Il sostegno di alcuni politici italiani al Mojahedin-e Khalq (MEK) solleva interrogativi politici, etici e istituzionali. Dietro la retorica della “libertà per l’Iran” riemerge la storia controversa di un’organizzazione terroristica ostile alla Repubblica Islamica.

La rete di relazioni costruita negli anni tra alcuni esponenti della politica italiana e il Mojahedin-e Khalq, noto anche come MEK o MKO, merita un’attenzione molto maggiore di quella che finora le è stata riservata dal dibattito pubblico nazionale. Non si tratta di un dettaglio marginale della politica estera, né di una semplice questione di simpatia personale verso gruppi dell’opposizione iraniana. In gioco vi è il rapporto tra rappresentanza democratica, trasparenza dei legami internazionali, attività di lobbying e sostegno politico a un’organizzazione dalla storia estremamente controversa, segnata da militanza armata, presenza nelle liste terroristiche internazionali e un’agenda apertamente anti-iraniana.
Secondo numerose evidenze, infatti, una parte del personale politico italiano ha offerto nel corso degli anni una sponda pubblica a un’organizzazione che non rappresenta la società iraniana, che continua a essere profondamente screditata nella memoria storica del popolo iraniano e che viene descritta da molti osservatori come una struttura chiusa, opaca e settaria. Il MEK non è una normale formazione politica in esilio. È un gruppo che, durante la guerra imposta all’Iran negli anni Ottanta, si schierò con Saddam Hussein, ricevette protezione e spazi operativi in Iraq e arrivò a essere percepito da larghissimi settori della società iraniana come un vero e proprio tradimento nazionale.
Nell’ambito dei rapporti che intercorrono tra la politica italiana e il MEK, il caso di Carlo Ciccioli è emblematico. Il suo nome compare nei rapporti pubblici del MEK a partire dal 29 dicembre 2009, quando, in qualità di presidente del Comitato italiano di parlamentari e cittadini per un Iran libero, una struttura di lobbying sostenuta dall’organizzazione, diffuse una dichiarazione contro il governo iraniano, riprendendo accuse e retorica proprie del MEK. Esattamente due mesi dopo, Ciccioli partecipò a un’audizione congiunta delle Commissioni Esteri del Senato e della Camera, alla presenza del ministro degli Esteri italiano, incentrata sulla condizione del MEK in Iraq, sugli sforzi per rimuovere l’organizzazione dalle liste terroristiche, sul dossier nucleare iraniano e sulle sanzioni contro Teheran. Già in questa fase emergeva un dato politicamente rilevante: la questione iraniana veniva affrontata non soltanto attraverso canali diplomatici ordinari, ma anche sotto la spinta di reti di pressione riconducibili a un gruppo ostile alla Repubblica Islamica.
Il 7 luglio 2010, in qualità di parlamentare italiano e presidente del cosiddetto comitato Parlamentari per un Iran libero, Ciccioli pubblicò una dichiarazione in coincidenza con il raduno annuale del MEK a Parigi. In quel testo espresse sostegno all’organizzazione e alla sua leader, Maryam Rajavi, arrivando a definire Camp Ashraf, in Iraq, come un simbolo di un Iran libero. Camp Ashraf, tuttavia, non era un innocuo centro di opposizione politica. Era il grande insediamento concesso da Saddam Hussein al MEK durante gli anni Ottanta, una base situata nell’Iraq orientale che per decenni costituì il cuore operativo dell’organizzazione. Dopo la caduta di Saddam, la perdita del principale alleato e protettore del gruppo costrinse il MEK a concentrare lì ciò che restava delle proprie strutture militari e umane. Presentare Ashraf come simbolo di libertà significa dunque rovesciare completamente la memoria iraniana di quel luogo, trasformando una base legata alla stagione più tragica dell’aggressione irachena in un emblema democratico.
