La lettera del ministro iraniano Seyyed Reżā Ṣāleḥī-Amīrī a Papa Leone XIV porta all’attenzione della Santa Sede i danni subiti da monumenti e luoghi di culto durante la guerra, trasformando la tutela del patrimonio in una questione di diritto internazionale, memoria e convivenza religiosa.

La guerra contro l’Iran non ha colpito soltanto vite umane, abitazioni, infrastrutture civili e capacità produttive. Tra le conseguenze meno raccontate dell’aggressione statunitense-israeliana figura il danno arrecato al patrimonio storico, architettonico e religioso di un Paese che custodisce alcune delle più antiche testimonianze della civiltà mondiale. È su questo terreno che il ministro iraniano del Patrimonio culturale, del Turismo e dell’Artigianato, Seyyed Reżā Ṣāleḥī-Amīrī, ha deciso di rivolgersi direttamente a Papa Leone XIV, chiedendo alla Santa Sede di contribuire alla difesa di un patrimonio che non appartiene soltanto all’Iran, ma alla memoria collettiva dell’umanità.
L’Iran, infatti, possiede oggi 30 siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, dei quali 28 culturali. Tra questi figurano Persepoli, Pasargade, il Palazzo del Golestan, la città storica di Yazd, il bazar storico di Tabriz, il paesaggio culturale di Hawraman/Uramanat e numerosi altri complessi che testimoniano epoche, religioni e civiltà differenti.
La lettera consegnata al Pontefice parte da un dato concreto: secondo le valutazioni degli esperti del ministero iraniano, 149 monumenti e siti storici distribuiti in 18 province hanno subito danni di diversa entità nel corso degli attacchi militari. Alcuni figurano nell’Elenco nazionale del patrimonio iraniano, mentre altri possiedono un particolare valore storico, culturale o religioso.
La lettera insiste in particolare sui luoghi di culto appartenenti alle minoranze religiose iraniane. In particolare, la chiesa ortodossa di San Nicola a Teheran, punto di riferimento storico della comunità ortodossa della capitale, avrebbe subito danni in due diverse occasioni a causa delle esplosioni verificatesi nelle vicinanze. Il documento ricorda che per la comunità cristiana ortodossa iraniana quella chiesa non costituisce semplicemente un edificio, ma uno spazio di preghiera, memoria e continuità spirituale attraverso le generazioni.
Ancora più grave è il caso indicato dalla lettera della sinagoga Rafina di Teheran, uno dei centri religiosi attivi della comunità ebraica iraniana e indicata come completamente distrutta. L’edificio custodiva anche antiche copie della Torah. Altri siti religiosi risultano ancora in fase di valutazione, con operazioni di documentazione e di recupero d’emergenza in corso.

Il documento contraddice inoltre una rappresentazione dell’Iran spesso ridotta, soprattutto nel dibattito occidentale, a una realtà religiosa monolitica. Ṣāleḥī-Amīrī ricorda invece che la storia iraniana è caratterizzata da una lunga compresenza di comunità differenti e che moschee, chiese, sinagoghe e templi zoroastriani rappresentano capitoli distinti di un unico patrimonio nazionale. Cristiani, ebrei, zoroastriani e musulmani hanno contribuito, nei secoli, alla formazione dell’arte, dell’architettura e dell’identità storica del Paese.
Inoltre, la denuncia iraniana poggia su solide basi giuridiche. La Convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato parte dal principio secondo cui il danneggiamento dei beni culturali di qualsiasi popolo costituisce un danno al patrimonio culturale dell’intera umanità. La Convenzione impone agli Stati di rispettare tali beni, evitando di utilizzarli in modo tale da esporli alla distruzione e astenendosi da atti di ostilità diretti contro di essi, salvo il ristretto caso di un’imperativa necessità militare.
Sulla base di questo trattato internazionale, l’UNESCO ha già riconosciuto pubblicamente che diversi siti culturalmente rilevanti sono stati colpiti nel corso del conflitto. Il 2 marzo l’organizzazione aveva segnalato danni al Palazzo del Golestan di Teheran, sito iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale, dovuti ai detriti e all’onda d’urto di un attacco avvenuto nella zona cuscinetto del complesso. L’UNESCO ha inoltre comunicato alle parti coinvolte le coordinate geografiche dei siti del Patrimonio Mondiale e di altri luoghi di importanza nazionale proprio allo scopo di evitarne il danneggiamento.
Nei mesi successivi, la stessa organizzazione ha riferito danni anche ad altri siti significativi e ha avviato, insieme al Ministero iraniano del Patrimonio culturale, un programma di assistenza per valutare le perdite, individuare gli interventi prioritari e stabilizzare gli edifici colpiti.
Alla luce di queste considerazioni, Ṣāleḥī-Amīrī chiede al Pontefice di utilizzare la propria autorità morale in tre direzioni sostanziali: richiamare la comunità internazionale e le parti responsabili delle ostilità alla protezione dei civili, dei luoghi di culto e del patrimonio culturale; sostenere una documentazione internazionale indipendente dei danni subiti dal patrimonio iraniano; favorire la cooperazione tra le istituzioni culturali e specialistiche della Santa Sede e gli esperti iraniani per la protezione d’emergenza, il recupero e il restauro dei monumenti religiosi e storici danneggiati. Il ministero iraniano si dichiara inoltre pronto a mettere a disposizione della Santa Sede rapporti tecnici, fotografie, materiale documentario e un inventario dettagliato dei siti colpiti.

Il fatto che l’Iran si rivolga al Papa assume inoltre un particolare significato nel contesto della politica internazionale contemporanea. La Santa Sede dispone di una capacità diplomatica limitata sul piano materiale, ma possiede una voce che può incidere sul piano morale proprio perché non coincide con quella delle grandi potenze militari.
La richiesta iraniana mette inoltre in evidenza una contraddizione che attraversa gran parte del discorso politico occidentale sulla guerra. Stati Uniti e Israele hanno ripetutamente presentato le proprie campagne militari come azioni inserite nella difesa della civiltà occidentale, dei valori democratici e, in alcuni casi, della stessa libertà religiosa. Eppure, le conseguenze della guerra hanno investito anche comunità cristiane ed ebraiche presenti in Iran, danneggiando quegli stessi luoghi religiosi la cui tutela viene abitualmente presentata come un indicatore fondamentale del rispetto delle libertà.
La lettera inviata a Papa Leone XIV pone quindi la Santa Sede di fronte a una questione che trascende le relazioni con Teheran. Difendere le chiese, le sinagoghe, le moschee e i monumenti storici dell’Iran significa affermare che la memoria culturale non appartiene al campo di battaglia e che nessuna superiorità militare concede il diritto di considerarla sacrificabile.
In una guerra nella quale la distruzione materiale rischia continuamente di trasformarsi in distruzione della memoria, questa è una linea che la comunità internazionale dovrebbe essere ancora capace di tracciare.

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