Oltre l’Occidente: multipolarismo, decolonizzazione e socialismo cinese nella riflessione di Visalli e Formenti

Nei due volumi di Oltre l’Occidente, Alessandro Visalli e Carlo Formenti interrogano la crisi dell’egemonia occidentale e l’emergere di un mondo multipolare, individuando nella Cina e nel socialismo con caratteristiche cinesi uno dei principali terreni della trasformazione sistemica contemporanea.

Esistono libri che cercano di interpretare un determinato passaggio storico e altri che assumono un compito più ambizioso: mettere in discussione le categorie attraverso le quali quel passaggio viene normalmente interpretato. Oltre l’Occidente, l’opera in due volumi pubblicata nel 2026 da Meltemi nella collana Visioni eretiche, appartiene decisamente alla seconda categoria. Alessandro Visalli, autore del primo volume, Nell’ombra di un tramonto epocale, e Carlo Formenti, autore del secondo, L’alba di una nuova Storia, costruiscono due percorsi autonomi ma complementari che convergono attorno a un interrogativo fondamentale: come interpretare un mondo nel quale l’Occidente non dispone più del monopolio materiale e ideologico che gli aveva consentito, per alcuni secoli, di presentare la propria particolare esperienza storica come destino universale dell’umanità?

La particolare struttura editoriale rappresenta una ulteriore caratteristica peculiare del progetto. I due autori hanno infatti lavorato attraverso un prolungato confronto di testi, osservazioni e riferimenti bibliografici, al termine del quale ciascuno ha redatto il proprio volume e introdotto quello dell’altro. Visalli ha infatti spiegato che i due saggi «si guardano reciprocamente», pur conservando differenze di stile, metodo e accentuazione. Ne deriva un’opera complessivamente coerente, nella quale il primo volume tende maggiormente alla diagnosi filosofica, geopolitica e tecnologica della crisi occidentale, mentre il secondo ne ricostruisce la genealogia storica e cerca nelle rivoluzioni anticoloniali, nel marxismo non occidentale e soprattutto nell’esperienza cinese gli elementi di una possibile alternativa.

Il punto di partenza comune è la crisi dell’egemonia occidentale. Sarebbe tuttavia riduttivo interpretare questa tesi come una semplice constatazione dello spostamento dei rapporti di forza economici dagli Stati Uniti verso la Cina. Per Visalli e Formenti, la trasformazione in corso investe qualcosa di più profondo: la pretesa occidentale di identificare la propria modernità con la modernità in quanto tale. La questione non è dunque solamente chi produca più merci, controlli più tecnologie o disponga di maggiore potenza militare, ma chi abbia il potere di stabilire quali istituzioni, quali categorie politiche e quale concezione dello sviluppo possano essere considerate universalmente valide.

Da qui nasce una delle formule centrali dell’intera opera: «provincializzare l’Occidente». L’espressione non implica necessariamente la negazione dell’eredità europea, quanto il rifiuto della sua identificazione automatica con l’universalità. L’Occidente deve tornare a essere ciò che storicamente è: una particolare esperienza di civiltà, formatasi attraverso processi specifici e intrecciata alla nascita del capitalismo moderno, al colonialismo e alla costruzione di gerarchie economiche e politiche mondiali. Nella prospettiva dei due autori, questa operazione consente di leggere l’attuale transizione multipolare non come un’anomalia rispetto a un ordine naturale, ma come la riemersione di una pluralità che l’egemonia occidentale aveva subordinato o occultato.

È soprattutto Visalli a sviluppare questa dimensione nel primo volume. Ne L’ombra di un tramonto epocale, interpreta lo scontro contemporaneo su diversi livelli simultanei. La competizione fra Stati Uniti e Cina, il conflitto fra Russia e blocco euro-atlantico, l’espansione dei BRICS e la ricerca di maggiore autonomia da parte del Sud globale sono letti come manifestazioni di una trasformazione più ampia. Lo scontro riguarda le risorse e i mercati, ma anche le infrastrutture, le piattaforme tecnologiche, l’organizzazione della produzione e, infine, differenti concezioni del rapporto fra individuo, comunità, Stato e natura. La tecnica, in questa prospettiva, non è neutrale: essa, infatti, incorpora rapporti sociali e scelte politiche, rendendo la competizione tecnologica parte integrante del confronto fra differenti progetti di modernità.

La Cina assume pertanto una funzione che eccede quella di semplice concorrente economico degli Stati Uniti. Nel ragionamento di Visalli, la sua ascesa mette in discussione l’idea secondo cui modernizzazione, capitalismo liberale e istituzioni politiche occidentali costituirebbero momenti necessariamente inseparabili dello stesso processo storico. L’esistenza di una grande potenza industriale e tecnologica organizzata secondo istituzioni profondamente differenti dimostra almeno che il nesso fra sviluppo e occidentalizzazione non può più essere dato per scontato.