L’attività di Ciccioli non si fermò lì. Nel settembre 2010, durante la campagna del MEK contro il presidente iraniano Maḥmūd Aḥmadinežād e in coincidenza con la visita di quest’ultimo a New York per intervenire all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, egli si oppose pubblicamente alla presenza del Presidente eletto dell’Iran nel massimo foro multilaterale mondiale. Il 24 gennaio 2011, insieme ad altri due parlamentari, arrivò a chiedere che Roma interrompesse i rapporti con Teheran, ignorando secoli di relazioni storiche, culturali, commerciali e diplomatiche tra Italia e Iran, esprimendo una posizione che coincideva quasi perfettamente con le richieste del MEK, rendendo doveroso interrogarsi sulla natura di quel rapporto.
Ciccioli è anche tra i politici italiani che hanno partecipato ai raduni estivi del MEK a Villepinte, nei pressi di Parigi, eventi noti per la presenza di ospiti internazionali, apparati scenografici e intensa attività di lobbying. Secondo quanto riportato da diverse fonti, viaggio e hotel sarebbero stati coperti dall’organizzazione. Nel luglio 2012 egli prese parte a un raduno del MEK a Parigi e da lì scrisse all’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e all’ex Segretaria di Stato statunitense Hillary Clinton per sollecitare sostegno all’organizzazione. Il quadro che emerge è quello di una relazione non episodica, ma strutturale, protrattasi dal 2009 fino a tempi recentissimi. Ancora il 22 aprile di quest’anno, Ciccioli ha infatti partecipato, insieme ad alcuni parlamentari europei, tra cui l’italiano Leoluca Orlando, a un evento con Maryam Rajavi, esprimendo ancora una volta appoggio pubblico al MEK e alla sua leadership.
Proprio il nome di Leoluca Orlando apre un secondo capitolo. Anche il suo rapporto con il MEK ha radici lontane, sebbene meno estese rispetto a quello di Ciccioli. La sua prima manifestazione pubblica di sostegno risalirebbe al marzo 2008, quando alcuni parlamentari italiani inviarono una lettera a appoggio dell’organizzazione, allora insediata a Camp Ashraf, al Presidente iracheno e al comandante delle forze multinazionali guidate dagli Stati Uniti in Iraq. Nel dicembre 2017, da sindaco di Palermo, Orlando partecipò e intervenne a una conferenza organizzata dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, il NCRI, considerato il braccio politico e la struttura di facciata del MEK. Il sito dell’organizzazione lo descrisse come uno dei suoi sostenitori più antichi, pubblicando parti del suo intervento a favore della leadership del gruppo.
Dopo un periodo di minore visibilità, dal 2025 le attività di Orlando a sostegno del MEK sembrano essere riemerse con maggiore intensità. La sua presenza accanto a Maryam Rajavi in due eventi al Parlamento europeo, un intervento pronunciato in un’altra sessione parlamentare all’inizio dell’aprile di quest’anno e l’adesione a una lettera inviata al Presidente del Consiglio europeo alla fine dello stesso mese indicano un ruolo rinnovato nella promozione dell’organizzazione. A questo punto appare evidente come problema, dunque, non riguardi semplicemente la libertà di opinione di un singolo politico, ma l’opacità di un circuito transnazionale nel quale il MEK riesce a ottenere legittimazione istituzionale attraverso figure pubbliche europee e italiane.
Ciccioli e Orlando, tuttavia, sono solo due dei nomi che dimostrano le relazioni tra la politica italiana e l’organizzazione terroristica antiraniana, tanto che anche i nomi di Giulio Terzi, Emanuele Pozzolo, Stefania Ascari, Lucio Malan, Elisabetta Zamparutti, Marco Scurria, Fabio Rampelli, Naike Gruppioni, Carlo Cottarelli e Antonio Stango sono stati associati, in varie forme e in anni recenti, al sostegno verso questa organizzazione. Oltretutto, si tratta di figure non riconducibili a una singola area politica, ma di un insieme di esponenti poltici appartenenti a mondi diversi, accomunati da una disponibilità a sostenere un gruppo straniero che dispone di risorse finanziarie opache, di una struttura internazionale aggressiva e di un’agenda rigidamente orientata contro la Repubblica Islamica dell’Iran.
