responsabili della distruzione dello status quo e la principale fonte di destabilizzazione della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan”. E ancora: “L’‘indipendenza di Taiwan’ e la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan sono inconciliabili come il fuoco e l’acqua. Per difendere il principio di una sola Cina, bisogna opporsi all’‘indipendenza di Taiwan’. Qualsiasi tentativo di perseguire l’indipendenza con il sostegno di forze esterne o con la forza è un’illusione”, ha concluso il Ministero degli Esteri di Pechino.
La storia e il diritto internazionale sono alla base di questa ferma posizione diplomatica.
Taiwan appartiene alla Cina fin dall’antichità. Questa affermazione ha un solido fondamento storico e giuridico. Nuove scoperte archeologiche e risultati di ricerca attestano regolarmente i profondi legami storici e culturali tra le due sponde dello Stretto di Taiwan. Un gran numero di documenti e annali testimoniano lo sviluppo di Taiwan da parte del popolo cinese nei periodi precedenti.
I primi riferimenti a questo proposito si trovano, tra gli altri, nel Seaboard Geographic Gazetteer compilato nell’anno 230 da Shen Ying dello Stato di Wu durante il periodo dei Tre Regni. La corte reale della dinastia Sui aveva inviato truppe a Taiwan, all’epoca chiamata Liuqiu, in tre occasioni. A partire dalle dinastie Song e Yuan, i Governi centrali imperiali cinesi istituirono tutti organi amministrativi per esercitare la giurisdizione su Penghu e Taiwan.
Nel 1624 i colonialisti olandesi invasero e occuparono la parte meridionale di Taiwan. Nel 1662 il Generale Zheng Chenggong, acclamato come eroe nazionale, guidò una spedizione e li scacciò dall’isola. Successivamente, la corte Qing istituì gradualmente più organi amministrativi a Taiwan. Nel 1684 fu creata un’amministrazione prefettizia di Taiwan sotto la giurisdizione della provincia del Fujian. Nel 1885, lo status di Taiwan fu elevato e divenne la ventesima provincia della Cina.
Nel luglio del 1894 il Giappone lanciò una guerra di aggressione contro la Cina. Nell’aprile del 1895 il Governo Qing, sconfitto, fu costretto a cedere Taiwan e le isole Penghu al Giappone. Durante la guerra di resistenza del popolo cinese contro l’aggressione giapponese (1931-1945), i comunisti cinesi chiesero la riconquista di Taiwan. Parlando con il giornalista statunitense Nym Wales il 15 maggio 1937, Mao Zedong affermò che l’obiettivo della Cina era quello di ottenere una vittoria finale nel conflitto: grazie ad essa avrebbe recuperato i territori cinesi occupati nella Cina nord-orientale e a sud del Passo di Shanhai, e avrebbe garantito la liberazione di Taiwan.
Il 9 dicembre 1941 il Governo cinese dichiarò guerra al Giappone, proclamando l’abrogazione di tutti i trattati, le convenzioni, gli accordi e i contratti relativi alle relazioni tra Cina e Giappone e annunciando che la Cina avrebbe recuperato Taiwan e le isole Penghu.
La Dichiarazione del Cairo, rilasciata da Cina, Stati Uniti e Regno Unito il 1° dicembre 1943, affermava che l’obiettivo dei tre alleati era la restituzione alla Cina di tutti i territori sottratti dal Giappone, come la Cina nord-orientale, Taiwan e le isole Penghu. La Proclamazione di Potsdam fu firmata da Cina, Stati Uniti e Regno Unito il 26 luglio 1945 e successivamente riconosciuta dall’Unione Sovietica. Essa ribadiva: “I termini della Dichiarazione del Cairo devono essere rispettati”. Nel settembre dello stesso anno, il Giappone firmò l’atto di resa in cui prometteva di adempiere fedelmente agli obblighi stabiliti nella Proclamazione di Potsdam. Il 25 ottobre il Governo cinese annunciò la ripresa dell’esercizio della sovranità su Taiwan; a Taipei si tenne la cerimonia per l’accettazione della resa del Giappone nella provincia, all’interno del teatro di guerra cinese delle potenze alleate. Da quel momento in poi, la Cina recuperò Taiwan de jure e de facto attraverso una serie di documenti con valore giuridico internazionale.
Il 1° ottobre 1949 fu fondata la Repubblica Popolare Cinese (RPC), successore della Repubblica di Cina (1912-1949), e il Governo della RPC divenne l’unico legittimo di tutta la Cina. Il nuovo esecutivo sostituì il precedente regime del Kuomintang in una situazione in cui la Cina, in quanto soggetto di diritto internazionale, non subì cambiamenti e la sua sovranità e il suo territorio intrinseco rimasero immutati. Di conseguenza, il Governo della RPC avrebbe dovuto godere ed esercitare la piena sovranità della Cina, inclusa quella su Taiwan.
