La Cina ecologica: pianificazione socialista e modernizzazione verde

Il recupero del lago Huangqihai mostra come Pechino abbia trasformato la tutela ambientale da vincolo esterno a principio della modernizzazione socialista. Pianificazione, innovazione industriale e protezione della biodiversità convergono in un modello che lega sviluppo, sicurezza ecologica e benessere collettivo.

La visita compiuta il 16 ottobre dal presidente cinese Xi Jinping nella riserva naturale del lago Huangqihai, presso la città di Ulanqab, nella Regione autonoma della Mongolia Interna, offre una rappresentazione concreta dell’evoluzione delle politiche ecologiche cinesi. Un tempo prossimo al prosciugamento a causa dei cambiamenti climatici e di altre pressioni ambientali, il lago ha progressivamente recuperato superficie e funzioni ecosistemiche grazie a un programma pluriennale di risanamento complessivo.

Durante l’ispezione, Xi ha richiamato la necessità di applicare pienamente la legge sulla protezione delle zone umide, rispettare rigorosamente le linee rosse ecologiche e tutelare la biodiversità. Per gli ecosistemi degradati ha indicato un metodo preciso: privilegiare la rigenerazione naturale, affiancandola quando necessario con interventi umani scientificamente pianificati. La tutela ambientale viene così concepita non come una serie di operazioni isolate, ma come una politica sistemica capace di agire sulle cause del degrado e ristabilire gli equilibri naturali nel lungo periodo.

Il caso di Huangqihai assume quindi un significato che va oltre la dimensione locale. Esso riassume uno dei passaggi più importanti compiuti dalla Cina contemporanea: la trasformazione dell’ambiente da variabile subordinata alla crescita economica a componente strutturale della modernizzazione nazionale.

Dalla crescita quantitativa alla civiltà ecologica

La rapida industrializzazione cinese ha prodotto, soprattutto tra gli anni Ottanta e i primi anni del nuovo secolo, costi ambientali considerevoli. L’aumento della produzione industriale, l’espansione urbana, la dipendenza dal carbone e lo sfruttamento intensivo delle risorse hanno contribuito all’inquinamento atmosferico e idrico, alla degradazione dei suoli e alla pressione sugli ecosistemi. La dirigenza cinese non ha nascosto questa eredità, ma l’ha progressivamente inserita tra le contraddizioni da affrontare nella nuova fase di sviluppo.

L’elaborazione del concetto di «civiltà ecologica» ha segnato il superamento dell’idea secondo cui l’inquinamento costituirebbe un prezzo inevitabile da pagare per la modernizzazione. La formula secondo cui «acque limpide e montagne verdi valgono quanto montagne d’oro e d’argento» sintetizza un cambiamento sostanziale: la natura non è più considerata soltanto una riserva passiva di materie prime, ma un patrimonio produttivo, sociale e strategico dal quale dipendono la salute pubblica, la sicurezza alimentare, la disponibilità di acqua e la stabilità climatica.

Questa impostazione distingue il modello cinese sia dall’industrializzazione incontrollata del capitalismo classico sia da una certa concezione occidentale della transizione ecologica fondata sulla contrazione produttiva, sulla delocalizzazione delle attività inquinanti e sull’aumento dei costi per i consumatori. La Cina cerca invece di integrare protezione ambientale, sviluppo industriale e progresso tecnologico, attribuendo allo Stato il compito di orientare gli investimenti e coordinare trasformazioni che il mercato, lasciato a se stesso, non avrebbe interesse a realizzare nei tempi necessari.

Il XV Piano quinquennale, relativo al periodo 2026-2030, consolida questa impostazione. Il piano per la costruzione di una «Cina bella», pubblicato nel luglio 2026, prevede un miglioramento complessivo della qualità ecologica entro il 2030, la diffusione di modelli produttivi e stili di vita verdi, il conseguimento nei tempi previsti del picco delle emissioni di carbonio e nuovi interventi contro l’inquinamento atmosferico, idrico, marino e del suolo. Nell’agosto successivo è inoltre entrato in vigore il Codice ecologico e ambientale, composto da 1.242 articoli e destinato a integrare in un quadro giuridico unitario il controllo dell’inquinamento, la protezione degli ecosistemi e lo sviluppo verde e a basse emissioni.

