Angelo d’Orsi – Ritorno a Mosca

Di ritorno da Mosca, Angelo d’Orsi racconta la propria esperienza come esperto internazionale durante le elezioni legislative russe, contestando la narrazione dominante dei media occidentali e riflettendo sul consenso interno, sulla guerra in Ucraina e sul ruolo della Russia nel mondo multipolare.

Articolo pubblicato su L’Interferenza – 1º ottobre 2026

Ho annunciato il viaggio a Mosca, un paio di settimane fa, e immediatamente decine e decine di hater, gli odiatori professionali (persone o sistemi elettronici) si sono scatenati.

Avevo informato i miei follower e quelli di Agorà di essere stato invitato da una organizzazione internazionale (la IAPEE), come “esperto” (qualifica diversa, con un rango minore rispetto a quella di “osservatore” ufficiale), alle elezioni per il rinnovo della Duma (18-20 settembre). Avevo comunque ricevuto l’accredito della Camera Elettorale della Federazione Russa e di quella della Città di Mosca, due istituzioni preposte al corretto svolgimento delle votazioni. Le ingiurie naturalmente erano e sono “a prescindere”: al di là delle solite frasi (“Vai in Russia? Restaci!”. “Quanto ti paga Putin?” “Traditore”…, e così via), gli argomenti “pesanti” riproducevano i commenti della “stampa indipendente”: ossia, saranno “elezioni farsa”, tanto si sa chi vince, e tutti a menzionare Putin, che, non trattandosi di elezioni presidenziali, non era ovviamente candidato.

Del resto non ci si poteva stupire, se da von der Leyen a Kaia Kallas, da Macron a Merz, era un coro uniforme, puntualmente ripreso dai media italiani ed europei. Putin ha escluso gli osservatori internazionali, si ripeteva. E la IAPEE con i suoi esperti sparsi in varie località della Federazione (in numero totale di 1256), veniva privata, in tale narrazione, di qualsiasi legittimità, perché nata in Russia, anche se finanziata dalla sessantina di Stati membri. A quanto pare esiste agli occhi di tali osservatori soltanto l’OCSE, della quale il minimo che si possa dire è che si colloca nella sfera di influenza occidentale e specificamente statunitense. Morale, se gli osservatori sono sponsorizzati da USA e UE sono affidabili, altrimenti ricadono sotto l’infamante accusa di propagandisti.

Ho svolto il mio compito nei giorni delle votazioni visitando ben 34 seggi, sparsi in tutta la gigantesca metropoli moscovita. Ho constatato de visu il funzionamento corretto e trasparente delle votazioni, e ho apprezzato che tutti i miei intervistati (presidenti di seggio, candidati, rappresentanti di liste, osservatori interni, e i volontari delle Camere civiche (quella Federale e quella di Mosca), sottolineassero proprio la questione della trasparenza. Ho sottolineato in qualche intervista, e in servizi in diretta da Mosca, che la parola “glasnost” (“trasparenza”; che abbiamo conosciuto con Gorbacev) fosse tornata in voga. Ho apprezzato che i cittadini potessero esprimersi con schede che venivano stampate sul momento presentando i documenti d’identità, e deposte in urne di plastica rigida trasparenti, appunto! Altri potevano recarsi alle urne e votare ai computer presenti al seggio, in modalità elettronica. Ma potevano compiere la stessa operazione da casa, o da qualsiasi posto dove fosse attiva una connessione. Addirittura esiste un’applicazione scaricabile sul telefono che consente di votare dovunque il cittadino si trovi. E infine si poteva votare in forma cartacea spedendo la scheda.

Ho potuto intervistare chiunque presente nei seggi, e ho potuto parlare, come già in passato mi era capitato, con persone comuni per strada. Ho raccolto impressioni, sensazioni, e mi sono fatto delle idee, naturalmente, anche a partire dalle tante letture fatte in questi anni e nei precedenti. Ho chiesto della guerra, e ho raccolto la stanchezza di tutti, e il vibrante auspicio che finisse al più presto. Ma ho ricavato anche la determinazione a tenere ben strette come Repubbliche integrate nella Federazione, Lugansk e Donetsk, per non parlare della Crimea che in Russia, tutti, e sottolineo tutti, considerano intimamente, storicamente, indefettibilmente russa. E il fatto che il partito Yabloko, escluso dalla competizione elettorale con sentenza della magistratura, su richiesta di un partito concorrente (Rodina), non riconosca quelle annessioni, ormai divenute parte integrante della Costituzione russa, insieme all’accusa di ricevere finanziamenti “oscuri” da fonti estere, è stata la prima causa della sua esclusione; peraltro quel partito, come del resto il concorrente (di destra estrema) aveva un’aspettativa di voto intorno al 2-3% e non al 14 o 15 come scrivevano i nostri media malinformati, a voler essere generosi.

