L’anno scolastico 2026/27 prende il via tra edifici inadeguati, precarietà, stipendi insufficienti e nuovi annunci governativi. Dietro la retorica delle riforme restano irrisolti i problemi strutturali della scuola pubblica, che richiedono investimenti, stabilizzazioni e maggiore dignità per chi vi lavora.

Nei giorni scorsi il ministro Valditara ha stanziato fondi per affrontare le elevate temperature: «Con quei soldi, al massimo, si comprano due ventilatori a scuola». È la considerazione di alcune insegnanti con le quali parlavamo del loro plesso scolastico, esposto al sole, senza tende e senza impianti di aria condizionata. Altre docenti ci hanno condotto in palestra, tra calcinacci, una vecchia rete da pallavolo bucata, palloni sgonfi, bagni e docce risalenti a 40 o 50 anni fa. Altre ancora mostrano laboratori tecnici fermi a 50 anni fa, inutili o quasi ai fini formativi.
Tra petizioni per posticipare di una o due settimane l’inizio della scuola, calendari scolastici che obbligano a 200 giorni di lezione, dai quali escludere eventuali occupazioni, pochi investimenti e tanti annunci spot, l’anno scolastico 2026/27 sta prendendo il via.
Il ministro annuncia l’ennesimo decreto-legge, questa volta per trasformare gli istituti tecnici in licei, dopo aver trascorso un anno a dire l’esatto contrario.
Nel frattempo brucia il ricordo dei docenti sanzionati per il loro impegno educativo al fianco del popolo palestinese.
La scuola inizia con i problemi di sempre: gli investimenti del PNRR insufficienti ad ammodernare un patrimonio edilizio vecchio e inadeguato, troppi precari ancora presenti nel mondo dell’istruzione e una burocrazia asfissiante che, in tante occasioni, scoraggia l’impegno e la dedizione di tanti docenti.
Non procedere alla stabilizzazione immediata dei precari sui posti liberi e chiamare, invece, ogni anno supplenti su cattedre vacanti risponde alla logica di risparmiare sulle retribuzioni, non erogandole nei mesi estivi. Siamo davanti ai soliti tagli all’istruzione, che recano danno a tutta la comunità.
Aumentare gli stipendi, restituire dignità a chi forma i cittadini di domani, stabilizzare i precari e investire nell’ammodernamento dei plessi sono obiettivi reali, seri e costruttivi per i quali vale la pena mobilitarsi.
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