I salari italiani continuano a perdere terreno rispetto agli altri principali Paesi avanzati. Alla debole dinamica retributiva si aggiungono precarietà, diffusione del part-time, problemi del sistema fiscale e un meccanismo di indicizzazione che non tutela adeguatamente il potere d’acquisto.

Le retribuzioni in Italia presentano da lustri caratteristiche chiare: abbiamo salari tra i più bassi dei Paesi dell’UE. Secondo i dati dell’OCSE, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente sono diminuite dell’1,6 per cento, mentre negli altri principali Paesi avanzati sono cresciute significativamente.
Lo scrive l’Ufficio parlamentare di bilancio e l’autorevolezza della fonte dovrebbe indurre anche il Governo a non cadere in facili e sterili ottimismi.
Se fin troppo modesta appare la dinamica salariale, anche il lavoro risulta in crisi, con tanti contratti part-time che determineranno assegni previdenziali da fame e paghe, alla fine, di gran lunga inferiori a quelle di altri Paesi.
Colpa dell’indice IPCA, che ha determinato l’erosione del potere d’acquisto: in questi ultimi trent’anni l’aumento del costo della vita è stato calcolato decisamente al ribasso e i salari arrancano, non riuscendo a stare al passo con la realtà.
Basterebbe questa considerazione per aprire un confronto sull’urgenza di rimuovere l’indice IPCA, al fine di conquistare un sistema di calcolo equo.
Ma i problemi non finiscono qui. Dovremmo parlare del part-time involontario e dei buchi contributivi che porteranno a pensioni da fame, costringendo, un domani, lo Stato a intervenire.
A palesare le contraddizioni, anche agli occhi di chi è avvezzo a ignorarle, è stata l’accelerazione dell’inflazione dal 2021 a oggi, a fronte di contratti che hanno recuperato circa un terzo del potere d’acquisto perduto. Per fare un solo esempio, nell’arco di oltre un trentennio, tra il 1990 e il 2026, le retribuzioni lorde reali aumentano del 16,5 per cento nell’industria e nelle costruzioni e diminuiscono del 20,9 per cento nei servizi. Se andiamo a vedere, tuttavia, i salari reali, la perdita riguarda tutti; anzi, si sono acuite le disuguaglianze sociali e salariali.
A nostro avviso, sono tre i fattori da prendere in esame.
L’indice IPCA è causa dell’erosione del potere d’acquisto. Gli sgravi fiscali hanno fornito l’illusione della crescita salariale, quando invece hanno utilizzato le risorse del welfare per aiutare le imprese, sostituendosi a esse nell’erogazione di aumenti contrattuali pari all’effettivo incremento del costo della vita. I contratti part-time hanno progressivamente sostituito quelli full-time. Se vogliamo essere più precisi, uno dei mali endemici italiani è rappresentato dalla tassazione agevolata delle partite IVA e dall’aumento esponenziale dei contratti non full-time.
Il sistema fiscale non permette alcun riequilibrio e, in sostanza, punisce le fasce di reddito medie favorendo quelle più elevate.
I redditi netti non crescono se non in maniera irrisoria. Se poi l’imposta non risponde più al criterio della progressività e le aliquote fiscali sono ridotte a tre, la conseguenza sarà l’erosione del potere d’acquisto e la costruzione di una società caratterizzata da crescenti disuguaglianze, con una fiscalità concepita per favorire le classi più abbienti, senza alcun effetto di equa redistribuzione della ricchezza prodotta.
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