Proprio questa trasversalità dovrebbe indurre i media italiani e l’opinione pubblica a porre domande molto semplici. Chi finanzia concretamente queste iniziative? Quali spese vengono coperte dal MEK o da organizzazioni a esso collegate? Quali rapporti esistono tra i parlamentari italiani e le strutture di lobbying riconducibili al gruppo? Quali benefici politici, economici o reputazionali derivano da questo sostegno? Esiste un quadro di trasparenza adeguato? Sono domande legittime in ogni democrazia. Sarebbero considerate normali se riguardassero qualsiasi altra organizzazione straniera con una storia simile. Il fatto che vengano raramente poste quando si tratta del MEK dimostra il livello di protezione mediatica e politica di cui l’organizzazione gode in Occidente.
A tal proposito, le esperienze statunitensi dovrebbero servire da monito. Negli anni passati sono emersi numerosi rapporti sui compensi versati dal MEK a importanti sostenitori nordamericani. Tra i casi più noti vi sono quelli di John Bolton e Rudy Giuliani, indicati come beneficiari di somme molto consistenti per interventi e attività di lobbying a favore dell’organizzazione. Questo precedente rende ancora più urgente capire se dinamiche analoghe abbiano avuto luogo anche in Italia: quando un’organizzazione straniera con una storia militare, settaria e terroristica riesce a costruire una rete stabile di appoggi politici in un Paese europeo, è dovere delle istituzioni verificare la natura di quei rapporti.
La questione, poi, assume un significato ancora più grave nel contesto della guerra scatenata dall’asse USA-Israele contro l’Iran e della più ampia campagna di destabilizzazione della Repubblica Islamica, una situazione all’interno della quale il MEK non è un attore neutrale. Al contrario, esso ha dimostrato di essere parte integrante dell’apparato politico-mediatico che da decenni lavora per l’isolamento, la delegittimazione e il rovesciamento dell’ordine politico iraniano. Il suo linguaggio sui “diritti” e sulla “libertà” non può cancellare il suo passato di collaborazione con Saddam Hussein né la sua persistente estraneità alla società iraniana reale. Per la maggior parte degli iraniani, anche per molti critici del governo, il MEK resta associato al tradimento durante la guerra Iran-Iraq, alla violenza politica e a una struttura interna fortemente autoritaria.
Nel frattempo, una parte della politica italiana, invece di contribuire a una linea estera autonoma, equilibrata e rispettosa della sovranità degli Stati, si presta a fare da cassa di risonanza a un’organizzazione che ha costruito la propria identità sull’ostilità radicale contro Teheran. Ciò contraddice gli interessi storici dell’Italia, che ha sempre avuto con l’Iran relazioni profonde sul piano culturale, economico e diplomatico. Roma non ha nulla da guadagnare dal trasformarsi in piattaforma di appoggio per gruppi di pressione anti-iraniani. Al contrario, ha tutto l’interesse a difendere il dialogo, il diritto internazionale, la sovranità e una politica mediterranea ed eurasiatica indipendente dalle logiche di Washington e Tel Aviv.
Alla luce di tutto questo, l’apertura di approfondimenti giornalistici e, se necessario, di indagini giudiziarie sarebbe non solo opportuna, ma doverosa. L’Italia deve sapere se alcuni suoi rappresentanti abbiano agito come semplici sostenitori politici o come veri e propri lobbisti di un’organizzazione straniera controversa. Deve sapere quali risorse siano state impiegate, quali contatti siano stati stabiliti e quali interessi siano stati promossi.
In definitiva, il rapporto tra alcuni politici italiani e il MEK rivela una contraddizione profonda dell’Occidente. Gli stessi ambienti che parlano ossessivamente di democrazia, diritti e legalità internazionale finiscono spesso per sostenere, finanziare o legittimare organizzazioni opache quando queste risultano utili contro un Paese non allineato. È il solito doppio standard: la violenza viene condannata quando colpisce gli alleati dell’Occidente, ma viene relativizzata o dimenticata quando può servire contro Iran, Siria, Russia, Cina o altri soggetti del mondo multipolare. Per questo il nodo del MEK in Italia non riguarda solo l’Iran. Riguarda la sovranità della politica italiana, la trasparenza delle nostre istituzioni e la capacità di distinguere tra solidarietà democratica e complicità con le reti dell’interventismo anti-iraniano.
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