A seguito della guerra civile cinese della fine degli anni ‘40 e dell’ingerenza di forze esterne, le due sponde dello Stretto di Taiwan sono precipitate in una situazione di prolungato confronto politico. Tuttavia, la sovranità e il territorio della Cina non sono mai stati divisi e lo status di Taiwan come parte integrante del territorio cinese non è mai cambiato; e, come sottolineato più volte, la Repubblica Popolare Cinese non permetterà che cambi[1].
Durante la sua 26ª sessione il 25 ottobre 1971, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Risoluzione 2758 che impegnava a “restituire tutti i suoi diritti alla Repubblica Popolare Cinese e a riconoscere i rappresentanti del suo Governo come gli unici legittimi rappresentanti della Cina presso le Nazioni Unite, e ad espellere immediatamente i rappresentanti di Chiang Kai-shek dal posto che occupano illegalmente alle Nazioni Unite e in tutte le organizzazioni ad esse collegate”. Questa risoluzione risolse una volta per tutte le questioni politiche, legali e procedurali relative alla rappresentanza della Cina all’ONU, e riguardò l’intero Paese, Taiwan compresa. Stabilì inoltre che la Cina ha diritto a un solo seggio all’ONU, eliminando così la distinzione tra “due Cine” e “una Cina, una Taiwan”.
Le agenzie specializzate delle Nazioni Unite adottarono in seguito ulteriori risoluzioni che restituivano alla Repubblica Popolare Cinese la sua sede legittima ed espellevano i rappresentanti delle autorità di Taiwan. Una di queste è la Risoluzione 25.1, adottata alla 25ª Assemblea Mondiale della Sanità nel maggio 1972. Nei pareri giuridici ufficiali dell’Ufficio degli Affari Legali del Segretariato delle Nazioni Unite si affermava chiaramente che “le Nazioni Unite considerano ‘Taiwan’ una provincia della Cina senza uno status separato” e che “le ‘autorità di ‘Taipei’ non sono considerate … come se godessero di alcuna forma di status di governo”.
La legittimità, la validità e l’autorità della Risoluzione 2758 sono inattaccabili. Dopo la sua adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tutti i documenti ufficiali dell’ONU si riferiscono a Taiwan come “Provincia della Cina”. Questa è stata la posizione costante delle Nazioni Unite ed è chiaramente documentata[2].
La riunificazione pacifica tra Cina continentale e Taiwan
Il Governo cinese ha avanzato la proposta di una “riunificazione pacifica” già negli anni ‘50. Nel maggio del 1955, il Primo Ministro Zhou Enlai dichiarò che “il popolo cinese è disposto, quando le condizioni lo permetteranno, a impegnarsi per liberare Taiwan con mezzi pacifici”. Nel maggio del 1960, il Presidente Mao dichiarò che, a condizione che Taiwan fosse restituita alla Madrepatria, fatta eccezione per gli affari esteri che devono essere gestiti dalle Autorità nazionali, tutto il potere militare e politico, nonché il potere di nomina dei funzionari, possono essere delegati alle autorità di Taiwan. Nel gennaio del 1979, Deng Xiaoping promosse il concetto di “un Paese, due sistemi” e dichiarò che “quando Taiwan tornerà nell’abbraccio della Madrepatria, rispetteremo la realtà e il sistema esistente”. Il 30 settembre 1981, Ye Jianying, presidente del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo cinese, presentò ufficialmente una proposta in nove punti per realizzare la riunificazione pacifica della Cina continentale e di Taiwan. Affermò che “dopo la riunificazione della Cina, Taiwan potrà diventare una regione amministrativa speciale. Potrà godere di un elevato grado di autonomia e mantenere le proprie forze militari. Il Governo nazionale non interverrà negli affari interni di Taiwan”. Inoltre: “gli attuali sistemi socio-economici di Taiwan rimarranno invariati, il suo stile di vita non cambierà e i suoi legami economici e culturali con i Paesi stranieri non si modificheranno”.
Nel 1982, durante la Quinta Sessione del Congresso Nazionale del Popolo, fu aggiunta alla Costituzione della Repubblica Popolare Cinese una disposizione relativa all’istituzione di regioni amministrative speciali, fornendo così la base giuridica per la realizzazione del principio “un Paese, due sistemi”. Il 30 gennaio 1995, il Presidente Jiang Zemin pronunciò un importante discorso intitolato: “Continuare a impegnarsi per il completamento della grande causa della riunificazione della Cina”. In tale discorso, elaborò il concetto di “un Paese, due sistemi” e formulò una proposta in otto punti per migliorare le relazioni tra le due sponde dello Stretto nella fase attuale e accelerare il processo di riunificazione pacifica della Cina.
Il concetto scientifico di Deng Xiaoping “un Paese, due sistemi” è stato elaborato alla luce della realtà di Taiwan. Esso sostiene la sovranità statale della Cina e al contempo tiene pienamente conto delle specifiche condizioni di Taiwan. Secondo il concetto “un Paese, due sistemi”, all’interno dello Stato sovrano della Repubblica Popolare Cinese coesisteranno due sistemi. Partendo dal presupposto di una sola Cina, la maggior parte del Paese adotterà il sistema socialista, mentre il sistema capitalistico e lo stile di vita di Taiwan rimarranno invariati per un lungo periodo. Questo concetto è estremamente flessibile, in quanto esprime pienamente il principio della riunificazione della Cina e della difesa della sua sovranità, tenendo al contempo in piena considerazione la storia e la realtà di Taiwan.