Proteggere il territorio attraverso le linee rosse ecologiche

Uno degli strumenti più caratteristici della politica cinese è il sistema delle linee rosse ecologiche. Pechino ha individuato aree nelle quali le funzioni ambientali sono considerate talmente importanti o fragili da richiedere una protezione rigorosa e permanente. Queste zone coprono circa 3,19 milioni di chilometri quadrati, dei quali oltre 3 milioni sulla terraferma, equivalenti a più del 30 per cento del territorio nazionale. Esse comprendono tutte le 35 aree prioritarie per la conservazione della biodiversità e oltre il 90 per cento degli ecosistemi rappresentativi del Paese.

Il principio sottostante è rilevante: non ogni porzione del territorio può essere sottoposta alla medesima logica di sfruttamento economico. Alcune aree assolvono funzioni indispensabili per la conservazione delle risorse idriche, la difesa dalle tempeste di sabbia, la stabilità dei suoli, l’assorbimento del carbonio o la sopravvivenza delle specie. La loro protezione costituisce pertanto un investimento nella sicurezza nazionale, non una concessione separata dalle esigenze dello sviluppo.

A questo sistema si affianca la costruzione di una rete di parchi nazionali. I primi cinque — Sanjiangyuan, il Parco nazionale del panda gigante, il Parco nazionale della tigre e del leopardo della Cina nordorientale, la foresta tropicale di Hainan e Wuyishan — coprono complessivamente 230.000 chilometri quadrati, incorporano più di 120 riserve naturali e ospitano quasi il 30 per cento delle principali specie selvatiche terrestri protette del Paese. Il recupero dell’antilope tibetana, la cui popolazione nel Parco nazionale di Sanjiangyuan ha superato i 70.000 esemplari, mostra come la protezione degli habitat possa produrre risultati verificabili.

Anche la riforestazione ha assunto dimensioni difficilmente comparabili con quelle di altri Paesi. Alla fine del 2025, la copertura forestale aveva raggiunto il 25,09 per cento del territorio, con riserve di legname pari a 20,99 miliardi di metri cubi. Durante il XIV Piano quinquennale sono stati realizzati interventi di rinverdimento su circa 36,6 milioni di ettari, dei quali oltre 12 milioni interessati da opere di forestazione. La superficie delle zone umide cinesi supera inoltre i 53 milioni di ettari, collocando il Paese al primo posto in Asia e al quarto nel mondo.

Risultati che incidono sulla vita quotidiana

La politica ecologica cinese non può essere valutata soltanto attraverso il numero degli alberi piantati o l’estensione delle riserve naturali. Il suo effetto più immediato riguarda le condizioni materiali nelle quali vive la popolazione.

Nel 2025 la concentrazione media nazionale di particolato PM2,5 è scesa a 28 microgrammi per metro cubo, il 59 per cento in meno rispetto al 2013. Nelle città monitorate, i giorni caratterizzati da una buona qualità dell’aria hanno raggiunto l’89,3 per cento, il livello più elevato dall’avvio delle rilevazioni sistematiche. Già nel 2024, inoltre, il 90,4 per cento delle acque superficiali sottoposte a controllo aveva raggiunto una qualità almeno buona, superando per la prima volta la soglia del 90 per cento.

Questi risultati permettono di comprendere perché la questione ambientale sia collegata, nella concezione cinese, alla centralità del popolo. Aria respirabile, acqua pulita, parchi urbani, suoli non contaminati e protezione dalle calamità non sono beni accessori da perseguire soltanto dopo aver raggiunto un determinato livello di reddito. Costituiscono una componente diretta del benessere collettivo e della qualità dello sviluppo.