In generale mi pare di aver ricevuto la conferma che la Russia, la Federazione Russa, è un paese che funziona, ha uno Stato efficiente, in particolare nelle città (non solo nelle grandi), mentre nelle campagne naturalmente le cose sono diverse, ma lo sforzo di crescita, di modernizzazione, di recupero di PIL e di efficienza, e soprattutto di dignità nazionale e di sforzo per ritornare sulla scena mondiale da protagonista, un processo che la guerra di Ucraina ha tentato di fermare, perché non si tratta della guerra tra Putin e Zelensky, tra Russia e Ucraina, ma dell’Occidente alla Russia, che è stata messa nella condizione obbligata di attaccare per fermare il massacro dei russofoni in Donbass, fermare l’ingresso della NATO nell’Ucraina, ossia alle porte di casa, e il potere di una cricca antidemocratica e inquinata di forze neonaziste. Tutto questo, va sottolineato, è l’esito dell’opera di Vladimir Putin, in questi decenni, certo con modi autoritari, ma il suo compito era disperato, dopo la catastrofe procurata da Boris El’cin, e il progressivo incessante accerchiamento della Russia da parte dei Paesi NATO.  E sono sempre più persuaso che noi occidentali dobbiamo smettere di ritenerci i signori del Globo. E che la linea di Putin, di Xi Jiping, dei BRICS, e di altri Paesi del “Sud del mondo”, è quella giusta: ossia una condivisione di responsabilità, un rispetto reciproco, un’attenzione collegiale alla salvezza del Pianeta.

I risultati delle elezioni checché ne dicano a casa nostra, sono stati una conferma del consenso di cui gode Vladimir Putin, e del sostegno alla sua politica. In particolare l’alta percentuale di votanti, specie in Donbass, è un chiaro segno di quel consenso. Parenzo, Molinari, Vespa, Mieli, Galli Della Loggia e compagnia se ne facciano una ragione.  I miei innumerevoli hater, tutti, ovviamente, conoscitori profondi della Russia, e analisti della geopolitica mondiale, oltre che della grammatica italiana (sarebbero tutti da raccogliere in un volume i loro commenti, specchio di una società malata e disgregata, con un analfabetismo di ritorno pauroso), al mio ritorno, seduti sempre su cattedre di ignoranza e troni di pregiudizio, hanno ripreso, ripetuto e reiterato le ingiurie volgarissime e le miserevoli ironie sfoggiate prima che partissi. Nessuna volontà di capire, nessuno sforzo per conoscere, nessuna conoscenza storica, geografica, sociopolitica, economica, giuridica.  Solo battutacce, solo frasi frutto del sentito dire, solo rozzezza umana e pochezza intellettuale.

Del resto, se i grandi giornalisti, i comunicatori, gli opinion leader, percorrono quella strada, piegandosi alla frusta della nazistoide von der Leyen, perché stupirci che la signora Maria o il signor Pino mi bollano con marchi d’infamia? O piuttosto quelli che nella loro piccola testa dovrebbero essere tali. Al netto delle richieste di risarcimenti, che devolverò a buone cause, non mi curo di loro, e vado avanti per la mia strada, studiando, innanzitutto, militando, e organizzando il movimento Agorà, al quale ho dato vita e del quale, mi si lasci dire, sono orgoglioso.

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About Angelo D'Orsi

Angelo d’Orsi, già Professore Ordinario di Storia del pensiero politico – Università degli Studi di Torino (Italia). Attualmente docente a contratto presso il Politecnico di Torino. Docente, storico, giornalista, scrittore, conferenziere e commentatore politico. Autore di oltre 50 libri, molti tradotti in varie lingue, visiting professor in diverse università, in Europa e America Latina.

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