L’applicazione del concetto “un Paese, due sistemi” faciliterà la riunificazione della Cina, il rinnovamento della nazione cinese e la pace e lo sviluppo nel mondo, come dimostrato dai casi di Hong Kong e Macao. Guidati dal principio fondamentale “un Paese, due sistemi” e dalle relative politiche, sono stati compiuti importanti progressi nelle relazioni tra le due sponde dello Stretto. Gli scambi in ambito personale, scientifico, culturale e sportivo hanno mantenuto un forte slancio, e gli affari hanno apportato grandi benefici economici ad entrambe le parti.
Il futuro di Taiwan risiede nella sua riunificazione con la Madrepatria e il tentativo di dividere la Cina non sarà mai accettato da Pechino come alternativa: “La minoranza che a Taiwan tradisce il principio di una sola Cina e propugna la creazione di ‘due Cine’ o ‘una Cina, una Taiwan’ nel tentativo di dividere la Cina sono destinati al fallimento, poiché la riunificazione del Paese è la tendenza del tempo attuale”.
Il contesto culturale ed economico per la riunificazione
Nel corso dei 5.000 anni di storia della Cina, la riunificazione nazionale e l’opposizione alla divisione sono rimaste un ideale comune e una tradizione condivisa da tutta la nazione. Nell’era moderna, a partire dalla metà del XIX secolo (“secolo delle umiliazioni”), a causa dell’aggressione delle potenze occidentali e della decadenza del sistema feudale, la Cina si è gradualmente ridotta a una società semi-feudale e semi-coloniale, attraversando un periodo di sofferenza senza precedenti. Il Paese ha subito un’intensa umiliazione, il popolo ha sofferto enormemente e la civiltà cinese è sprofondata nell’oscurità. L’occupazione giapponese di Taiwan, durata 50 anni, ha incarnato questa umiliazione e ha inflitto agonia a entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan. Le due parti si fronteggiano attraverso una striscia d’acqua, eppure sono ancora parecchio distanti. Il fatto che la riunificazione non sia ancora avvenuta è una cicatrice lasciata dalla storia sulla nazione cinese e i Cinesi, da entrambe le sponde, dovrebbero lavorare insieme per raggiungere la riunificazione e sanare questa ferita.
La rinascita nazionale è stata il sogno più grande del popolo e della nazione cinesi fin dall’inizio dell’era moderna. Solo realizzando la completa riunificazione nazionale, i Cinesi su entrambe le sponde dello Stretto potranno scrollarsi di dosso l’ombra della guerra civile e creare e godere di una pace duratura. La riunificazione nazionale è l’unica via per evitare il rischio di una nuova invasione e occupazione di Taiwan da parte di Paesi stranieri, per sventare i tentativi di forze esterne di contenere la Cina e per salvaguardare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo dell’intero Paese.
Come disse una volta il dottor Sun Yat-sen, il grande pioniere della rivoluzione cinese: “L’unificazione è la speranza di tutti i cittadini cinesi. Se la Cina potrà essere unificata, tutti i Cinesi godranno di una vita felice; se non potrà esserlo, tutti soffriranno”.
Lo sviluppo e il progresso della Cina sono un fattore chiave nel determinare l’andamento delle relazioni tra le due sponde dello Stretto e la realizzazione della completa riunificazione nazionale. In particolare, i grandi risultati ottenuti in quattro decenni di riforme, apertura e modernizzazione hanno avuto un profondo impatto sul processo storico di risoluzione della questione di Taiwan e sulla realizzazione della completa riunificazione nazionale. Indipendentemente dal partito o gruppo politico al potere a Taiwan, ciò non può alterare il corso dei progressi nelle relazioni tra le due sponde dello Stretto né la tendenza verso la riunificazione nazionale.
Le statistiche del Fondo Monetario Internazionale mostrano che nel 1980 il PIL della Cina continentale era di circa 303 miliardi di dollari USA, poco più di 7 volte quello di Taiwan, che era di circa 42,3 miliardi di dollari USA; nel 2021, il PIL della Cina continentale era di circa 17,46 trilioni di dollari USA, più di 22 volte quello di Taiwan, che era di circa 790 miliardi di dollari USA.
Lo sviluppo e il progresso della Cina, e in particolare il costante incremento della sua potenza economica, della sua forza tecnologica e delle sue capacità di difesa nazionale, rappresentano un efficace freno alle attività separatiste e alle interferenze di forze esterne. Offrono inoltre ampi spazi e grandi opportunità per gli scambi e la cooperazione tra le due sponde dello Stretto. Man mano che un numero sempre maggiore di compatrioti di Taiwan, soprattutto giovani, prosegue gli studi, avvia attività commerciali, cerca lavoro o si trasferisce nella Cina continentale, gli scambi, l’interazione e l’integrazione si intensificano in tutti i settori, i legami economici e personali tra le popolazioni si approfondiscono e le comuni identità culturali e nazionali si rafforzano, spingendo le relazioni tra le due sponde dello Stretto verso la riunificazione.