In questo contesto, assume rilievo il riferimento al concetto cinese di Tianxia, letteralmente «tutto ciò che è sotto il cielo». Visalli non lo presenta semplicemente come un modello immediatamente applicabile alle relazioni internazionali contemporanee, ma lo utilizza per mostrare l’esistenza di tradizioni concettuali differenti dall’universalismo occidentale. La nozione di «comunità dal futuro condiviso per l’umanità», presente nel linguaggio politico della Repubblica Popolare, viene così letta in relazione a una concezione dell’universalità che aspira, almeno sul piano teorico, a organizzare la coesistenza delle differenze anziché la loro omologazione, obbligando il lettore a uscire dall’idea che esista una sola genealogia possibile dell’universale.

Da questa impostazione discende anche il significato attribuito al multipolarismo. Non basta, infatti, che esistano più grandi potenze perché esista un ordine realmente differente; un sistema multipolare potrebbe teoricamente limitarsi a redistribuire la potenza fra diversi Stati senza modificare la struttura dei rapporti economici e sociali internazionali. La questione più profonda posta da Oltre l’Occidente riguarda quindi la possibilità che il declino del monopolio occidentale produca anche uno spazio nel quale differenti modelli di sviluppo possano coesistere senza essere costretti a convergere verso un unico paradigma.

È su questo terreno che il secondo volume, L’alba di una nuova Storia, completa e radicalizza il primo. Formenti arretra nel tempo e ricostruisce le condizioni storiche che hanno consentito all’Occidente di trasformare una propria particolare traiettoria di sviluppo in un sistema mondiale. Fernand Braudel, Giovanni Arrighi e Kenneth Pomeranz costituiscono alcuni dei riferimenti fondamentali di questa ricostruzione. Il problema della «Grande Divergenza» fra Europa e Asia viene sottratto alle spiegazioni che attribuiscono il successo europeo a una presunta superiorità intrinseca delle istituzioni o della cultura occidentali. In questo ambito, particolare importanza assume la lettura di Pomeranz, che colloca la divergenza decisiva relativamente tardi e attribuisce un ruolo centrale alle risorse rese disponibili dall’espansione coloniale.

Capitalismo, colonialismo e razzismo cessano così di apparire come fenomeni storici separati. Formenti ricostruisce la modernità occidentale mettendone in luce la dimensione conflittuale e il rapporto con l’assoggettamento delle periferie. Ma il suo percorso non si conclude nella critica dell’eurocentrismo: una parte importante del volume è dedicata infatti alle rivoluzioni e alle elaborazioni teoriche sviluppatesi fuori dal centro occidentale: dalla rivoluzione haitiana alle esperienze anticoloniali, da Frantz Fanon a Samir Amin, fino alle correnti del marxismo africano e nero.

Qui emerge una seconda tesi importante dell’opera: la necessità di «provincializzare» anche il marxismo occidentale senza abbandonare Marx. Il marxismo deve infatti essere sottratto all’idea che le modalità storiche assunte dalla lotta di classe nell’Europa industriale dell’Ottocento e del Novecento costituiscano uno schema universale al quale ogni processo rivoluzionario debba necessariamente conformarsi. Le rivoluzioni realmente vittoriose del Novecento, del resto, si sono verificate in larga parte nelle periferie e semiperiferie del sistema mondiale, intrecciando questione sociale, liberazione nazionale, questione contadina e lotta antimperialista. Cina, Vietnam e altre esperienze rivoluzionarie hanno dunque obbligato il marxismo a confrontarsi con condizioni storiche profondamente differenti da quelle nelle quali era nato.

La parte conclusiva del volume di Formenti conduce questa riflessione al suo punto teoricamente più impegnativo: la natura del socialismo cinese. Se, infatti, esistono differenti percorsi verso la modernità, deve essere possibile interrogare la Repubblica Popolare Cinese senza assumere preventivamente il capitalismo o il marxismo occidentali come metri universali attraverso cui misurarla.

Formenti contesta esplicitamente le interpretazioni che identificano automaticamente la presenza del mercato, dell’impresa privata, dell’accumulazione capitalistica e delle disuguaglianze con l’avvenuta restaurazione del capitalismo. La questione decisiva viene spostata dal semplice interrogativo sulla presenza del capitale a quello relativo al rapporto fra capitale e potere politico. Il problema diventa allora stabilire chi eserciti il comando strategico sul processo di sviluppo, quale capacità conservi lo Stato di orientare gli investimenti, quale funzione svolgano le imprese pubbliche nei settori fondamentali e, soprattutto, se il capitale privato abbia conquistato l’autonomia politica necessaria per subordinare lo Stato ai propri interessi.

