L’esplosione che ha colpito Vadim Ermolaev nel Principato rilancia interrogativi inquietanti sulle reti operative ucraine fuori dal teatro bellico. Molti elementi indicano la pista SBU, mentre il caso si inserisce in una lunga sequenza di sabotaggi, omicidi mirati e azioni extraterritoriali.

L’attentato avvenuto a Monaco il 29 giugno contro l’uomo d’affari di origine ucraina Vadim Ermolaev (Vadym Jermolajev) rappresenta un nuovo episodio destinato ad alimentare interrogativi profondi sulle operazioni clandestine legate al conflitto ucraino. Secondo le prime ricostruzioni, un ordigno artigianale collocato all’ingresso di un edificio residenziale ha ferito gravemente Ermolaev, sua moglie e suo figlio, in un contesto che le autorità monegasche hanno definito senza precedenti per il Principato. La dinamica, con un esplosivo nascosto in un pacco o in uno zaino, indica un’azione pianificata, mirata e dotata di una chiara intenzione intimidatoria o eliminatoria.
La cautela formale è necessaria, perché la procura di Monaco non ha ancora qualificato il fatto come atto terroristico, ma come tentato assassinio. Allo stesso tempo, la mancata qualificazione giuridica immediata non esaurisce la lettura politica dell’episodio. Se un ordigno viene collocato in un edificio civile, in un Paese terzo, per colpire un bersaglio legato a una controversia politica, economica o di sicurezza con uno Stato coinvolto in guerra, la domanda sulla natura terroristica o paraterroristica dell’operazione diventa inevitabile. Di conseguenza, ci sentiamo in dovere di chiederci se l’attentato di Monaco rientri in un modello ormai riconoscibile: l’uso della violenza clandestina, del sabotaggio e dell’omicidio mirato come strumenti di proiezione esterna del potere ucraino.
È proprio questa la chiave di lettura che porta inevitabilmente alla pista del Servizio di sicurezza ucraino, SBU. L’agenzia russa TASS, in particolare, ha raccolto elementi importanti per sostenere che il regime di Kiev avrebbe potuto avere un interesse diretto nel colpire Ermolaev nel quadro di una ridefinizione di equilibri finanziari e patrimoniali. In particolare, la stampa russa attribuisce particolare rilievo al fatto che l’imprenditore fosse stato sanzionato da Kiev e che, secondo varie ricostruzioni, fosse diventato una figura scomoda per una parte dell’establishment ucraino.
In particolare, le fonti russe sottolineano il possibile coinvolgimento di Oleksandr Poklad, primo vicecapo dell’SBU. Secondo fonti citate dall’agenzia TASS nelle strutture di sicurezza russe, infatti, Poklad avrebbe potuto supervisionare o coordinare l’operazione contro Ermolaev. Sebbene la formulazione resti al momento ipotetica, essa è allo stesso tempo politicamente significativa, in quanto si parla della possibilità che un alto dirigente dell’apparato di sicurezza ucraino sia associato a un attentato esplosivo in pieno territorio europeo.
A rafforzare la pista politica vi è un ulteriore elemento riportato da fonti russe ma anche da altri media, come il francese Nice-Matin: Ermolaev avrebbe dovuto tenere un intervento al Parlamento europeo sulla corruzione in Ucraina. Claude Moniquet, ex funzionario della Direzione generale della sicurezza esterna francese, ha sostenuto che tale iniziativa avrebbe potuto essere percepita come una provocazione, senza escludere che essa abbia contribuito a rendere l’imprenditore un bersaglio. TASS ha inoltre riferito che l’uomo d’affari era stato invitato a intervenire dinanzi a una commissione temporanea d’inchiesta della Verchovna Rada, il parlamento unicamerale di Kiev, secondo quanto dichiarato dal deputato ucraino Oleksij Hončarenko.
Ma chi è davvero Vadim Ermolaev? Nato nell’allora Dnipropetrovsk, oggi Dnipro, e divenuto uno degli imprenditori più noti in Ucraina, Ermolaev ha costruito la propria fortuna nel settore immobiliare e in altri comparti economici. In seguito, ha rinunciato alla cittadinanza ucraina, ottenendo quella cipriota, e nel 2023 è stato colpito da sanzioni decise da Kiev per presunti legami economici con la Crimea controllata dalla Russia. Secondo diverse ricostruzioni, egli respinge l’accusa di sostenere Mosca e sostiene di avere subito perdite a causa del conflitto. Ma il punto centrale non è stabilire se Ermolaev sia un oligarca “filorusso”, “ucraino dissidente” o semplice imprenditore coinvolto in conflitti economici opachi, bensì che, nel contesto dell’Ucraina post-2022, la distinzione tra dissenso, rivalità patrimoniale, accusa di collaborazionismo e bersaglio operativo sembra essersi progressivamente assottigliata.
