Le disuguaglianze sociali ed economiche nascono fin dall’asilo nido

La scarsa disponibilità di asili nido pubblici e il crescente ricorso ai bonus rischiano di accentuare le disuguaglianze sociali e territoriali. Senza interventi strutturali sul welfare, le famiglie a basso reddito continuano a incontrare maggiori difficoltà nell’accesso ai servizi educativi.

Spiace dirlo, ma se i nidi fossero stati esclusi dai servizi a domanda individuale, oggi avremmo percentuali di frequentanti anche sopra la media comunitaria.

Quando diversi erano i rapporti di forza in Parlamento e il tema mobilitava sindacati e genitori, abbiamo perso tempo e oggi ci troviamo davanti alla crescente gestione indiretta dei nidi, ossia dati in appalto a gestori che poi sono in prevalenza cooperative, per non parlare poi di strutture a tutti gli effetti private.

Visti i ridotti numeri dei posti a disposizione negli asili nido a gestione diretta e indiretta, il Governo ha ben pensato, al pari degli Esecutivi precedenti, di monetizzare il sostegno alle famiglie: così sono nati i bonus asilo nido da spendere in qualsiasi struttura.

Il bonus asilo nido non è un’invenzione della Meloni, esiste da 10 anni e assegna un contributo economico alle famiglie con bambini fino a tre anni di età, contributo aumentato nell’arco del tempo.

Numero di minori beneficiari di Bonus asilo nido e importo medio mensile della prestazione:
https://eticaeconomia.it/un-aiuto-alle-famiglie-il-bonus-asili-nido/

Gli importi dei bonus variano a seconda dell’ISEE, del nucleo familiare e delle fasce ISEE.

Un recente articolo de La Voce.info (https://lavoce.info/archives/112557/il-bonus-asilo-nido-aiuta-le-madri-a-lavorare-ma-da-solo-non-basta/) analizza la questione offrendo qualche dato significativo: il bonus nido, nel 2025, è andato a ben 530 mila famiglie, ossia a meno del 36% del totale. La misura, tuttavia, vale soprattutto per le fasce sociali medio-alte e assai meno per i bassi redditi, ossia con ISEE sotto i 25 mila euro. La spiegazione è semplice: i nidi costano comunque tanto se confrontati con i servizi erogati nel pacchetto della Pubblica istruzione e le cifre richieste scoraggiano diverse famiglie.

Il bonus non è riuscito a risolvere il problema per le famiglie medio-basse, mentre invece ha rappresentato un concreto aiuto e incentivo per le altre; va ricordato anche per comprendere le contraddizioni intrinseche a questo strumento. Non crediamo che le famiglie a basso reddito siano penalizzate dalla scarsa conoscenza informatica, dalle barriere linguistiche e dalle difficoltà di accedere alle pratiche necessarie per l’iscrizione dei bambini; il problema sta invece nelle scarse entrate e, in quel contesto di povertà salariale, anche la spesa per il nido diventa insostenibile per fasce sociali e soggetti che invece ne avrebbero maggiore necessità. Ma questa situazione costringe le donne a stare a casa almeno fino al terzo anno di vita del bambino, rinunciando a cercarsi un’occupazione o ricorrendo a tutti i permessi, anche non retribuiti, possibili per la cura del bambino. Se poi la famiglia è monoreddito o si regge su due part time, la cura del piccolo viene sostenuta da entrambi i genitori.

Di conseguenza, il bonus presenta alcune contraddizioni: la prima di natura sociale, o di classe; la seconda, invece, indica il divario territoriale con la penalizzazione delle aree meridionali e insulari nelle quali i nidi disponibili sono in numero esiguo (se confrontati con il Centro-Nord) e comunque lontani dalla media comunitaria tra bambini sotto i tre anni e copertura di posti.

L’idea che il bonus sia la soluzione di ogni problema è mera follia: servirebbero nidi a gestione diretta (e, a detta di molti, anche indiretta), includendo questo servizio nella Pubblica amministrazione. Con questi interventi andremmo a calmierare i costi, ad aprire strutture ove mancano, rilanciando i servizi pubblici in campo educativo; fermeremmo la spirale privatizzatrice che si accanisce su sanità e servizi educativi.

Se si guarda ai nidi solo in un’ottica angusta (favorire l’occupazione femminile), senza analizzarne le ricadute sociali, educative e di welfare, ogni ragionamento ulteriore sarà parziale e insufficiente o, comunque, limitato alla promozione di un incentivo utile anche in chiave di propaganda elettorale.

Non basta allora la generosità del bonus; i soldi dovrebbero essere accompagnati da strutture esistenti e possibilmente a gestione diretta degli enti locali; servirebbe la riduzione delle rette e politiche di formazione e inserimento graduale nel mondo lavorativo delle giovani madri.

Il bonus si presenta allora come strumento atto a rinunciare a interventi strutturali e compositi che necessitano di un welfare adeguato ai reali bisogni del nostro tempo.

E forse dovremmo, una volta per tutte, pensare ai bonus come strumenti per ridimensionare lo stato sociale. Ad esempio, i fondi comunitari PNRR avrebbero avuto effetti maggiori se la riscrittura del Piano per l’Italia non avesse rimosso alcuni obiettivi sociali presenti inizialmente. A oggi la copertura europea è sopra il 45%; in Italia siamo fermi, se va bene, al 33 per cento; in alcune regioni del Sud non si arriva al 20. Dati eloquenti a dimostrare quanto parziale sia stato l’approccio di questi anni per impedire, sul nascere, ogni seria riflessione sul welfare, sul lavoro, sulle privatizzazioni, sulla formazione e sul ruolo e sulle funzioni degli enti locali.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.

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