Investimenti energetici, acquisizioni immobiliari e nuovi insediamenti territoriali stanno aumentando la presenza israeliana in diverse aree italiane e mediterranee. L’inchiesta de L’Indipendente ricostruisce interessi economici, progetti residenziali e reti finanziarie, interrogandosi sulle loro implicazioni politiche, sociali e geopolitiche.

Inchiesta de L’Indipendente
L’Italia sta assistendo a un fenomeno di penetrazione economica, demografica e territoriale che, sebbene frammentato e offuscato nelle cronache locali e da narrazioni romantiche, rivela un’espansione sistematica.
Al di là dei consolidati rapporti diplomatici e militari che legano Roma a Tel Aviv, si sta man mano formando una certa «israelizzazione» del territorio italiano.
Dalle vette alpine del Piemonte alle piane assolate del Salento, passando per le colline del Vercellese, della Basilicata e della Sardegna, capitali, aziende e cittadini israeliani stanno acquisendo fette crescenti di suolo e di risorse.
Una colonizzazione che assume forme diverse, dall’accaparramento speculativo celato dietro la transizione ecologica alla volontà di fondare comunità autosufficienti nel Meridione, fino al ripopolamento di borghi montani, ma che risponde a una medesima logica: l’estrazione di valore, l’esternalizzazione delle contraddizioni interne allo Stato d’Israele e la riproduzione di una spietata asimmetria dei diritti.
Rinnovabili: tra profitto e greenwashing
Il primo vettore di questa penetrazione si nasconde dietro la patina rassicurante della «sostenibilità ambientale». In un’epoca in cui la crisi climatica impone un ripensamento dei modelli energetici, le aziende israeliane hanno fiutato nel mercato italiano delle rinnovabili un terreno di caccia ideale. Tuttavia, come rivelato da una recente e capillare inchiesta condotta da collettivi ecologisti, partita dalle lotte contro la stazione elettrica di Carisio, nel Vercellese, e dalle proteste dei cittadini contro i pannelli nei campi di Massarosa e in Sardegna, dietro la proliferazione di maxi-impianti agrivoltaici ed eolici si cela un affarismo spietato, calato dall’alto su territori lasciati ai margini del processo decisionale.
L’innovazione tecnologica non è mai neutrale.
Lo Stato d’Israele, che si propone come leader globale del green tech, ha sviluppato e affinato le proprie infrastrutture energetiche sfruttando illegalmente le risorse e il suolo dei territori occupati in Palestina come in Siria, nelle Alture del Golan.
Nel contesto mediorientale, le immense distese di pannelli solari non sono unicamente strumenti di produzione energetica, ma vere e proprie infrastrutture di colonizzazione: occupano fisicamente il terreno, ne prevengono il ritorno alla popolazione palestinese o siriana e garantiscono la normalizzazione e l’autosufficienza dei nuovi insediamenti dei coloni.
Si tratta di una gigantesca operazione di greenwashing su scala globale volta a ripulire l’immagine di un Paese responsabile di apartheid e genocidio sotto il mantello dell’ambientalismo.
Una volta perfezionato questo modello di sfruttamento sulle terre occupate, grazie ai profitti i grandi gruppi lo esportano in Europa.
L’Italia rappresenta oggi una preda perfetta.
Tra i protagonisti di questa campagna di acquisizioni troviamo colossi come Enlight Renewable Energy, Ecoenergy, Sunprime ed Ellomay.
Il caso di Enlight è il più paradigmatico della sovrapposizione tra affari verdi e macchina bellica: nata nel 2008, la società è ampiamente coinvolta in progetti sulle Alture del Golan e nell’installazione di impianti solari all’interno delle basi militari israeliane.
A rendere il quadro ancor più torbido, nei bilanci dell’azienda figurano donazioni dirette alle forze armate israeliane (IDF).
Oggi, attraverso le sue sussidiarie, Enlight ha messo le mani su innumerevoli progetti eolici e solari nel Mezzogiorno italiano, in particolare in Puglia, Basilicata e Molise.
Lo stesso schema predatorio è replicato da entità finanziarie sostenute da fondi come Clal, Migdal, NofarEnergy e NoyFund.
Siamo di fronte a un triplo livello di sfruttamento: l’occupazione di vasti suoli agricoli per l’insediamento di mega-infrastrutture che esternalizzano i costi ambientali sulle comunità locali; la sottrazione di terra fertile e l’espropriazione di risorse naturali come sole e vento; infine, la finanziarizzazione estrema del territorio, ridotto a mero asset in un portafoglio d’investimenti volto a garantire rendimenti a entità estere che foraggiano un’economia di guerra e la pulizia etnica.
Un fenomeno che i movimenti in difesa del territorio denunciano rigettando l’accusa denigratoria di essere dei NIMBY (Not in my backyard), dimostrandosi invece in prima linea contro un capitalismo «verde» che foraggia dinamiche coloniali.
La Valsesia «israeliana»
L’arco alpino piemontese è diventato un piccolo rifugio privilegiato di una borghesia israeliana in fuga dalle conseguenze delle azioni di Israele, ma non dai propri lavori e interessi.
