Secondo Giulio Chinappi, il prolungamento della guerra contro l’Iran deriva dagli errori di calcolo di Stati Uniti e Israele sulla capacità di resistenza iraniana: superiorità militare e pressione economica non sono riuscite a tradursi nella resa politica di Teheran.

IRNA – 12 settembre 2026 (articolo originale in fārsī)
Londra, IRNA – Giulio Chinappi, ricercatore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) in Italia, ha attribuito il prolungamento della guerra contro l’Iran agli errori di calcolo degli Stati Uniti e del regime sionista riguardo alla capacità di resistenza iraniana, sottolineando che il ricorso degli aggressori alla forza militare e alla pressione economica non è riuscito a costringere Teheran alla resa.
Secondo quanto riferisce IRNA, Giulio Chinappi, ricercatore del Centro Studi Eurasia Mediterraneo (CeSEM) in Italia, ha scritto in un contributo esclusivo per IRNA che gli Stati Uniti e il regime sionista sono entrati in guerra partendo dal presupposto che gli attacchi militari e l’assassinio di alti funzionari avrebbero rapidamente condotto l’Iran alla paralisi politica. Tale calcolo, tuttavia, non ha tenuto conto dell’effettiva resilienza del Paese.
Sottolineando la differenza tra infliggere danni militari e conseguire una vittoria politica, Chinappi ha aggiunto che gli aggressori hanno sottovalutato la solidità istituzionale e le capacità difensive dell’Iran, nonché l’effetto prodotto dall’aggressione straniera sulla determinazione della società iraniana a difendere la sovranità nazionale.
Il ricercatore italiano ha indicato nella persistente capacità di risposta dell’Iran, nella posizione strategica dello Stretto di Hormuz e nell’ampliamento delle conseguenze economiche del conflitto alcuni dei fattori che hanno smentito i calcoli iniziali di Washington e Tel Aviv. Ha inoltre sottolineato come la divergenza tra gli obiettivi degli aggressori e l’assenza di una prospettiva realistica per porre fine alla guerra abbiano contribuito al suo prolungamento.
Chinappi ha inoltre affermato che la via d’uscita da questa situazione consiste nell’abbandonare l’idea della diplomazia come strumento per imporre le proprie richieste e nel procedere verso la cessazione degli attacchi, la rimozione del blocco navale e un accordo fondato su impegni reciproci e garanzie credibili.
Le parti più importanti dell’articolo del ricercatore italiano sono riportate di seguito.
Oltre sei mesi dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno avviato le loro operazioni militari contro l’Iran, il dato più importante di questa guerra è al tempo stesso il più semplice: il conflitto non è riuscito a produrre il rapido risultato strategico che i suoi promotori sembravano aspettarsi.
L’Iran ha indubbiamente subito perdite militari, economiche e umane, ma non ha né capitolato né abbandonato gli elementi principali della propria postura strategica. Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz continua a essere gravemente compromesso, i missili e i droni iraniani restano in grado di raggiungere obiettivi statunitensi e alleati in tutta la regione e non esiste ancora alcun meccanismo politico credibile per porre fine al conflitto.
L’ultima escalation conferma questa realtà. All’inizio di settembre, gli Stati Uniti hanno nuovamente condotto attacchi contro installazioni militari iraniane e Teheran ha risposto colpendo postazioni e mezzi statunitensi nella regione. Pochi giorni dopo, in seguito a un nuovo scambio di fuoco, le forze statunitensi hanno preso di mira petroliere iraniane. In questo modo, quella che inizialmente era stata presentata come un’operazione militare relativamente limitata è entrata nel suo settimo mese senza che esista un percorso chiaro verso una vittoria decisiva o una pace stabile.
L’errore fondamentale è stato politico prima ancora che militare. Washington e Tel Aviv sembrano aver ritenuto che la superiorità tecnologica, la distruzione delle strutture di comando e l’eliminazione degli alti dirigenti iraniani avrebbero rapidamente determinato la paralisi del sistema politico.
All’inizio del conflitto, il cambio di regime veniva apertamente indicato come un obiettivo, soprattutto dai dirigenti israeliani. Tuttavia, la distruzione di equipaggiamenti e installazioni militari e l’assassinio di figure politiche non hanno provocato il collasso della struttura statale iraniana. Già ad aprile, alcune analisi pubblicate dai media occidentali riconoscevano che Israele non era riuscito a conseguire risultati politici decisivi.
