Recensione: “Il significato mondiale del socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era”, di Jiang Hui

Il volume di Jiang Hui affronta il significato internazionale dell’esperienza cinese, collegando sviluppo delle forze produttive, indipendenza nazionale e prospettiva comunista. Una lettura utile per comprendere la transizione socialista come processo storico concreto, attraversato da contraddizioni e aperto alla trasformazione.

Comprendere la Cina contemporanea richiede anche la disponibilità a studiare le categorie attraverso le quali i comunisti cinesi interpretano la propria esperienza. Nel dibattito occidentale, questa esigenza viene frequentemente trascurata: si discute del carattere socialista o capitalistico della Repubblica Popolare senza confrontarsi seriamente con la sua elaborazione teorica, oppure si considera quest’ultima una semplice giustificazione ideologica di scelte determinate esclusivamente dalla convenienza economica. Il risultato è una discussione nella quale la Cina viene giudicata attraverso schemi precostituiti, mentre rimangono sullo sfondo le questioni che il suo sviluppo pone al marxismo contemporaneo.

Il libro di Jiang Hui, Il significato mondiale del socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era, pubblicato in italiano da Anteo Edizioni nella traduzione di Veronica Paleri, offre un contributo importante al superamento di questo limite. Il volume ricostruisce il rapporto fra l’esperienza cinese, lo sviluppo del marxismo, le prospettive del socialismo mondiale e la possibilità di percorsi di modernizzazione differenti da quelli capitalistici occidentali. La sua tesi centrale è che la trasformazione della Cina possieda un significato che oltrepassa i confini nazionali, perché interviene concretamente sul problema della praticabilità storica di un’alternativa al capitalismo [1].

L’ampiezza dell’opera risponde a questa ambizione. Dai cambiamenti dell’ordine mondiale, Jiang passa al rapporto storico fra capitalismo e socialismo, al ruolo del Partito Comunista Cinese e alle innovazioni teoriche del marxismo in Cina, per affrontare infine la modernizzazione e il contributo cinese alla soluzione dei problemi internazionali. Il filo conduttore è il rapporto fra la specificità nazionale dell’esperienza e la portata universale delle questioni che essa affronta.

Uno dei nuclei più interessanti riguarda il marxismo come teoria capace di svilupparsi attraverso il confronto con problemi nuovi. A tal proposito, Jiang insiste sull’integrazione dei suoi principi fondamentali con le condizioni concrete della Cina e con la sua tradizione culturale. Questa impostazione implica che la fedeltà al marxismo debba manifestarsi nella capacità di comprendere e trasformare la realtà, anziché nella ripetizione di formule elaborate in circostanze differenti.

Particolarmente significativo è il richiamo a Deng Xiaoping quando afferma: «Non possiamo assolutamente pretendere che Marx fornisca risposte preconfezionate ai problemi sorti centinaia di anni dopo la sua morte». Nello stesso passaggio, Deng precisa che i marxisti devono «conoscere, ereditare e sviluppare il marxismo-leninismo alla luce delle circostanze attuali» [2]. La continuità teorica viene quindi concepita come un lavoro di elaborazione, sottoposto alla verifica della pratica.

Si tratta di un criterio importante anche per il dibattito italiano. Constatare che la Cina contemporanea presenta caratteristiche non previste nei testi ottocenteschi non basta a dimostrare che essa abbia abbandonato il socialismo. Occorre stabilire quali problemi storici abbiano determinato quelle trasformazioni, quali rapporti sociali esse riproducano e quale direzione imprimano allo sviluppo. Al tempo stesso, il richiamo alle circostanze concrete non può diventare una giustificazione indiscriminata di ogni scelta: proprio il carattere scientifico del metodo richiede che le politiche siano valutate attraverso i loro effetti.

Questa esigenza emerge con particolare chiarezza nella discussione sulla durata della transizione al socialismo. Affrontando il tema, Jiang richiama la formulazione di Engels secondo cui la società socialista «non è una cosa che si è ricevuta fatta e finita, ma, come ogni altro assetto sociale, deve essere concepita come un sistema in continuo mutamento e trasformazione» [3], Il socialismo viene così restituito alla storia, con le sue condizioni materiali, i suoi conflitti e le sue possibilità di avanzamento o arretramento.

