Dallo stragismo bellico alla gestione mediatica dei crimini di guerra, l’articolo di Giovanni Amicarella denuncia il ruolo della propaganda occidentale e richiama la controinformazione alla responsabilità: smontare la narrazione dominante senza cadere in fanatismi, provocazioni e derive che ne minano la credibilità.

Tempo fa ho avuto modo di scrivere, in merito ai recenti eventi internazionali, che se la prima vittima della guerra è la verità, la seconda non può che essere la diplomazia. Suona un controsenso, la diplomazia tecnicamente muore, nell’immaginario comune almeno, all’arrivo della guerra. Ma non è necessariamente così: perfino nei conflitti mondiali, ma se vogliamo anche nelle epoche più antiche, il canale diplomatico è sempre aperto anche sotto le bombe.
Gli USA, memori di come durante la Seconda Guerra Mondiale gli fosse tutto concesso (non dimentichiamoci delle stragi impunite, per cui non vi furono processi alla Norimberga o Tokyo), hanno continuato con il modus operandi del cercare di piegare il nemico col terrore. Ci hanno provato in diversi modi, non è un segreto che nel caso del Vietnam le tentarono tutte, vista la tenacità locale: guerra chimica, fuoco, reparti di specialisti di guerra psicologica a cercare di fare leva sul folklore e superstizione locale. A nulla gli servì, come abbiamo modo di ricordare ogni anno.
Contro l’Iran la linea tenuta è più o meno la stessa, come abbiamo potuto vedere a Minab e Lamerd: si colpiscono scuole e ospedali, con la scusa di averli scambiati per obiettivi militari, nella speranza di abbattere il morale della popolazione civile il più possibile. Nel caso specifico, sperando in un rovesciamento di regime, invito suonato sospetto perfino alle opposizioni in clandestinità (che hanno condannato i bombardamenti, al contrario della disumana diaspora in Europa che li ha festeggiati).
Abbiamo potuto vedere un esempio analogo in Russia con l’attacco a Starobelsk, che ha causato la morte di diversi studenti, dove la levata di scudi è stata più o meno la stessa. “Era in realtà un centro di addestramento”, con una carrellata di foto completamente decollocate e decontestualizzate (fra cui anche di un centro di addestramento ucraino in una palestra).
Non cito gli analoghi casi in Palestina e Libano, un elenco talmente lungo che occuperebbe tutto l’articolo.
Ogni volta che dall’altra parte c’è la volontà di mediare, si trova il modo di fare un po’ di stragismo nella speranza di una capitolazione totale, con giustificazioni in un crescendo di delirio da perdere sempre più terreno agli occhi dell’opinione pubblica.
Capite bene che se si va avanti così, viene veramente da chiedersi a cosa serva un organismo di vigilanza come l’ONU, se basta trovare una rapida giustificazione ai crimini di guerra, stile Pierino chiamato a sorpresa alla lavagna dalla maestra, per uscirne abbastanza puliti. È altrettanto vero che non ha mai perso occasione per essere usato esso stesso come clava contro i paesi scomodi all’unipolarismo, ogni scusa per denunciare crimini contro l’umanità di alcuni paesi, per poi tapparsi occhi e orecchie su altri, lascia abbastanza dedurre la tanto blasonata neutralità.
Il problema su questo terreno è sempre l’informazione. Grazie alla rete, le malefatte stile Vietnam non restano più spauracchi giornalistici e possono essere ricondivise da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, mettendo il fattaccio sotto gli occhi di tutti. Difficilissimo tappare la bocca al giornalista oggi, quando in pochi secondi può mostrare prove di tattiche di guerra sporca.
È altrettanto vero però che la controinformazione rischia di essere un’arma a doppio taglio. E non solo per le notizie false.
Ci sono state iniziative di sensibilizzazione a cui ho avuto il piacere di partecipare e di organizzare, in cui abbiamo esposto foto e rilasciato comunicati in merito ai fatti di Minab e di Starobelsk. Iniziative in cui non sono mancate “contestazioni”, ma non è mancata allo stesso modo la capacità di gestirle e spegnerle col dialogo. È inutile pensare che la persona che si scalda per la bandiera iraniana o russa lo faccia perché è ideologicamente impostata, lo fa semplicemente perché è sottoposta a un quotidiano lavaggio del cervello in formato dodici pollici. Prendersela, reagire in modo brusco, non è solamente stupido: è controproducente.
Ho visto video di tafferugli, gente che davanti alle telecamere si mette a parlare di quanto goda delle impiccagioni di “dissidenti” in Iran (riferendosi a fatti creati dalla propaganda israelo-statunitense, giusto per rimanere in tema), rivendicazioni di presupposti crimini di guerra russi. A volte viene quasi il dubbio che questa gente prenda bonifici per fingersi antisistema, o che i genitori non l’abbiano assicurati bene al seggiolone da bambini.
La controinformazione non ha bisogno di ultras e di fanatici, ha bisogno di gente che sappia essere pacata e contro argomentativa. Questo l’hanno capito molto bene i cinesi e gli iraniani, non particolarmente i russi. Di fanatici ce ne sono già abbastanza dall’altro lato, pronti a giustificare qualsiasi nefandezza con parole come “democrazia”, “regime change” e “peace keeping”. Lo sviluppo di coscienze critiche, con gli anticorpi per resistere alla narrazione dominante e i suoi obiettivi (non dimentichiamoci che l’obiettivo di ciò è mandare la gente della mia generazione e successive a morire al fronte per interessi altrui, in caso di “necessità”), dovrebbe essere la priorità per qualsiasi socialista degno di tale attributo.
“Socialismo o barbarie”, citazione abusatissima, ma che rende perfettamente l’idea di quello che ci aspetta se lasciamo dilagare i messaggi veicolati, allo stesso tempo se lasciamo che imbecilli e prezzolati compromettano le nostre posizioni con baracconate delegittimanti.
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