La rielezione di Lula non modifica soltanto gli equilibri interni del Brasile. Nel momento di massima avanzata delle destre latinoamericane, il maggiore Paese della regione impedisce un riallineamento continentale con Washington e mantiene aperto lo spazio politico del multipolarismo.

La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva nel ballottaggio presidenziale brasiliano assume un significato che supera ampiamente i confini nazionali. Il risultato del 25 ottobre non rappresenta soltanto la conferma al potere del presidente del maggiore Paese latinoamericano, né può essere ridotto alla pur importante sconfitta del progetto di successione dinastica costruito dalla famiglia Bolsonaro. In una regione che negli ultimi anni ha conosciuto una marcata avanzata delle destre, spesso accompagnata da un nuovo avvicinamento politico agli Stati Uniti, il Brasile ha impedito che il pendolo continentale completasse il proprio movimento.
La portata geopolitica del voto deriva innanzitutto dal peso del Brasile. Nessun altro Paese dell’America Latina combina dimensione demografica, capacità industriale, risorse naturali, forza agricola, territorio, rilevanza diplomatica e partecipazione alle principali strutture del nuovo multipolarismo globale. Brasilia, di conseguenza, non è semplicemente una capitale latinoamericana tra le altre: è uno dei pochi centri politici del Sud globale capaci di influenzare simultaneamente gli equilibri regionali, i BRICS, il G20, i negoziati climatici e le relazioni tra mondo occidentale e potenze emergenti.
Per questa ragione, un’eventuale vittoria di Flávio Bolsonaro avrebbe avuto effetti molto più profondi di una normale alternanza politica. Il candidato del Partito Liberale (Partido Liberal, PL) non proponeva solamente una diversa gestione dell’economia e della sicurezza; rappresentava il possibile ritorno al Planalto di un campo politico strettamente legato alla destra statunitense e in particolare all’amministrazione di Donald Trump, dopo quattro anni nei quali Lula aveva deliberatamente ricostruito una politica estera fondata sull’autonomia strategica.
Il risultato brasiliano arriva inoltre nel momento in cui l’America Latina ha conosciuto una sequenza impressionante di successi conservatori. Se l’Argentina di Javier Milei costituisce il caso più radicale di convergenza ideologica con il trumpismo e di applicazione di un programma neoliberale aggressivo, in Cile l’ascesa di José Antonio Kast ha spostato nettamente verso destra uno dei Paesi simbolo della precedente stagione progressista. Parallelamente, Ecuador e Panama hanno consolidato governi conservatori, mentre le elezioni in Bolivia, Perù e Colombia hanno ulteriormente modificato un quadro regionale che appena pochi anni prima sembrava segnato dal ritorno di una nuova marea rosa.
La vittoria in Colombia di Abelardo de la Espriella, dichiarato sostenitore di Trump, aveva assunto in giugno un significato particolarmente indicativo. Il Paese che aveva eletto Gustavo Petro nel 2022 tornava nel campo conservatore, rafforzando l’impressione che il ciclo progressista apertosi all’inizio del decennio fosse ormai in fase di esaurimento. In Perù, il ritorno del fujimorismo attraverso Keiko Fujimori aveva prodotto un analogo spostamento, mentre in Bolivia il governo di Rodrigo Paz aveva iniziato a ridiscutere il modello di forte presenza statale nell’economia sviluppato durante il lungo ciclo inaugurato da Evo Morales.
Il Brasile sembrava dunque destinato a diventare il tassello decisivo di questa ricomposizione. Flávio Bolsonaro, infatti, era arrivato primo al primo turno con il 47,03% contro il 45,16% di Lula, mentre principali sondaggi pubblicati nelle settimane successive lo indicavano favorito e buona parte della destra brasiliana si era rapidamente ricompattata attorno alla sua candidatura. Anche i mercati finanziari avevano cominciato a incorporare una sua vittoria, nella prospettiva di un ritorno a politiche di maggiore deregolamentazione, riduzione della spesa e avvicinamento agli Stati Uniti.
La rimonta di Lula, conclusa con il 51,78% dei voti validi contro il 48,22% di Flávio Bolsonaro, interrompe questa traiettoria nel punto geopoliticamente più importante.