Le difficoltà politiche a Taiwan
Le Autorità del DPP hanno adottato una posizione separatista e collaborato con forze esterne in una serie di azioni provocatorie volte a dividere il Paese. Si rifiutano di riconoscere il principio di “una sola Cina”, distorcono e negano il “Consenso del 1992”[3]. Affermano che Taiwan e la Cina continentale non dovrebbero essere subordinate l’una all’altra e proclamano una nuova teoria dei “due Stati”. Sull’Isola, premono costantemente per la “de-sinizzazione” e promuovono concetti come “l’indipendenza graduale”. Gli attuali dirigenti del Partito Progressista Democratico incitano i separatisti radicali, sia all’interno che all’esterno del DPP, a fare pressioni per emendamenti alla loro “costituzione” e alle loro “leggi”, cercano di rafforzare le Forze Armate con l’aiuto militare esterno, ostacolano e minano gli scambi, la cooperazione e lo sviluppo integrato tra le due sponde dello Stretto.
Lo scorso anno, in risposta al primo dei cosiddetti “10 colloqui sul Paese” di Lai Ching-te, Chen Binhua, portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese, ha espresso una dura condanna, affermando che le dichiarazioni di Lai erano piene di menzogne e inganni, ostilità e provocazioni, e che le sue distorsioni della storia, della realtà e dei principi giuridici “saranno spazzate via dalla storia”. Lai ha esagerato la cosiddetta “minaccia della Cina continentale”, ha promosso una serie di “17 controstrategie”, ha sostenuto lo scontro con la Cina continentale, ha intensificato il “terrore verde” e ha cercato di ostacolare gli scambi tra le due sponde dello Stretto, “il tutto in contrasto con il sentimento pubblico e la volontà del popolo”.
Le interferenze esterne rappresentano un ostacolo significativo alla riunificazione della Cina[4]. Ancora perse nelle illusioni di egemonia e intrappolate in una mentalità da Guerra Fredda, alcune forze negli Stati Uniti insistono nel percepire e descrivere la Cina come un importante avversario strategico e una seria minaccia a lungo termine. Fanno di tutto per indebolire e mettere sotto pressione la Cina, sfruttando Taiwan come comodo strumento. Da un lato, incitano le forze separatiste a creare tensione e disordini nelle relazioni tra le due sponde dello Stretto. D’altro canto, accusano la Cina continentale di coercizione, di pressioni su Taiwan e di modifiche unilaterali dello status quo, al fine di incoraggiare queste forze e creare ostacoli alla riunificazione pacifica della Cina.
I principi fondamentali del rispetto della sovranità statale e dell’integrità territoriale, sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, sono i pilastri del diritto internazionale moderno e le norme basilari delle relazioni internazionali. È un diritto sacro di ogni Stato sovrano salvaguardare l’unità nazionale e l’integrità territoriale; ovvio che il Governo cinese abbia il diritto di adottare tutte le misure necessarie per risolvere la questione di Taiwan e raggiungere la riunificazione nazionale, libera da interferenze esterne.
Dietro la cortina fumogena di “libertà, democrazia e diritti umani” e di “difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole”, alcune forze anti-cinesi negli Stati Uniti distorcono deliberatamente la natura della questione di Taiwan – che è una questione puramente interna alla Cina – così come hanno fatto in precedenza con il Tibet/Xizang, Hong Kong e lo Xinjiang.
Per realizzare una riunificazione pacifica, bisogna riconoscere che la Cina continentale e Taiwan hanno sistemi sociali e ideologie distinti. Il principio “un Paese, due Sistemi” è la soluzione più inclusiva a questo problema. Si tratta di un approccio fondato su principi democratici, che dimostra buona volontà, mira a una risoluzione pacifica della questione di Taiwan e apporta benefici reciproci. Le differenze nei sistemi sociali non sono né un ostacolo alla riunificazione né una giustificazione per il secessionismo. La Cina si è detta disposta a collaborare con tutti i partiti, gruppi e singoli individui di Taiwan in un ampio scambio di opinioni volto a risolvere le divergenze politiche tra le due sponde, sulla base del principio di “una sola Cina” e del “Consenso del 1992”. In una eventuale trattativa, i rappresentanti saranno proposti da tutti i partiti politici e da tutti i settori della società di entrambe le sponde ed essi parteciperanno a consultazioni democratiche sullo sviluppo pacifico delle relazioni, sullo sviluppo integrato e sulla riunificazione pacifica del Paese.
