La rielezione di Albin Kurti alla guida del governo chiude temporaneamente il vuoto istituzionale seguito alle elezioni del 7 giugno, ma non risolve la fragilità politica del Kosovo. Nuovi ricorsi costituzionali, la difficile elezione presidenziale e la questione serba mantengono aperta la crisi.

Il 13 settembre, Albin Kurti ha ottenuto per la quarta volta la guida del governo del Kosovo. La nuova investitura potrebbe apparentemente rappresentare la conclusione della lunga crisi istituzionale che ha accompagnato la repubblica autoproclamata negli ultimi anni. In realtà, il voto parlamentare che ha consentito al leader di Vetëvendosje (Lëvizja Vetëvendosje!, LVV) di tornare alla guida dell’esecutivo rappresenta soltanto una stabilizzazione parziale di un sistema politico caratterizzato da elezioni anticipate, maggioranze estremamente fragili e frequenti controversie costituzionali.
La vicenda assume inoltre un significato ulteriore considerando la condizione internazionale del Kosovo. Priština proclamò unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008, nove anni dopo l’intervento militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e il successivo dispiegamento internazionale previsto dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’indipendenza è riconosciuta dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea (ad esclusione di Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna), ma continua a essere respinta dalla Serbia, dalla Russia, dalla Cina e da numerosi altri Stati. Lo stesso Consiglio d’Europa continua a utilizzare nelle proprie pubblicazioni un’apposita clausola secondo cui i riferimenti al Kosovo devono essere intesi conformemente alla risoluzione 1244 e senza pregiudizio rispetto alla questione dello status.
Nel parere consultivo del 22 luglio 2010, la Corte internazionale di giustizia concluse che la dichiarazione d’indipendenza del 17 febbraio 2008 non aveva violato il diritto internazionale generale, la risoluzione 1244 o il quadro costituzionale istituito sotto l’amministrazione delle Nazioni Unite. La Corte rispose però alla questione circoscritta della conformità della dichiarazione d’indipendenza al diritto internazionale, senza trasformare il proprio parere in un obbligo generale di riconoscimento del Kosovo da parte degli altri Stati. La controversia sullo status internazionale del territorio è dunque rimasta politicamente aperta.
È all’interno di questa cornice irrisolta che deve essere letta anche l’instabilità istituzionale degli ultimi due anni. Le elezioni del 7 giugno hanno rappresentato infatti l’ennesimo tentativo di produrre una maggioranza funzionante dopo una successione di consultazioni anticipate.
Il voto del 7 giugno, che avevamo analizzato in un nostro precedente articolo, aveva nuovamente assegnato la prima posizione al Movimento Vetëvendosje di Kurti, con il 47,13% e 53 dei 120 seggi dell’Assemblea. Il Partito Democratico del Kosovo (Partia Demokratike e Kosovës, PDK) aveva ottenuto il 19,44% e 22 seggi, mentre la Lega Democratica del Kosovo (Lidhja Demokratike e Kosovës, LDK) si era fermata al 16,69% e a 18 deputati. L’Alleanza per il Futuro del Kosovo (Aleanca për Ardhmërinë e Kosovës, AAK) aveva raccolto il 6,74% e sette seggi. Tra i rappresentanti serbi, la Lista Serba (Srpska lista) aveva conquistato nove dei dieci seggi riservati alla comunità, mentre l’ultimo era andato alla formazione Per la Libertà, la Giustizia e la Sopravvivenza (Za slobodu, pravdu i opstanak), guidata da Nenad Rašić.
Il risultato aveva quindi confermato la predominanza relativa di Vetëvendosje, ma non aveva consegnato a Kurti una maggioranza autonoma. Per settimane il sistema politico è rimasto paralizzato dalla mancata costituzione dell’Assemblea, mentre i partiti cercavano contemporaneamente una soluzione per il governo e per la successiva elezione del presidente della Repubblica.
Soltanto il 9 settembre, due mesi dopo lo svolgimento delle elezioni, Albulena Haxhiu è stata eletta presidente dell’Assemblea. Anche dopo questa votazione, tuttavia, il processo si è nuovamente bloccato sull’elezione dei vicepresidenti. Dopo ulteriori sedute e votazioni fallite, il 13 settembre Haxhiu ha infine dichiarato costituita l’Assemblea. Sono stati eletti vicepresidenti Ardian Gola per Vetëvendosje, Kujtim Shala per la LDK, Emilija Rexhepi in rappresentanza delle comunità non serbe e Tanja Vujović della Lista Serba. È rimasto invece vacante il posto spettante al PDK, che aveva ritirato la candidatura di Vlora Çitaku e boicottato la seduta.