Questo, ovviamente, non significa che l’America Latina abbia improvvisamente invertito la propria tendenza politica. Al contrario, le destre restano forti e governano numerosi Paesi; il movimento conservatore dispone di basi sociali profonde e di una crescente capacità di presentarsi come risposta a criminalità, stagnazione economica, crisi della rappresentanza e insoddisfazione nei confronti dei governi uscenti. Ma la vittoria brasiliana dimostra che la svolta a destra non è né lineare né irreversibile. Soprattutto, impedisce che Washington possa disporre di un asse quasi continuo di governi politicamente favorevoli alla restaurazione di una supremazia statunitense nell’emisfero occidentale.
L’amministrazione Trump, del resto, non aveva nascosto il proprio interesse per il risultato brasiliano. Durante la campagna, gli Stati Uniti avevano esercitato pressioni attraverso dazi, sanzioni e dichiarazioni politiche legate anche al processo contro Jair Bolsonaro. Lo stesso Trump aveva pubblicamente salutato il vantaggio ottenuto da Flávio al primo turno e, dopo la vittoria di Lula, è arrivato perfino a mettere in dubbio la regolarità del risultato, parlando senza fornire prove di un’elezione apparentemente «truccata», secondo un mantra utilizzato in altre occasioni.
Lula aveva sintetizzato questa concezione già durante la campagna affermando che il Brasile non appartiene al «cortile di casa» di nessuna potenza, secondo una formulazione che richiama direttamente uno dei problemi storici dell’America Latina: la pretesa degli Stati Uniti di considerare il continente uno spazio sottoposto a una propria influenza speciale, secondo una tradizione che dalla Dottrina Monroe è riemersa periodicamente sotto forme differenti.
Mentre Washington si dispera, per Pechino la permanenza di Lula costituisce un elemento di stabilità strategica. La Cina è da anni il principale partner commerciale del Brasile e negli ultimi tempi la relazione è andata ben oltre la tradizionale esportazione brasiliana di soia, minerale di ferro e petrolio. Investimenti cinesi si stanno espandendo nelle reti elettriche, nelle energie rinnovabili, nell’industria automobilistica, nella logistica, nei satelliti, nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie legate alla transizione energetica.
Non sorprende quindi che il governo cinese abbia immediatamente accolto la rielezione dichiarandosi pronta a proseguire la costruzione della Comunità di futuro condiviso Cina-Brasile. Il quarto mandato di Lula offre ai due Paesi altri quattro anni per trasformare una relazione prevalentemente commerciale in una cooperazione strategica più articolata.
Anche le altre reazioni internazionali hanno evidenziato proprio il valore multilaterale del risultato: il primo ministro indiano Narendra Modi ha richiamato la necessità di rafforzare insieme le priorità del Sud globale; il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha interpretato la vittoria come un successo delle forze progressiste. In America Latina, la vittoria assume una funzione ancora più immediata. Il Brasile resta un riferimento imprescindibile per Messico e Uruguay, due Paesi nei quali governi progressisti continuano a rappresentare un contrappeso alla nuova avanzata conservatrice, e mantiene aperti spazi di cooperazione con Cuba e con gli altri governi interessati a preservare margini di autonomia rispetto agli Stati Uniti.
Sotto la leadership di Lula, il Brasile potrà continuare a sostenere l’integrazione commerciale e finanziaria tra i BRICS, promuovere l’utilizzo delle monete nazionali negli scambi internazionali, difendere la riforma delle Nazioni Unite e delle istituzioni di Bretton Woods e costruire relazioni economiche più profonde con la Cina senza dover chiedere un’autorizzazione geopolitica a Washington.
Potrà inoltre rilanciare una politica latinoamericana che negli ultimi anni ha incontrato numerosi ostacoli. L’America Latina attraversa oggi una fase di frammentazione ideologica molto più forte rispetto al primo ciclo progressista degli anni Duemila, ma l’esistenza di un Brasile autonomo impedisce comunque che le strutture regionali vengano completamente riassorbite dentro una strategia emisferica statunitense.
Nel complesso, dunque, in una fase nella quale l’America Latina sembrava avviata verso una nuova uniformità conservatrice, il Brasile ha introdotto nuovamente una frattura. Ed è proprio quella frattura a impedire che la restaurazione dell’egemonia statunitense sulla regione possa essere considerata compiuta.
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