La Cina intende esplorare un approccio innovativo e assumere un ruolo guida nella creazione di una zona pilota per lo sviluppo inclusivo tra le due sponde dello Stretto nella provincia del Fujian, promuovendo l’assimilazione attraverso una migliore connettività e politiche più favorevoli, basate sulla fiducia e la comprensione reciproche. Entrambe le parti dovrebbero così continuare a promuovere la connettività in ogni settore in cui sia vantaggiosa, compresa la cooperazione commerciale ed economica, le infrastrutture, l’energia e le risorse, e gli standard industriali. Lo stesso principio vale per quanto riguarda la cooperazione in ambito culturale, educativo e sanitario, nonché la condivisione della sicurezza sociale e delle risorse pubbliche; sostenendo le aree limitrofe o le aree con condizioni simili su entrambe le sponde nell’erogazione di servizi pubblici equi, universali e accessibili. Così come un’azione concreta per istituzionalizzare la cooperazione economica sarebbe quella di creare un mercato comune per entrambe le parti al fine di rafforzare la prosperità del Paese.
In caso di unificazione pacifica, Pechino promette di migliorare i sistemi e le politiche per garantire il benessere dei connazionali taiwanesi e assicurarsi che siano trattati alla pari nella Cina continentale, proteggendo i loro legittimi diritti e interessi nella Repubblica Popolare, in conformità con la legge. Inoltre Pechino sosterrebbe i connazionali cinesi e le imprese taiwanesi nella partecipazione all’Iniziativa “Belt and Road”, alle principali strategie di sviluppo regionale, aiutandoli ad integrarsi nelle nuove dinamiche di sviluppo.
Anche la creatività culturale riceverebbe un grande impulso. Entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan condividono la cultura e i valori della nazione cinese, che potrebbero fiorire e prosperare.
A condizione che la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo della Cina siano garantiti, dopo la riunificazione Taiwan godrebbe di un elevato grado di autonomia come regione amministrativa speciale. Il sistema sociale e lo stile di vita di Taiwan verrebbero pienamente rispettati; la proprietà privata, le credenze religiose, i diritti e gli interessi legittimi del popolo di Taiwan rimarrebbero tutelati.
I popoli separati dallo Stretto di Taiwan condividono lo stesso sangue e un destino comune. Dopo la riunificazione, la Cina godrebbe di maggiore influenza e prestigio internazionale, nonché di una maggiore capacità di plasmare l’opinione pubblica mondiale, mentre il popolo cinese otterrebbe una maggiore autostima, fiducia in sé stesso e orgoglio nazionale.
La riunificazione pacifica dello Stretto di Taiwan non solo gioverebbe alla nazione cinese, ma a tutti i popoli e alla comunità internazionale nel suo complesso. La riunificazione della Cina non pregiudicherebbe i legittimi interessi di nessun altro Paese, compresi gli interessi economici che potrebbero avere a Taiwan. Al contrario, offrirebbe maggiori opportunità di sviluppo a tutti i Paesi; creerebbe un impulso positivo per la prosperità e la stabilità nella regione Asia-Pacifico e nel resto del mondo; contribuirebbe maggiormente alla costruzione di una comunità globale dal futuro condiviso, promuovendo la pace e lo sviluppo nel mondo e favorendo il progresso umano.
Dopo la riunificazione, i Paesi stranieri potrebbero continuare a sviluppare relazioni economiche e culturali con Taiwan. Con l’approvazione del Governo centrale cinese, essi potrebbero istituire consolati o altre istituzioni ufficiali e quasi ufficiali a Taiwan, mentre le organizzazioni e agenzie internazionali potrebbero aprire uffici, applicare le convenzioni internazionali pertinenti ed ospitarvi conferenze rilevanti.
Il pragmatismo cinese su Taiwan
Quando Xi Jinping ha accolto Cheng Li-wun, presidente del Kuomintang (KMT), il principale partito di opposizione di Taiwan, a Pechino lo scorso 10 aprile, si è trattato del primo incontro tra il Presidente cinese e un leader del KMT dal 2016. I due leader si sono impegnati a promuovere lo “sviluppo pacifico delle relazioni tra le due sponde dello Stretto” sulla base del rispetto del “Consenso del 1992” e dell’opposizione all’indipendenza di Taiwan. Due giorni dopo, la Cina ha annunciato “dieci misure politiche per promuovere gli scambi e la cooperazione tra le due sponde dello Stretto”.
Tali misure hanno riaffermato la continua ricerca da parte della leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) di una strategia volta a garantire la riunificazione in maniera pacifica. Delineata per la prima volta nel 2023, con l’annuncio della provincia del Fujian come “zona dimostrativa per lo sviluppo integrato”, essa mira ad aumentare gli scambi economici, legali e sociali tra le due sponde dello Stretto. Tale strategia si basa su precedenti sforzi per creare zone dimostrative simili e sul Libro Bianco di Taiwan del 2022, che incaricava i funzionari del partito di compiere “sforzi innovativi per la riunificazione pacifica”. L’obiettivo è allineare gli standard legali e normativi a quelli di Taiwan, influenzando positivamente l’opinione pubblica e attirando un maggior numero di imprese taiwanesi in Cina.