Proprio questa procedura ha aperto una nuova controversia. Il PDK ha presentato ricorso alla Corte costituzionale contestando la costituzione dell’Assemblea e ha annunciato un’ulteriore impugnazione riguardante la formazione del governo. Anche l’AAK ha contestato la legittimità della procedura. A tal proposito, l’ex presidente della Corte costituzionale Enver Hasani ha sostenuto che, sulla base dell’articolo 67 della Costituzione e della precedente giurisprudenza costituzionale, l’Assemblea non potrebbe essere considerata pienamente costituita senza l’elezione di tutti i vicepresidenti. Si tratta quindi di una questione controversa sulla quale sarà determinante il pronunciamento della Corte costituzionale.
Poche ore dopo la proclamazione della costituzione dell’Assemblea, Kurti ha ricevuto l’incarico e ha presentato il nuovo governo. L’esecutivo è stato approvato con appena 62 voti favorevoli sui 120 deputati complessivi, uno soltanto oltre la maggioranza assoluta richiesta. Otto parlamentari della Lista Serba hanno votato contro, mentre PDK, LDK e AAK non hanno partecipato alla votazione.
Il dato rende evidente quanto sia sottile la base parlamentare sulla quale poggia il quarto governo Kurti. Vetëvendosje dispone soltanto di 53 deputati e ha dovuto quindi ottenere l’appoggio di nove rappresentanti delle comunità minoritarie: otto appartenenti alle minoranze non serbe e Nenad Rašić, unico deputato serbo estraneo alla Lista Serba.
Il caso Rašić merita particolare attenzione perché evidenzia una frattura politica interna alla rappresentanza serba. Rašić, oggi nuovamente ministro per le Comunità e i Ritorni, è da tempo avversario della Lista Serba e favorevole alla partecipazione alle istituzioni di Priština. Da un lato, la presenza di un ministro serbo consente al governo Kurti di sottolineare formalmente il carattere multietnico delle istituzioni; dall’altro, la forza che dispone di nove decimi della rappresentanza parlamentare serba rimane nettamente contraria all’esecutivo.
La questione assume un’importanza ancora maggiore alla luce delle condizioni dei serbi del Kosovo, soprattutto nel nord. Sebbene la maggioranza delle denunce in questo senso giunga da Belgrado, anche istituzioni europee che sostengono il percorso internazionale del Kosovo hanno ripetutamente segnalato problemi riguardanti l’integrazione della comunità serba e il carattere effettivamente multietnico delle istituzioni. Il 28 agosto, l’Unione Europea ha, per esempio, criticato duramente la decisione del Consiglio giudiziario del Kosovo di accettare le dimissioni dei giudici serbi nonostante questi le avessero precedentemente ritirate. Bruxelles ha giudicato tale scelta apparentemente incompatibile con il diritto kosovaro, con le garanzie procedurali e con i principi dello Stato di diritto, sottolineando inoltre che essa danneggia la fiducia della comunità serba e gli sforzi per ricostruire una magistratura multietnica.
Come anticipato, la formazione del quarto governo Kurti non chiude la crisi istituzionale. Rimane infatti da eleggere il presidente della Repubblica, e proprio questo passaggio potrebbe provocare una nuova dissoluzione dell’Assemblea. Alla fine di agosto, Kurti aveva raggiunto un’intesa con il leader della LDK Lumir Abdixhiku sulla candidatura del giurista Bekim Sejdiu. Tuttavia, sei dei 18 parlamentari della LDK hanno dichiarato di non voler rispettare l’accordo. La maggioranza di 62 deputati che ha permesso a Kurti di ottenere la fiducia non è quindi sufficiente a risolvere automaticamente il problema presidenziale. Se il tentativo di eleggere il presidente dovesse fallire definitivamente, la conseguenza potrebbe essere ancora una volta lo scioglimento dell’Assemblea e il ritorno alle urne.
Il Kosovo continua dunque a presentare una contraddizione fondamentale. A quasi tre decenni dall’intervento della NATO del 1999 e a diciotto anni dalla proclamazione unilaterale dell’indipendenza, il suo status internazionale rimane contestato, mentre sul piano interno le istituzioni continuano a incontrare difficoltà nel produrre maggioranze durature e nel garantire un consenso sufficientemente ampio attorno alle principali cariche dello Stato. Se anche l’elezione del presidente dovesse fallire, il ritorno alle urne confermerebbe ancora una volta quanto rimanga difficile trasformare il sostegno euro-atlantico ricevuto dalle istituzioni di Priština in una stabilità politica interna duratura.
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