La distinzione tra danno militare e vittoria politica è di importanza fondamentale. Un Paese può perdere aerei, unità navali, sistemi di difesa aerea, impianti industriali e alti comandanti senza perdere la propria capacità o volontà di resistere. Le guerre contemporanee hanno dimostrato ripetutamente che la distruzione non è sinonimo di successo strategico. La questione centrale non è quanti obiettivi possano essere distrutti, ma se tale distruzione modifichi il calcolo politico dell’avversario nella direzione desiderata.
Nel caso dell’Iran sembra essersi verificato il contrario. Quanto più il conflitto è stato percepito come una battaglia per la sovranità nazionale e la sopravvivenza del Paese, tanto meno probabile è diventato che l’Iran accettasse di fare concessioni. Fare concessioni sotto i bombardamenti comporta inevitabilmente il rischio che l’aggressore le interpreti come la prova che una maggiore pressione produce ulteriori concessioni. In tali circostanze, la resistenza non costituisce semplicemente una posizione ideologica, ma diventa un calcolo razionale e strategico.
Al tempo stesso, la resilienza dell’Iran non deve essere confusa con l’immunità dai danni. I costi economici sono estremamente pesanti. Ma resilienza significa precisamente capacità di continuare a funzionare e a resistere nonostante tali costi.
All’interno della società iraniana esistono divergenze politiche, economiche e sociali. Tuttavia, il dissenso sulla politica interna non equivale al sostegno ai bombardamenti, all’intervento straniero o a un cambio di regime imposto da potenze esterne. Anche questo ha rappresentato un grave errore di calcolo.
Anche sul piano militare è emerso un paradosso analogo. Gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto danni alle capacità militari convenzionali iraniane, ma non sono riusciti a eliminare la capacità di risposta asimmetrica di Teheran. Sei mesi dopo l’inizio del conflitto, l’Iran è «ferito ma non sconfitto». Nonostante le perdite rilevanti, Teheran dispone ancora di capacità missilistiche e di droni sufficienti a colpire obiettivi regionali e continua a esercitare un’influenza determinante sulla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
È qui che la geografia è diventata una delle più importanti fonti della forza strategica iraniana. Lo Stretto di Hormuz ha trasformato uno scontro militare bilaterale o regionale in un problema per l’economia mondiale. Prima della guerra, circa un quinto dell’approvvigionamento energetico globale transitava attraverso questo stretto passaggio marittimo. Anche dopo mesi di operazioni militari, il traffico navale rimane molto al di sotto dei livelli normali. Il 4 settembre è stato osservato il transito di appena quattro navi adibite al trasporto di merci, rispetto alle circa 125 navi commerciali che attraversavano quotidianamente lo stretto prima dell’inizio del conflitto.
L’Iran dispone quindi di una forma di leva asimmetrica che non può essere eliminata semplicemente attraverso la superiorità aerea. Gli Stati Uniti possono colpire installazioni missilistiche e basi navali, ma non possono modificare la geografia del Golfo Persico. Né possono garantire la normale navigazione commerciale senza tenere conto degli interessi di sicurezza dell’Iran. Ogni nuova fase di escalation militare minaccia non soltanto l’Iran, ma anche le forniture di petrolio, gas, prodotti petrolchimici e altre merci dalle quali dipende l’economia internazionale.
Le conseguenze di questa situazione si sono estese ben oltre l’Iran. I mercati petroliferi hanno reagito ripetutamente alla ripresa dei combattimenti e anche la capacità dell’OPEC+ di stabilizzare l’offerta è stata limitata dalle perturbazioni provocate dalla guerra. Il conflitto ha inoltre inciso sui flussi energetici verso l’Asia, sull’inflazione europea e sui costi del trasporto globale.
La dimensione regionale rende ancora più complesso qualsiasi tentativo di ottenere una vittoria militare netta e inequivocabile. Il conflitto non può essere separato dal Libano, dal Mar Rosso e dalla più ampia architettura di sicurezza dell’Asia occidentale. I combattimenti nel Libano meridionale sono proseguiti nonostante gli accordi di cessate il fuoco e l’insicurezza marittima si è estesa oltre lo Stretto di Hormuz.
Anche i calcoli strategici israeliani hanno contribuito al prolungamento del conflitto. Washington e Tel Aviv non hanno mai perseguito obiettivi completamente coincidenti. Israele ha tradizionalmente mirato non soltanto a limitare il programma nucleare iraniano, ma anche a indebolire durevolmente le capacità militari, missilistiche e regionali dell’Iran. In diverse fasi, i dirigenti israeliani hanno inoltre apertamente incoraggiato una trasformazione politica all’interno dell’Iran. Gli Stati Uniti, invece, hanno oscillato tra la retorica del cambio di regime, la non proliferazione nucleare, la libertà di navigazione, la pressione economica e la ricerca di un accordo capace di porre fine a una guerra sempre meno popolare.