Il sostegno ai massimi livelli per questa politica è stato visibilmente manifestato nell’ottobre 2024, quando Xi Jinping ha visitato la zona dimostrativa del Fujian e auspicato maggiori scambi tra le due sponde dello Stretto. Questo gesto è stato interpretato dai funzionari locali come l’appoggio di Xi per un ulteriore sviluppo della zona. Due giorni dopo la visita, l’Ufficio per gli Affari di Taiwan locale si è impegnato ad “aprire nuove strade” e, più tardi nello stesso mese, la provincia del Fujian ha annunciato un terzo pacchetto di politiche per l’integrazione tra le due sponde dello Stretto.
Wang Huning, membro del Comitato permanente del Politburo, ha posto maggiore enfasi, anno dopo anno, sulle misure di integrazione tra le due sponde dello Stretto in occasione della Conferenza annuale sugli affari di Taiwan. Il resoconto della conferenza del 2024 affermava che Wang “aveva auspicato un approfondimento dello sviluppo integrato tra le due sponde dello Stretto”, nonché la diffusione della cultura cinese e la promozione dell’armonia spirituale – due temi ripresi nei resoconti del 2025 e del 2026.
Dal 2023, altre province hanno tentato di replicare alcuni aspetti della Zona dimostrativa del Fujian; ad esempio, nel giugno 2024, la città di Dongguan ha annunciato piani per “nuovi modelli di integrazione tra le due sponde dello Stretto”. Queste iniziative hanno ricevuto il sostegno del Governo centrale, con Zhou Haibing, vicepresidente della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, che ha organizzato una conferenza interministeriale e provinciale sulle proposte nel giugno 2025, alla quale hanno partecipato 15 dipartimenti governativi.
In terzo luogo, il 15° Piano quinquennale, delineando gli obiettivi strategici della Cina per il periodo 2026-2030, ha esortato i funzionari a “introdurre e attuare continuamente politiche e misure a beneficio dei compatrioti e delle imprese di Taiwan”. Ha inoltre sostenuto il futuro sviluppo delle zone di sviluppo transfrontaliere e dei centri di cooperazione nelle province di Fujian, Pingtang, Kunshan e Dongguan.
Le misure di integrazione transfrontaliera nel Fujian si sono concentrate principalmente sull’attrarre un maggior numero di imprese e cittadini taiwanesi nella provincia, soprattutto attraverso la creazione di tutele legali e normative a loro favore. Esse mirano a garantire il riconoscimento delle qualifiche professionali e dei documenti d’identità rilasciati a Taiwan e a fornire maggiore supporto legale per aiutare le imprese taiwanesi a comprendere le normative locali e a mediare le controversie commerciali.
Nel 2025 l’attenzione si è spostata sulla riduzione delle differenze tra le normative e gli standard del Fujian e di Taiwan. Ciò ha incluso l’implementazione di un “meccanismo di condivisione degli standard” che incoraggia l’adozione degli standard taiwanesi nei settori in cui sono più avanzati, nonché la promozione di una vita più attraente nel Fujian per i cittadini taiwanesi. I funzionari hanno anche offerto alloggi e trasporti pubblici gratuiti, agevolazioni fiscali e altri programmi preferenziali ai cittadini taiwanesi. Entro febbraio 2025, sarebbero stati emanati un totale di 285 standard comuni transfrontalieri, riguardanti elettronica, prodotti agricoli, servizi ed energie rinnovabili.
L’approccio più sistematico si è riflettuto nelle 12 misure politiche annunciate dalla Banca Popolare Cinese nel giugno 2025, incentrate sull’approfondimento dell’integrazione del settore finanziario attraverso lo Stretto di Taiwan. Tale cambiamento dimostra che la politica delle zone dimostrative sta progredendo, con i funzionari che si stanno muovendo verso la creazione di un sistema di misure più olistico che incoraggi una maggiore integrazione economica, legale e sociale tra le due sponde dello Stretto. Queste misure continuano a comprendere un’ampia gamma di settori, tra cui istruzione, cultura, turismo e sport.
Le dieci misure annunciate dopo l’incontro Xi-Cheng includono piani per lo sviluppo delle forniture di elettricità e gas a Kinmen, oltre all’attuale approvvigionamento idrico che le isole già ricevono dal Fujian, e per il completamento del ponte di collegamento che la Cina ha iniziato a costruire. In vista della prevista apertura dell’aeroporto internazionale di Xiamen Xiang’an – su un’isola artificiale a soli tre chilometri da Kinmen – entro la fine dell’anno, tra le dieci misure è presente anche un’importante dichiarazione secondo cui “Kinmen sarà supportata nell’utilizzo del nuovo aeroporto”.
Le misure di integrazione tra le due sponde dello Stretto sono accolte in modo molto positivo da politici, imprese e residenti di Kinmen. In risposta alle proposte, i consiglieri locali di Kinmen hanno suggerito che una delegazione si rechi in Cina continentale per sollecitare la realizzazione di “allacciamenti elettrici e del gas”. Cresce anche l’interesse per il ponte Xiamen-Kinmen, come dimostra la visita, nel novembre 2025, di circa 40 residenti di Kinmen al cantiere in Fujian dove è in costruzione.
