Il dibattito sui vari veli islamici nelle scuole italiane viene trasformato in terreno di scontro politico e culturale. Ma dietro la polemica sul velo emergono contraddizioni più profonde: integrazione, sessualità, modelli di libertà e doppie misure nell’atteggiamento verso l’Islam.

Articolo pubblicato su L’Interferenza
Ho insegnato per tanti anni nei licei di Roma, sia del centro che, soprattutto, delle periferie. Ho avuto o comunque conosciuto migliaia di studenti e di studentesse e ne ho incontrata solo una che indossava non proprio il burqa ma una sorta di soprabito, presumo il “niqab”, che le copriva il viso con l’esclusione degli occhi. Una su migliaia di studenti e studentesse straniere.
Sorvolo sulla strumentalità della posizione assunta da Giorgia Meloni nel merito, così come le altre sugli studenti italiani che sarebbero isolati e ghettizzati nelle classi, che hanno il solo obiettivo di recuperare a destra i voti che le sta sottraendo Vannacci. Gli studenti stranieri sono circa l’11% del totale, difficile pensare che il restante 89% possa sentirsi straniero in patria. La gran parte di questi ragazzi provenienti da altri paesi sono peraltro nati in Italia e molto spesso parlano un italiano migliore degli autoctoni i quali, specie a Roma nelle scuole di periferia, si esprimono normalmente in forma dialettale. Mi sono spesso chiesto le ragioni di ciò, probabilmente è dovuto proprio al desiderio di integrarsi e dimostrare di non essere da meno degli altri (semmai il contrario) per il fatto di essere stranieri. Soltanto una parte di questi provengono da paesi musulmani, quelli più numerosi sono sicuramente i rumeni, molti sudamericani, filippini, cinesi e poi naturalmente molti bangladesi e maghrebini, per lo più marocchini ed egiziani. E però per la premier il problema sono naturalmente i musulmani. Del resto siamo in guerra con l’Islam sciita (Iran, Hezbollah libanesi, Houti yemeniti), e il processo di criminalizzazione culturale e ideologico non può che partire dai giovani e quindi dalle scuole. È ciò che ormai va sotto il nome di “guerra ibrida”.
Naturalmente non tutto l’Islam è nostro nemico, anzi, siamo molto amici con la parte del mondo islamico più sordidamente oscurantista come ad esempio l’Arabia Saudita che non a caso riforniamo di armi insieme agli altri alleati occidentali per difendere la sua libertà. Roba da ridere…libertà per chi, da chi o da che cosa non si sa, forse quella di continuare a perpetrare il massacro del popolo yemenita, di mantenere sul proprio territorio le basi USA dalle quali partono gli attacchi contro l’Iran, di sfruttare i lavoratori immigrati (pressochè la quasi totalità dei lavoratori in quel paese) che contribuiscono ad accrescere la ricchezza delle sue classi dirigenti e di continuare ad avere il triste primato di stato con il maggior numero di condanne a morte in tutto il mondo in proporzione al numero di abitanti (la maggior parte dei “giustiziati” sono lavoratori immigrati, seguiti da dissidenti politici e religiosi). Ma tant’è. I sauditi sono nostri amici, difendono i nostri interessi, cioè quelli delle multinazionali del petrolio, degli USA e di Israele (oltre che i loro), e per ciò stesso diventano paladini della libertà e della democrazia.
Si potrebbe scrivere per settimane senza fermarsi un secondo per parlare dei problemi della scuola italiana e delle responsabilità di un’intera classe politica, di destra e di “sinistra” che l’ha progressivamente ridotta nello stato in cui è oggi, ma per la premier il problema principale sono quelle ragazze, forse lo 0,0000 1 per mille, che indossa il burqa. Ma lasciamo stare.
La cosa grottesca e allo stesso tempo scabrosa, perché è un tabù, è un’altra. Lasciamo che le ragazze e le ragazzine, a quattordici, quindici o sedici anni e molto spesso in età ancora più giovane, se ne vadano in giro “smutandate”, mostrando il proprio corpo né più e né meno di come si mostra un’automobile o un appartamento di lusso, educandole al fatto che il sesso è un capitale e come tale deve essere considerato e gestito, e abbiamo anche la sfacciataggine di dire agli altri popoli e alle altre culture come e quali dovrebbero essere i loro costumi. Ci dovremmo vergognare e invece abbiamo la presunzione – oscena e insopportabile – di dire agli altri cosa è giusto e cosa è sbagliato. Giusto – secondo i nostri parametri – è presentarsi a scuola con una minigonna “girofica” mentre sbagliato è venire a scuola con un velo. Giusto è mostrare costantemente il proprio corpo come strumento di seduzione e come modalità di relazione (di dominio? di scambio?) con gli altri, mentre sbagliato è coprirlo (e magari avere anche altre modalità di relazione con gli altri…).
Giorgia Meloni si scandalizza per il “niqab” o per il chador indossato da una percentuale infinitesimale di studentesse straniere. Perché non si scandalizza per tutte quelle (purtroppo tante) giovani e giovanissime ragazze italiane che fanno soldi su Onlyfans mostrando il proprio corpo? O forse anche lei crede che questo nostro modo di concepire la sessualità faccia parte della libertà e dell’autodeterminazione delle donne?
Giorgia Meloni ha superato se stessa con questo suo patetico e ipocrita tentativo di sottrarre voti a Vannacci. In realtà è forse riuscita a scavalcare a “sinistra” (si fa per dire…) perfino la Schlein e la Piccolotti, le quali, ovviamente, non si sono lasciate sfuggire la ghiotta occasione servita su un piatto d’argento, ribadendo la libertà e il diritto delle donne di vestirsi come gli pare.
E così, a botte di ipocrisia, continua il (nauseante) balletto fra destra e “sinistra”.
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