Sono tutti americani

Da Vespucci a Prevost, da Monroe a Trump. Alle radici della cattiva abitudine di colonizzare la parola “America” per riferirsi agli Stati Uniti.

di Gianni Beretta (Il Manifesto) – 26 ottobre 2026

Cosa avrà provato un cittadino cileno, brasiliano o colombiano il 9 maggio dello scorso anno nel vedere i titoli in prima pagina di diversi giornali definire Leone XIV «il primo papa americano»? Da quale continente sarebbe venuto allora il suo appena avvicendato predecessore, l’argentino Bergoglio? Semmai, avrebbero dovuto considerare il neo-pontefice Prevost come «doppiamente americano» in virtù della sua cittadinanza originaria statunitense e, al contempo, di quella peruviana.

Meno di due anni fa, nel suo imperiale discorso di reinsediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva modificato d’autorità la toponomastica ribattezzando il «Golfo del Messico» in «Golfo d’America». Così come ha fatto recentemente per il bacino dell’Ontario, oggi Lago d’America, giungendo a prefigurare l’inclusione del Canada quale cinquantunesimo stato della federazione a stelle e strisce.

Una sorta di rilancio della Dottrina Monroe che nel 1823 sanciva il principio di «America agli americani», rivolto allora in primis al Vecchio Continente, che non avrebbe dovuto più interferire negli affari del cosiddetto Nuovo Mondo. Una filosofia che esordì con il conflitto che portò all’assoggettamento di metà del territorio messicano. E dove, da lì in poi, per «americani» si sarebbero dovuti considerare, di fatto, i soli statunitensi, ignorando i discendenti degli spagnoli e dei portoghesi nel resto del continente e, a maggior ragione, le superstiti popolazioni «precolombiane».

Fu poi il presidente Theodore Roosevelt nel 1903 a «forzare» la separazione di Panama dalla Colombia per realizzare il «proprio» corso d’acqua interoceanico (oltre che insediarvi il Comando Sud della U.S. Force). Il canale è stato poi ceduto alla sovranità panamense solo dal 31 dicembre 1999 grazie ai Trattati Torrijos-Carter, che ne fissarono anche la «neutralità internazionale». Accordi che Trump ha definito «un regalo insensato» del suo precursore Jimmy Carter. Assicurando comunque, con rinnovato spirito di annessionismo continentale (ma rispedendo al contempo verso sud gli emigrati «non bianchi»), che «presto ci riprenderemo anche il Canale di Panama».

Avendo vissuto oltre trent’anni da cronista nell’istmo centroamericano, in quel patio trasero (cortile di casa con tanto di piscina caraibica) degli Stati Uniti – e avendo documentato le invasioni, minacciate o subite, dei marines (Grenada 1983, Panama 1989, nonché quella «positiva» di Haiti del 1994) – ho assimilato il viscerale antimperialismo del posto. E proprio per questo, di fronte all’inarrestabile e insopportabile deriva culturale del linguaggio, provo ogni volta un sussulto nel sentire esperti di geopolitica e politici delle nostre latitudini abbinare il nome «America» ai soli Stati Uniti.

Certamente gli Usa si chiamano e sono «d’America», ma in realtà dall’Alaska alla Terra del Fuoco sono tutti abitanti americani: del Nord, del Centro e del Sudamerica, con le loro lingue native o con quelle dei colonizzatori spagnoli, portoghesi, inglesi, francesi e olandesi. Con l’emozione che poi si prova, per averla percorsa in gran parte, quando si giunge all’estremo lembo della Terra del Fuoco, in Argentina, e ci si imbatte nel cartello «Aquí termina la Carretera Panamericana». Una strada che comincia ben 30mila chilometri prima, nell’estremo emisfero nord, a Prudhoe Bay, e che si interrompe via terra solo in corrispondenza dell’impraticabile giungla del Darién, fra Colombia e Panama, oggi attraversata unicamente dai disperati flussi migratori diretti verso nord.

Ancor peggio dovremmo sentirci noi italiani (emigrati in massa in quelle terre in epoche successive), dato che il destino ha voluto che fosse proprio il genovese Cristoforo Colombo a «scoprire» l’America. Mentre un altro connazionale, Amerigo Vespucci, ne ispirò il nome dopo aver sancito che non si trattava delle «Indie». In seguito, spagnoli (e portoghesi) la «conquistarono» imponendo il modello coloniale del latifondo («terratenientes versus peones»). Solo due secoli dopo, nel settentrione, arrivarono gli anglosassoni che a loro volta sottomisero gli autoctoni «pellerossa», finendo poi con l’ereditare il dominio anche sul resto del continente.

Tutto questo si consuma nell’odierno emisfero occidentale, diviso fra l’area povera del subcontinente latinoamericano e quella benestante del Nord di entrambe le sponde atlantiche, americana ed europea.