Naturalmente, nei rapporti tra Cina e Taiwan non si può dimenticare la questione semiconduttori.
Se si ascoltano i principali media occidentali, le linee di battaglia sono chiare. Gli Stati Uniti controllano i punti strategici, ASML impedisce ai cinesi di possedere le sue macchine per la litografia EUV e gli stabilimenti di TSMC a Taiwan rimangono il “gioiello della corona” irraggiungibile. La Cina è accerchiata. E sappiamo tutti che i Cinesi sono maestri del gioco del Go, dove essere accerchiati è la peggiore posizione possibile.
Ma se si osserva più da vicino ciò che sta realmente accadendo in termini di innovazione e invenzione, emerge una realtà ben diversa. Oggi la Cina non sta più cercando di recuperare terreno in una corsa definita dall’Occidente ma sta superando gli ostacoli uno dopo l’altro.
Allo stesso tempo, la Cina non sta puntando su un unico operatore per risolvere il problema dell’EUV. Sta portando avanti una dozzina di scommesse parallele in tutto il Paese. La società SMEE deposita brevetti per la litografia tradizionale, l’Istituto di Tecnologia di Harbin vince premi per i suoi metodi alternativi al plasma indotto da laser e startup come Hefei Lumiverse costruiscono sorgenti luminose EUV di dimensioni desktop. E a porte chiuse, un “Progetto Manhattan” a Shenzhen sembra stia già assemblando prototipi EUV funzionanti: “Se gli Stati Uniti non avessero imposto restrizioni all’esportazione di chip, Huawei avrebbe molto probabilmente continuato ad approvvigionarsi da tutto il mondo e il settore cinese dei semiconduttori probabilmente non si sarebbe evoluto così rapidamente fino a diventare una tale minaccia commerciale per gli Stati Uniti, cosa che invece è esattamente accaduta”[5].
Mentre l’Occidente è ossessionato dalla capacità di TSMC+ASML di miniaturizzare i transistor al silicio fino all’ultimo strato atomico, la Cina sta finanziando, in silenzio, i prossimi 50 anni di informatica. Se non è facile vincere la corsa al nanometro sul silicio, perché non cambiare il materiale? Si pensi ai chip fotonici cinesi Meteor-1, che utilizzano la luce anziché l’elettricità per eseguire calcoli. Si pensi al primo chip AI al mondo basato sul carbonio, che utilizza la logica ternaria in base 3 anziché la logica binaria usata per decenni. Oppure il microprocessore WUJI dell’Università di Fudan, realizzato con materiali MoS₂ bidimensionali, un chip da 1 nm creato senza l’ausilio di macchine ASML.
Come ha recentemente affermato Jensen Huang di Nvidia, i controlli sulle esportazioni stanno fallendo perché “i chip per l’IA possono essere migliorati notevolmente con semplici modifiche architetturali e di packaging”. L’industria dell’Intelligenza Artificiale si sviluppa su cinque livelli (energia, chip, infrastrutture, modelli e applicazioni) e la Cina sta ottenendo ottimi risultati in tutti e cinque, mentre gli Stati Uniti d’America sono perlopiù concentrati su un solo livello: i modelli.
Secondo SEMI (Semiconductor Equipment and Materials International) e Allianz Research, la Cina ha avviato la costruzione di circa 37 nuove fabbriche di chip tra il 2023 e il 2025. Si tratta di un numero più che doppio rispetto a Stati Uniti ed Europa messi insieme. Alcuni di questi progetti sono falliti, ma quelli sopravvissuti stanno aumentando la produzione a un ritmo senza precedenti. Entro il 2028, si prevede che la Cina controllerà il 42% della capacità mondiale di chip a nodo maturo. Jensen Huang ha addirittura affermato che la Cina produce il 60% dei chip mainstream mondiali, forse anche di più. Si tratta dei chip a 28 nm e precedenti, che non sono in grado di eseguire modelli di linguaggio complessi, ma che alimentano le nostre auto, i dispositivi medici, le turbine eoliche e la maggior parte dei sistemi di difesa.
L’industria cinese dei chip si sta rapidamente evolvendo in una sorta di “piattaforma Temu” per i semiconduttori: più economica, con consegne rapide, personalizzabile e presto in grado di soddisfare la maggior parte della domanda globale di chip[6].
Conclusioni
I media occidentali spesso descrivono un’invasione cinese di Taiwan come “una guerra dei chip”, un disperato tentativo di impadronirsi degli impianti di produzione all’avanguardia di TSMC. Ma questa argomentazione, basata sul principio del gioco a somma zero, presenta un difetto fatale. Nel momento in cui le truppe cinesi attraversassero lo Stretto, le spedizioni di semiconduttori di TSMC in tutto il mondo si interromperebbero. Gli impianti non sono forniti di un manuale di istruzioni. E le macchine di ASML? Sono dotate di un interruttore di sicurezza remoto. La maggior parte degli ingegneri di TSMC se ne andrebbe e le catene di approvvigionamento collasserebbero. Le ripercussioni economiche globali sarebbero di gran lunga superiori a quelle viste durante la pandemia, anche per la Cina stessa. Un’invasione dell’Isola per i chip distruggerebbe proprio ciò che la Cina sta cercando di acquisire.