Questa divergenza è diventata particolarmente evidente quando Washington ha cercato un cessate il fuoco, mentre Israele si mostrava scettico nei confronti di qualsiasi accordo che lasciasse sostanzialmente intatta gran parte delle capacità strategiche iraniane. Diverse fonti hanno riferito a giugno che l’intesa in via di definizione tra Stati Uniti e Iran aveva fatto emergere serie divergenze tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, proprio perché Israele riteneva quell’accordo insufficiente rispetto ai propri obiettivi più ampi.
Anche la dimensione internazionale ha complicato i calcoli iniziali. Al recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, l’Iran ha continuato a essere attivamente presente in uno dei principali quadri diplomatici eurasiatici, mentre Cina e Russia hanno nuovamente ribadito il proprio sostegno a un sistema internazionale maggiormente multipolare.
L’importanza di questo elemento risiede nel fatto che le moderne guerre coercitive, finalizzate a costringere l’avversario ad accettare determinate richieste, non dipendono soltanto dalla superiorità militare, ma anche dalla capacità di isolarlo economicamente e diplomaticamente. Quanto più il sistema internazionale diventa multipolare, tanto più difficile diventa per una singola potenza imporre un isolamento generalizzato. La Cina ha un evidente interesse a garantire il libero flusso dell’energia proveniente dal Golfo Persico. La Russia considera la prevenzione del predominio statunitense nell’Asia occidentale coerente con i propri interessi strategici, mentre l’India continua a mantenere relazioni autonome. Nessuno di questi Paesi è disposto semplicemente a subordinare la propria politica regionale a Washington.
Nel frattempo, la guerra ha cominciato a imporre costi anche agli stessi Stati Uniti. Il sostegno dell’opinione pubblica statunitense è diminuito sensibilmente e l’aumento dei prezzi dei carburanti è diventato una questione di politica interna in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto alla fine di agosto ha mostrato che il sostegno al conflitto era sceso ad appena il 31%, mentre il tasso complessivo di approvazione del presidente Trump era calato al 33%.
Anche le risorse militari sono diventate un fattore limitante. Gli Stati Uniti hanno consumato una parte significativa delle proprie scorte di armi di precisione e intercettori antimissile, hanno prolungato i dispiegamenti delle forze navali e trasferito parte dei propri mezzi e delle proprie capacità dall’Europa e dalla regione Asia-Pacifico verso l’Asia occidentale. Secondo alcune stime, entro luglio era stato utilizzato nel conflitto circa il 65% degli intercettori Patriot disponibili, mentre anche le scorte dei sistemi THAAD erano state notevolmente ridotte. Le perdite di velivoli statunitensi e le missioni eccezionalmente prolungate delle portaerei hanno sollevato interrogativi sulla sostenibilità di una campagna militare priva di un orizzonte temporale definito.
La guerra si è quindi protratta perché le sue premesse iniziali erano errate. Si pensava che la vulnerabilità militare dell’Iran sarebbe stata sufficiente a spezzare politicamente il Paese, ma nella pratica la vulnerabilità militare ha convissuto con la resilienza politica e strategica. Si riteneva che il dominio dei cieli si sarebbe tradotto nel controllo dell’evoluzione degli eventi, ma l’Iran ha utilizzato missili, droni, geografia e perturbazioni della navigazione per imporre costi che la superiorità militare convenzionale non è stata in grado di eliminare. Si prevedeva che la pressione economica avrebbe prodotto la resa, ma, pur avendo generato gravi difficoltà, essa non ha ancora consentito di ottenere concessioni politiche decisive.
Soprattutto, il conflitto è iniziato senza una definizione realistica di come avrebbe dovuto configurarsi un accordo sostenibile per il dopoguerra.
Esiste ancora una via d’uscita diplomatica, ma percorrerla richiede di abbandonare l’idea che la diplomazia sia semplicemente un ulteriore strumento di pressione e coercizione. Un accordo sostenibile dovrebbe iniziare con una de-escalation reciproca: cessazione degli attacchi, rimozione del blocco navale e ritorno della navigazione commerciale alla normalità, seguiti da negoziati sulla questione nucleare e sulla più ampia architettura di sicurezza regionale. Un simile accordo richiederebbe inoltre garanzie credibili affinché un cessate il fuoco non si trasformi semplicemente in una pausa operativa prima di una nuova fase di bombardamenti.
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