Considerare gli «americani» nell’accezione unica di statunitensi è dunque un pessimo luogo comune. È un errore concettuale che quasi equivale a quando ci si riferisce in senso lato (ancor peggio) all’«uomo» anziché all’«essere umano» con le sue declinazioni di genere, come insegnano invece da sempre i popoli Maya o gli Achuar dell’Amazzonia.

Certamente, se ti tocca scrivere quotidianamente da quella regione, finisci col non saper più quali sinonimi inventare per mantenere la distinzione ed evitare ripetizioni. Neanche l’appellativo «nordamericani» è del tutto corretto, dato che lo sono pure i messicani, oltre ai canadesi. Non a caso, le definizioni usuali per quella regione geografica sono «Messico e Centroamerica» oppure Mesoamerica, o Conca dei Caraibi. Per riferirsi agli Usa si rischia così di dover raschiare il fondo del barile con termini gergali come «States», con vocaboli ingombranti come «gigante» o «impero del nord», o persino con espressioni dispregiative quali gringolandia e yankee. Quando basterebbe usare la parola «angloamericani» (che comprende pure i giamaicani e gli abitanti di altre isole caraibiche), come si impiega usualmente il vocabolo «latinoamericani».

In compenso, in quei piccoli paesi dell’istmo – ribattezzati a fine Ottocento «banana republics» per il sorgere delle compagnie bananiere statunitensi (fra le prime multinazionali del pianeta) – gli abitanti (oggi per lo più meticci) usano talvolta chiamarti con l’appellativo di «chele» (bianco).

Eppure, negli ultimi decenni del secolo scorso, la sovrapposizione unilaterale tra americano e statunitense non era così generalizzata, soprattutto in Europa. Oggi qualcuno, presumibilmente colto, arriva a giustificarsi dicendo che «del resto la parola statunitense in inglese non esiste». In realtà il termine «united statesian» è storicamente esistito, ma è caduto ben presto in disuso, proprio come sta accadendo oggi alle specifiche distinzioni nelle lingue italiana, spagnola o tedesca.

Al contrario, in America Latina non c’è bisogno di essere leader storici come il visionario indipendentista Simón Bolívar, il cubano José Martí, il messicano Emiliano Zapata (che guidò la prima rivoluzione della storia dopo quella francese e prima della bolscevica, imperniata sulla riforma agraria) o, in tempi più recenti, Fidel Castro e Salvador Allende, per considerarsi orgogliosamente americani. Persino i conservatori della destra più radicale si ritengono tali da sempre. In un contesto dove un tempo si parlava di lotte antimperialiste che in origine non avevano nulla a che spartire con l’attributo di «comunista», etichetta affibbiata a ogni anelito ribelle latinoamericano.

Oggi, a malapena, resiste l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) la quale, pur egemonizzata dagli Stati Uniti, mantiene fin dal principio la forma plurale nel proprio nome. Con l’aggiunta dell’Organizzazione Panamericana della Salute e ricordando l’esistenza della Dichiarazione Panamericana dei Diritti e Doveri dell’Uomo.

Se poi si volesse approfondire il termine «americanismo» nella sua evoluzione storica, la questione si complicherebbe ulteriormente in un gioco di contrari. Il termine può infatti riferirsi allo studio delle società precolombiane, così come alle distinzioni della letteratura anglofona degli Stati Uniti da quella britannica. Per arrivare al cattolicesimo romano, che definiva «americanismo» l’eresia legata al concetto di separazione fra Chiesa e Stato (inserito nella Costituzione del 1791), promosso dal «disobbediente» episcopato statunitense sull’onda del Manifest Destiny (Destino manifesto), la visione messianica secondo la quale gli Usa dovevano promuovere l’espansionismo per diffondere i valori di libertà e democrazia. Quella stessa Libertà la cui statua, dopo il ritorno al potere del tycoon, abbiamo visto riprodotta ironicamente in un meme mentre, valigie in mano, abbandona la propria patria.

Per questo d’ora in avanti, come si usa normalmente fare nel mondo dello sport o quando qualcuno si attribuisce genericamente il sostantivo di «europeo», e onde evitare equivoci, ogni qualvolta sentiremo pronunciare la parola «americano» sarà bene precisare: «Sì, ma americano di dove?».

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About Andrea Vento

Andrea Vento, docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa, si è laureato nel 1988 presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa con corso di laurea in geografia e tesi in geografia economica. Appassionato di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare predilezione per il Medio Oriente e l’America latina, ha focalizzato le proprie ricerche e la propria attività sull’analisi di specifiche tematiche di carattere geoeconomico e geopolitico. Al centro del suo lavoro vi è il tentativo di ampliare - tramite scritti e conferenze - la conoscenza di particolari sfere economico-geografiche del mondo attuale. Nel 2013 - assieme ad alcuni colleghi - ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati).

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