Perché allora la Cina dovrebbe rischiare una crisi economica, sapendo che il tempo le darà un vantaggio su altri tre fronti, solo per impadronirsi ora di aziende che dipendono interamente da attrezzature, software e prodotti chimici occidentali per funzionare?
Attraverso fabbriche all’avanguardia, un balzo tecnologico e il dominio di nodi produttivi maturi, la Cina sta costruendo un ecosistema alternativo per i semiconduttori che non dipende più da Taiwan. La Cina non sarà mai in grado di sostituire tutte le tecnologie mondiali dei semiconduttori e di diventare completamente indipendente, ma con ogni nuova azienda cinese che rifornisce il mondo, la dipendenza occidentale dai chip cinesi cresce.
In definitiva, sarà la dipendenza reciproca, e non il dominio assoluto, a determinare il nuovo equilibrio, esattamente come postulato da Pechino con il principio della Comunità di destino condivisa per l’umanità: “Tutti i popoli del mondo sono inseparabilmente legati e le nazioni devono collaborare”[7].
NOTE
[1] Taiwan è Cina? Storia e scenari futuri in Estremo Oriente, intervista di Stefano Vernole a cura di Federico Dal Cortivo, “L’Adige”, 10 giugno 2026.
[2] Costa-Turi-Vernole, La questione di Taiwan e la riunificazione pacifica della Cina, Anteo, Cavriago, 2023.
[3] In uno storico incontro tenutosi a Hong Kong nel 1992, Taipei e Pechino hanno concordato sull’esistenza di “un’unica Cina” che comprende sia quella continentale sia quella insulare.
[4] L’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato e l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato cinese hanno pubblicato un libro bianco intitolato “La questione di Taiwan e la riunificazione della Cina nella nuova era”, proprio a seguito delle tensioni scatenate dalla provocatoria visita della Presidente della Camera dei Rappresentanti statunitense Nancy Pelosi a Taiwan nel 2022. Il Libro Bianco include nuovi contenuti basati sulla situazione della nuova era, tra cui avvertimenti specifici al Partito Progressista Democratico (DPP), di orientamento secessionista, che attualmente governa l’isola, affermando che le sue azioni separatiste costituiscono ostacoli che “devono essere rimossi”. Il documento sottolinea inoltre il ruolo pericoloso degli Stati Uniti nell’interrompere il processo di riunificazione cinese. Il documento fornisce linee guida più chiare per la governance dell’Isola dopo la riunificazione e spiega perché ciò andrà a beneficio della comunità internazionale. Il documento chiarisce inoltre in quali circostanze la Cina continentale sarà costretta a ricorrere all’opzione militare: “L’uso della forza sarebbe l’ultima risorsa, da adottare solo in circostanze estreme. Saremo costretti ad adottare misure drastiche solo per rispondere alle provocazioni di elementi separatisti o forze esterne qualora dovessero oltrepassare le nostre linee rosse”. Nei due precedenti Libri Bianchi (pubblicati rispettivamente nel 1993 e nel 2000), il termine cinese “Taidu”, o “Indipendenza di Taiwan” in inglese, era menzionato cinque volte ciascuno, ma nell’ultimo il termine è menzionato 36 volte e il tono di avvertimento e critica è molto più severo e duro.
[5] Pascal Coppens, China’s Next Miracle, Pelckmans, 2026, p. 198.
[6] Temu è un marketplace online globale di proprietà della cinese PDD Holdings. Offre una vasta gamma di articoli a prezzi estremamente competitivi, collegando direttamente i consumatori ai produttori ed eliminando gli intermediari.
[7] Nel giugno del 2024 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la Risoluzione proposta dalla Cina che istituiva il 10 giugno di ogni anno come “Giornata internazionale del dialogo tra le civiltà”. Presso la sede generale delle Nazioni Unite a New York, la Missione permanente cinese presso l’ONU ha organizzato anche quest’anno un evento dal titolo “Esplorare nuovi percorsi per lo scambio tra civiltà, scrivere un nuovo capitolo della governance globale”, a cui hanno preso parte quasi 300 persone, tra cui rappresentanti di alto livello di vari Paesi e funzionari delle Nazioni Unite. In un messaggio scritto, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha dichiarato che “è necessario rafforzare la solidarietà attraverso il dialogo tra civiltà, per costruire un mondo più giusto e pacifico”. Tutte le parti hanno espresso apprezzamento per l’Iniziativa Globale per la Civiltà proposta dalla Cina, e per il contributo del Paese alla promozione del dialogo tra civiltà, concordando all’unanimità sul fatto che lo scambio possa creare consenso e che sia necessario lavorare insieme per un futuro migliore.
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