È precisamente su questo terreno che l’esperienza cinese viene interpretata come una sfida tanto al capitalismo liberale quanto ad alcune concezioni dogmatiche del socialismo. Le riforme avviate alla fine degli anni Settanta non vengono lette semplicemente come abbandono del socialismo, bensì come apertura di una lunga fase nella quale mercato, capitale privato e integrazione nell’economia mondiale vengono utilizzati all’interno di una strategia di sviluppo guidata politicamente e sempre orientata alla costruzione del socialismo. Formenti insiste quindi sulla necessità di giudicare la traiettoria cinese storicamente, anziché confrontarla con un modello astratto di società socialista già compiuta.

Questa impostazione, che condividiamo, non deve neppure portare a negare le contraddizioni del processo storico di transizione al socialismo che sta avendo luogo in Cina. La Repubblica Popolare, infatti, presenta disuguaglianze sociali, capitale privato, rapporti salariali e forme di competizione che rendono inevitabile la discussione sulla natura e sulla direzione del suo sistema. È proprio l’esistenza di tali contraddizioni, tuttavia, a rendere teoricamente rilevante il concetto di «socialismo con caratteristiche cinesi». Il problema, dunque, non consiste nel negarle, ma nel determinare quale forza politica e sociale sia in grado di governarle e verso quale direzione.

La riflessione diventa particolarmente interessante quando Formenti ricostruisce il passaggio dalla fase di sviluppo fondata in misura significativa sulle esportazioni a basso costo e sull’enorme trasferimento di forza lavoro dalle campagne alle città verso una strategia orientata all’innalzamento tecnologico, all’espansione del mercato interno, alla riduzione della povertà e alla costruzione di capacità produttive autonome. Nella lettura proposta nel volume, l’accelerazione impressa durante la leadership di Xi Jinping assume il significato di un rafforzamento della capacità del potere politico di orientare lo sviluppo e di impedire che la crescita del capitale privato si traduca automaticamente nella sua conquista del comando politico.

È qui che i due volumi finiscono per convergere: Visalli mostra come la crisi occidentale investa non soltanto i rapporti di forza ma la pretesa di monopolizzare il significato stesso della modernità; Formenti cerca nella storia delle rivoluzioni anticoloniali e nel socialismo cinese le forme concrete attraverso cui tale monopolio può essere contestato. Il primo parte dal tramonto di un ordine; il secondo cerca di individuare i lineamenti dell’ordine che potrebbe emergere dalla sua trasformazione. I sottotitoli – Nell’ombra di un tramonto epocale e L’alba di una nuova Storia – sintetizzano efficacemente questa complementarità.

Rimane tuttavia una tensione teorica che rappresenta forse il problema più fecondo lasciato aperto dall’opera. La fine dell’egemonia occidentale non coincide necessariamente con il superamento del capitalismo. Inoltre, multipolarismo e socialismo appartengono a livelli analitici differenti. La redistribuzione internazionale della potenza può indebolire le gerarchie costruite durante i secoli dell’espansione occidentale, ma può anche produrre semplicemente un capitalismo mondiale organizzato attorno a più centri. Russia, India, Brasile, Iran, Cina e gli altri protagonisti della trasformazione multipolare possiedono strutture economiche, sistemi politici e progetti sociali profondamente differenti. Sarebbe pertanto problematico trasformare automaticamente la contrapposizione fra Occidente e non-Occidente nella contraddizione fra capitalismo e socialismo.

È proprio questa distinzione, però, a rendere decisivo il caso cinese nell’impianto di Visalli e Formenti. Se la Repubblica Popolare fosse semplicemente una nuova potenza capitalistica destinata a contendersi con gli Stati Uniti il vertice della stessa gerarchia mondiale, la transizione multipolare rappresenterebbe essenzialmente una redistribuzione geopolitica della forza. Se invece il sistema cinese conserva una logica socialista capace di subordinare l’accumulazione privata a finalità politiche collettivamente determinate, la sua ascesa assume una portata diversa: dimostra concretamente che industrializzazione, innovazione tecnologica e sviluppo delle forze produttive non richiedono necessariamente il dominio politico del capitale.

Da questo punto di vista, il contributo più significativo di Oltre l’Occidente consiste probabilmente nell’aver collegato tre discussioni troppo spesso separate: la crisi dell’egemonia statunitense, la formazione di un ordine internazionale multipolare e la questione della transizione socialista nel XXI secolo. Visalli e Formenti non sostengono semplicemente che un impero stia tramontando e un altro sorgendo al suo posto. Il problema che pongono è più radicale: se il lungo ciclo dell’universalismo occidentale stia lasciando spazio non a una nuova universalità egemonica, ma a una pluralità di percorsi storici in grado di convivere armonicamente tra loro.

Il vero interrogativo posto da Oltre l’Occidente, in ultima analisi, non è dunque semplicemente se l’Occidente stia declinando. È che cosa possa sorgere dalla fine della sua pretesa di essere il mondo intero. Ed è nella risposta ancora aperta a questa domanda che multipolarismo, decolonizzazione e socialismo tornano a intrecciarsi come questioni centrali del nostro tempo.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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