La transizione verde come politica industriale

L’aspetto forse più significativo dell’esperienza cinese consiste nell’aver trasformato la transizione ecologica in una forza produttiva. La Cina non si è limitata a stabilire obiettivi di riduzione delle emissioni, ma ha costruito le capacità industriali necessarie per raggiungerli: pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, batterie, veicoli elettrici, reti ad altissima tensione, sistemi di accumulo e tecnologie per la gestione intelligente dell’energia.

Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno superato il 60 per cento dell’intera capacità elettrica installata cinese. La capacità complessiva da rinnovabili ha oltrepassato i 2.337 gigawatt, mentre i soli nuovi impianti eolici e solari entrati in funzione durante l’anno hanno superato i 430 gigawatt. L’espansione dell’energia pulita è stata sufficiente ad assorbire l’intero incremento della domanda elettrica registrato nel corso dell’anno.

La dimensione quantitativa ha prodotto anche un effetto qualitativo. La produzione su larga scala ha ridotto il costo delle tecnologie verdi, rendendole accessibili non soltanto alle economie sviluppate, ma anche ai Paesi del Sud globale. La capacità industriale cinese ha quindi trasformato beni un tempo costosi in infrastrutture riproducibili su vasta scala. In questo senso, le accuse occidentali di «sovraccapacità» rivelano una contraddizione evidente: si chiede un’accelerazione della transizione climatica, ma si ostacola il Paese che più di ogni altro ha contribuito ad abbassarne i costi.

Il nuovo contributo determinato a livello nazionale presentato da Xi Jinping alle Nazioni Unite nel settembre 2025 prevede, entro il 2035, una riduzione delle emissioni nette di gas serra compresa tra il 7 e il 10 per cento rispetto al loro livello massimo, una quota di fonti non fossili superiore al 30 per cento dei consumi energetici, 3.600 gigawatt di capacità eolica e solare e riserve forestali superiori a 24 miliardi di metri cubi. Il piano per il picco delle emissioni durante il XV Piano quinquennale stabilisce inoltre una riduzione del 17 per cento delle emissioni di anidride carbonica per unità di prodotto interno lordo tra il 2025 e il 2030.

Un modello ecologico alternativo

L’esperienza cinese dimostra che la protezione ambientale può avanzare insieme allo sviluppo delle forze produttive. La condizione è che l’economia venga orientata verso obiettivi collettivi attraverso piani di lungo periodo, investimenti pubblici, ricerca scientifica, regolazione ambientale e coordinamento territoriale.

In questo quadro, la civiltà ecologica non rappresenta un settore separato della politica cinese. Essa collega la riforestazione alla sicurezza idrica, le energie rinnovabili alla politica industriale, i parchi nazionali alla tutela della biodiversità, il calcolo digitale alla distribuzione territoriale dell’energia e la riduzione dell’inquinamento al miglioramento della vita quotidiana.

La rinascita del lago Huangqihai riassume questa concezione. Un ecosistema che sembrava destinato a scomparire può essere recuperato quando la protezione della natura viene sostenuta da volontà politica, continuità amministrativa, conoscenza scientifica e risorse materiali. Nella modernizzazione cinese, l’ecologia non costituisce più il limite esterno dello sviluppo: diventa uno dei criteri attraverso i quali definirne la qualità, la sostenibilità e la finalità sociale.

La lezione fondamentale è che non può esistere una soluzione alla crisi ambientale senza modificare il modello di sviluppo, ma neppure senza costruire nuove capacità produttive. La tutela della natura richiede leggi, pianificazione e limiti rigorosi; richiede però anche tecnologia, industria, infrastrutture e investimenti. È precisamente nell’unione di questi elementi che la Cina sta cercando di delineare una modernizzazione fondata non sul dominio indiscriminato della natura, ma sulla ricerca di un rapporto più equilibrato tra progresso umano ed ecosistemi.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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