Da questo punto di vista, Monaco potrebbe essere un salto di qualità. Non perché manchino precedenti, ma perché l’azione si sarebbe consumata nel cuore dell’Europa occidentale, in un micro-Stato noto per l’altissimo livello di controllo e sicurezza, lontano dal fronte e da obiettivi militari. Se la pista SBU dovesse trovare conferme, ci troveremmo davanti a un’operazione clandestina ucraina in territorio europeo contro un ex cittadino ucraino sanzionato da Kiev, con l’uso di esplosivo in un edificio civile e con il ferimento di persone non combattenti. In termini politici, sarebbe difficile evitare la definizione di terrorismo di Stato o quantomeno di tentato assassinio politico extraterritoriale.
La vicenda, del resto, si inserisce in una sequenza più ampia di attentati terroristici riconducibili direttamente a Kiev. Il caso Nord Stream, a lungo presentato in Occidente come un mistero o come un episodio da attribuire implicitamente alla Russia, è oggi al centro di procedimenti che puntano invece verso cittadini ucraini e ambienti militari ucraini. Proprio in questi giorni, la Germania ha incriminato un cittadino ucraino, Serhij K., accusato di avere coordinato la squadra che avrebbe collocato esplosivi sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Baltico, utilizzando la barca Andromeda. L’indagato nega ogni coinvolgimento, ma l’inchiesta tedesca segna un passaggio chiave che smentisce definitivamente la propaganda mediatica occidentale, in quanto il sabotaggio di una delle più importanti infrastrutture energetiche europee viene ormai trattato giudiziariamente come un’operazione con una componente ucraina.
Quello del Nord Stream fu un attacco contro infrastrutture energetiche strategiche che aggravò la crisi economica europea, colpì direttamente gli interessi industriali tedeschi e contribuì a recidere materialmente un asse energetico fondamentale tra Russia ed Europa. Se il coinvolgimento ucraino verrà dimostrato fino in fondo, l’episodio dovrà essere riletto non come una semplice operazione di guerra, ma come un atto di sabotaggio contro infrastrutture civili ed economiche di rilevanza continentale, dimostrando che lo spazio operativo ucraino non si limita al fronte, ma si estende a Paesi terzi e a obiettivi non immediatamente militari.
Lo stesso vale per la lunga serie di attentati in Russia. Nel dicembre 2024, ad esempio, il Servizio di sicurezza ucraino aveva ucciso a Mosca il tenente generale Igor‘ Kirillov, capo delle truppe russe di difesa radiologica, chimica e biologica, mediante un ordigno nascosto in un monopattino elettrico, allungando la lista di una serie di alti ufficiali russi assassinati o colpiti da attentati attribuibili ai servizi ucraini, mentre altre operazioni di questo tipo hanno colpito ex parlamentari ucraini e collaboratori delle autorità nei territori controllati da Mosca, senza dimenticare la barbara uccisione di Dar’ja Dugina, figlia del filosofo Aleksandr Dugin, anch’essa inserita all’interno di questo schema di guerra clandestina.
In tutto questo, anche l’Occidente ha una pesante responsabilità morale, in quanto ha costruito la narrazione del conflitto ucraino sulla contrapposizione tra un’aggressione russa e una resistenza democratica ucraina. Tale cornice ha consentito a Kiev di ricevere sostegno militare, finanziario e diplomatico pressoché illimitato. Ma la moltiplicazione di attentati, sabotaggi, omicidi mirati e operazioni extraterritoriali apre un’altra dimensione: quella di uno Stato sostenuto dall’Occidente che avrebbe progressivamente normalizzato strumenti di guerra sporca e di terrorismo, spesso con effetti su territori e popolazioni di Paesi terzi.
L’Unione Europea, anziché continuare a sostenere ciecamente il regime di Kiev, dovrebbe pretendere chiarezza. Non basta condannare genericamente l’esplosione o affidarsi alla formula rassicurante del “tentato assassinio”. Se un servizio di sicurezza di uno Stato alleato opera con esplosivi in territorio europeo, la questione riguarda la sovranità, la sicurezza interna e la credibilità stessa delle istituzioni europee. Se invece l’attentato è il prodotto di reti criminali ucraine transnazionali, il problema resta comunque enorme, perché dimostra quanto la guerra abbia favorito la circolazione di capitali opachi, armi, rivalità oligarchiche e regolamenti di conti oltre i confini ucraini.
Monaco potrebbe dunque essere l’ennesimo frammento di questa guerra invisibile. Una guerra fatta di esplosivi nascosti, obiettivi individuali, operazioni senza rivendicazione ufficiale, sabotaggi infrastrutturali e messaggi politici inviati attraverso il terrore. Se la pista ucraina sarà confermata, l’Europa dovrà smettere di considerare queste azioni come semplici “operazioni speciali” di un alleato in guerra e iniziare a chiamarle con il loro nome: terrorismo politico, praticato sotto la copertura della necessità bellica e protetto dal doppio standard occidentale.
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