La distinzione fra obiettivo comunista e compiti della fase attuale assume, in questo quadro, un’importanza decisiva. Un paese che avvia la costruzione socialista in condizioni di arretratezza deve affrontare il problema delle basi materiali necessarie al miglioramento della vita della popolazione. Lo sviluppo delle forze produttive, della scienza, delle infrastrutture e delle capacità organizzative della società costituisce quindi una condizione essenziale del processo di emancipazione.

Da questo punto di vista, il libro contribuisce a chiarire perché non sia sufficiente misurare il socialismo attraverso la distanza formale dal mercato: una maggiore uniformità delle condizioni economiche, se accompagnata dalla persistente insufficienza dei mezzi di sussistenza, non esaurisce il contenuto dell’emancipazione socialista; la riduzione della povertà e l’ampliamento delle possibilità materiali degli individui devono appartenere alla valutazione del processo, insieme alla proprietà, al potere politico e ai rapporti di classe.

Sarebbe però altrettanto riduttivo ricavare da questa impostazione l’idea che qualsiasi crescita economica conduca spontaneamente al socialismo. Il volume, del resto, offre parecchi elementi per evitare questa conclusione. Riprendendo Xi Jinping, Jiang ricorda che «le forze produttive e i rapporti di produzione, la base economica e la sovrastruttura interagiscono e si condizionano a vicenda» [4]. Il loro rapporto è dunque reciproco: la trasformazione dei rapporti sociali e l’azione politica partecipano allo sviluppo, anziché limitarsi a seguirlo.

La questione riguarda pertanto anche la direzione dell’accumulazione: chi decide gli investimenti, quali bisogni vengono soddisfatti, come vengono distribuiti i risultati della crescita e quali possibilità di intervento possiedono le classi lavoratrici. Il primato dello sviluppo delle forze produttive acquista un significato socialista quando viene inserito in un progetto di trasformazione dei rapporti sociali. Separato da questo orientamento, potrebbe invece diventare un obiettivo compatibile con sistemi molto diversi.

Jiang insiste, coerentemente, sulla permanenza del fine comunista. Il richiamo di Xi Jinping riportato nel libro è inequivocabile: «Se perdessimo di vista l’obiettivo ultimo, come comunisti, perderemmo la nostra direzione e soccomberemmo all’utilitarismo e al pragmatismo» [5]. La gradualità della transizione richiede quindi una direzione riconoscibile, capace di collegare i compiti immediati a una prospettiva storica più ampia.

In tale costruzione teorica, il Partito Comunista Cinese occupa una posizione centrale. Jiang ne presenta il ruolo di direzione e la capacità di correggere i propri errori come condizioni della continuità socialista. L’attenzione dedicata all’autoriforma del Partito assume particolare rilievo: il mantenimento del potere non elimina il problema del rapporto con la popolazione, della burocratizzazione o della distanza fra obiettivi dichiarati e comportamenti effettivi. Per il lettore marxista, questi passaggi indicano anche un terreno di verifica: la natura di classe della direzione politica deve esprimersi nelle scelte e nei rapporti sociali che essa contribuisce a riprodurre.

Un ulteriore merito del libro consiste nel riconoscimento della durata della competizione fra socialismo e capitalismo. L’esperienza cinese viene collocata in un mondo nel quale il capitalismo conserva capacità produttive, scientifiche e organizzative dalle quali è necessario apprendere. Dimostrando capacità di analisi della realtà concreta, Jiang riporta la necessità, affermata da Xi Jinping, di impegnarsi contemporaneamente in «una cooperazione e in una lotta a lungo termine con il capitalismo» [6].

