Le accuse di interferenza algoritmica a favore della destra brasiliana sollevano interrogativi pesanti sul ruolo politico di Meta. Tra oscuramento dei contenuti di Lula e sovraesposizione di Bolsonaro, il potere delle piattaforme digitali rischia di trasformarsi in una forma di condizionamento elettorale.

Dopo aver visto il dibattito presidenziale brasiliano, la prima cosa che mi è saltata all’occhio è il dinamismo e l’imprevedibilità dello svolgimento. I due candidati, a differenza dei duelli mediatici statunitensi e di quelli accomodanti italiani, sono davvero al centro di un confronto/scontro che manifesta il fervore politico. Non c’è cosa più bella di dirsi le cose come stanno e come la si pensa su determinati temi.
Il figlioccio Bolsonaro può affermare che i detenuti votano per Lula, e quest’ultimo può ribattere – senza filtri – che anche un signore di nome Jair è il primo dei galeotti. Tra l’altro il leader del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores) è stato recluso per diciannove mesi per un’inchiesta giudiziaria priva di fondamento. O meglio, essa era motivata dal fatto che – secondo alcuni – non doveva mai più ricandidarsi alle elezioni.
E a volte il mondo è proprio piccolo, viste le considerazioni del candidato della destra in merito alla “congiura giudiziaria” del padre. Parole che in Italia risuonano familiari.
Ma la vera partita elettorale il sistema se la sta giocando (e per bene). Le recenti novità attestano che il blocco social subito da Lula non è solo un caso accaduto per ragioni inspiegabili. META sta nettamente dirottando il consenso a favore del Partito Liberale e del candidato filo-statunitense. Non solo; è emerso che alcuni dipendenti della compagnia in questione hanno ammesso direttamente il loro coinvolgimento nel bavaglio digitale inferto all’account del Presidente.
La macchinazione messa in atto viola anche i regolamenti emessi dal Tribunale superiore elettorale brasiliano, il quale ha vietato severamente agli algoritmi di schierarsi con un candidato. Nel Paese del Samba è accaduto tutto ciò che è antagonista alla norma; gli account di Bolsonaro sono stati sovraesposti e quelli di Lula non figuravano nmmeno nella barra delle ricerche.
Il Brasile socialista, con la fastidiosa pretesa di voler tassare i colossi del web, è diventato letteralmente un bug da correggere.
Se tutto questo ci sembra incredibilmente lontano, allora dobbiamo guardare anche in casa nostra. Quanti politici hanno avuto fiammate di popolarità grazie ai loro profili pompati e sponsorizzati da alagoritmi? Quando i giganti della rete si elevano oltre le sovranità, la democrazia diventa un banale esercizio di voto e un’asta riservata ed esclusiva. A vincere è colui che offre le migliori condizioni alla classe capitalistica del silicio, mentre al popolo non resta che l’illusione di un clic.
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