Questa formulazione consente di leggere l’apertura internazionale attraverso una prospettiva più articolata di quella generalmente proposta dagli analisti nostrani. La partecipazione al commercio mondiale, l’acquisizione di conoscenze e l’impiego di determinati strumenti di mercato pongono problemi di controllo e di direzione politica. Non costituiscono, isolatamente, una dimostrazione sufficiente né della restaurazione capitalistica né del successo della transizione. La questione, invece, è quella di analizzare come tali relazioni incidano sull’autonomia del paese e sulla trasformazione della sua struttura sociale.

È proprio il rapporto fra indipendenza e apertura a collegare l’esperienza interna della Cina al suo significato internazionale. Per Jiang, la modernizzazione non coincide necessariamente con l’occidentalizzazione. La possibilità di sviluppare capacità produttive e scientifiche conservando autonomia politica assume un valore particolare per i paesi la cui storia è stata segnata dal colonialismo e dalla subordinazione economica, motivo per il quale l’esperienza cinese viene osservata con attenzione da tutto il Sud globale.

Il significato universale dell’esperienza cinese, tuttavia, non implica la sua riproduzione uniforme. Un passaggio particolarmente chiaro afferma che «la Cina non replica modelli stranieri né esige che altre nazioni replichino i suoi» [7]. La rilevanza della sua esperienza consiste, in questa prospettiva, nell’ampliamento delle possibilità storiche a disposizione di altri popoli, fermo restando che ciascun percorso deve confrontarsi con condizioni nazionali, rapporti di classe e vincoli internazionali specifici.

Questo argomento riguarda direttamente anche i comunisti dei paesi occidentali. Studiare la Cina può contribuire a superare l’idea che il capitalismo costituisca l’orizzonte definitivo della storia, ma non sostituisce l’elaborazione di una strategia adeguata alle proprie società, né si può pretendere di dimandare alla Cina il ruolo di diffondere il socialismo su scala mondiale: la solidarietà internazionale acquista invece maggiore consistenza quando si accompagna alla capacità di assumere i compiti politici del proprio contesto.

La discussione sullo sviluppo pacifico affronta inoltre un presupposto frequente nelle interpretazioni dell’ascesa cinese: l’idea che l’aumento della potenza economica debba necessariamente tradursi in egemonia imperialista. Rispondendo anche a queste obiezioni, Jiang richiama l’affermazione di Xi Jinping secondo cui «l’idea che una nazione potente debba per forza diventare egemonica non è una legge storica» [8]. Il rifiuto di questo automatismo restituisce importanza all’analisi dei rapporti sociali, degli obiettivi politici e delle forme concrete della proiezione internazionale.

Venendo alle conclusioni, il contributo più fecondo dell’opera risiede dunque nell’invito a discutere il socialismo come una possibilità concreta di trasformazione della società. La Cina assume un significato mondiale perché riapre problemi che il trionfalismo seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica aveva preteso di archiviare: il rapporto fra pianificazione e sviluppo, fra sovranità e integrazione internazionale, fra crescita della ricchezza sociale ed emancipazione umana. Affrontarli richiede quella disponibilità a imparare dalla pratica che Jiang pone al centro del proprio lavoro, mantenendo insieme la prospettiva comunista e l’esame rigoroso delle contraddizioni del presente.


NOTE

[1]: Jiang Hui, Il significato mondiale del socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era, traduzione dal cinese di Veronica Paleri, Anteo Edizioni, 2026. Edizione originale: Jiangxi People’s Publishing House, 2022. Tutti i riferimenti successivi riguardano l’edizione italiana.

[2]: Deng Xiaoping, citato in Jiang Hui, Il significato mondiale del socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era, p. 153.

[3]: Friedrich Engels, citato in Jiang Hui, op. cit., p. 282.

[4]: Xi Jinping, citato in Jiang Hui, op. cit., p. 206.

[5]: Xi Jinping, citato in Jiang Hui, op. cit., p. 125.

[6]: Xi Jinping, citato in Jiang Hui, op. cit., p. 289.

[7]: Jiang Hui, op. cit., p. 339.

[8]: Xi Jinping, citato in Jiang Hui, op. cit., p. 340.

SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Rispondi

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.