Da Borgosesia a Varallo, passando per Cravagliana e Scopello, la Valsesia sta conoscendo una rinascita demografica del tutto peculiare.
Al centro di questa trasformazione c’è il «Progetto Baita», un’iniziativa che ha già portato in Piemonte oltre 80 nuclei familiari israeliani, circa 250 persone, con 400 soci che vorrebbero fare altrettanto, decisi a investire in un territorio fino a poco tempo fa segnato dallo spopolamento.
La narrazione ufficiale, presto ribattezzata come il virtuoso «Modello Varallo», si concentra sul pragmatismo e sull’inclusione.
I sindaci locali esultano di fronte all’arrivo di nuovi residenti e dei loro capitali, oscurando del tutto il peso geopolitico di questo trapianto demografico.
Pietro Bondetti, sindaco di Varallo Sesia, celebra l’impatto: «Classi così affollate non si vedevano dagli anni ’60. Prima del loro arrivo era una zona a rischio desertificazione demografica. Oggi siamo rinati».
Il racconto mediatico giustifica l’esodo parlando di famiglie stanche della tensione bellica. Ugo Luzzati, ideatore del progetto, racconta che la scintilla iniziale è stata la controversa riforma giudiziaria israeliana del 2023, cui è seguita l’escalation del 7 ottobre.
Eppure, osservando la dinamica senza il filtro dell’entusiasmo istituzionale, appare più un esodo elitario, tecnologicamente e finanziariamente equipaggiato. La totalità dei nuovi arrivati è composta da laureati che ricoprono posizioni di vertice: medici, ingegneri, informatici.
La vera anomalia, esplicitata dallo stesso Luzzati, è che molti di loro, grazie alla fibra ottica installata nei rustici alpini, continuano a lavorare in smart working in Israele, mantenendo intatti i legami con la sua economia di guerra.
L’ideatore ha persino ventilato la creazione in Valsesia di «un polo accademico che si occupi di cyber security e Intelligenza artificiale, in cui noi israeliani siamo fortissimi».
Si può rimanere perplessi se consideriamo che il settore della cybersicurezza e dell’IA militare è un tutt’uno con l’apparato statale israeliano nel costituire l’architettura dell’apartheid in Cisgiordania e dello sterminio a Gaza.
La narrazione che unisce le istituzioni nell’esaltare la «fuga dalla guerra» entra in cortocircuito anche con le dichiarazioni della Comunità Ebraica di Milano.
Se da una parte si plaude alla Valsesia come rifugio pacifico, dall’altra la vicepresidente della Comunità, Dalia Gubbay, denuncia un clima di intollerabile antisemitismo in Italia, arrivando a paragonare l’attuale situazione a quella degli anni ’30.
Una contraddizione logica insanabile: se l’Italia stesse precipitando in un abisso di odio razziale, perché decine di famiglie israeliane ricche sceglierebbero proprio le montagne piemontesi per trasferirsi e investire?
Questa retorica cade di fronte ai fatti e si rivela sempre più uno strumento politico per silenziare le legittime critiche all’ideologia sionista.
Un modus operandi palesato anche da Walker Meghnagi, presidente della Comunità Ebraica milanese, che da un lato chiede il rispetto democratico ma dall’altro attacca attivisti e associazioni storiche, come l’ANPI, solo per aver osato esprimere dissenso contro le politiche israeliane.
Il nodo morale di questa vicenda, che cuce insieme Carisio, Varallo Sesia e il Salento, risiede nel privilegio strutturale della mobilità.
Le nuove «terre promesse» italiane sono accessibili esclusivamente a chi dispone di passaporti corazzati e risorse.
Mentre i governi occidentali agevolano il diritto di questi cittadini di muoversi liberamente, acquistare casolari, piantare pale eoliche e ottenere la banda ultralarga per i loro lavori da remoto in Israele, la popolazione civile palestinese subisce uno sterminio sistematico, murata viva senza acqua né via di scampo.
Si naturalizza un’idea iniqua: la «fuga dalla guerra» diventa un diritto di lusso o viatico per alleanze politiche.
L’asimmetria si rende evidente sempre nel Vercellese: la stessa comunità piemontese ha atteso invano l’arrivo di una singola famiglia palestinese in fuga. Un tentativo fallito, perché quella famiglia è rimasta intrappolata a Gaza, sotto le bombe.
La riqualificazione di un pezzo d’Italia si fonda così su un privilegio spietato, condannando i civili di Gaza al ruolo senza uscita di vittime, mentre a chi appartiene al Paese responsabile del loro massacro la penisola offre accoglienza, l’energia della propria terra e lo spazio dorato per un nuovo inizio, oltre alla banda larga per continuare a lavorare nello Stato da cui sono scappati.
Visioni coloniali in Salento
Questa logica di appropriazione territoriale non si limita unicamente alla costruzione di impianti per l’energia rinnovabile o al ripopolamento montano, ma si declina anche in forme esplicite di acquisizioni di terreni per comunità chiuse e autosufficienti: colonie, insomma.
È quanto è emerso in Puglia, regione già nel mirino della speculazione energetica.
In Salento la vulnerabilità economica e paesaggistica è diventata il trampolino di lancio per un progetto dai contorni inquietanti.
«Israeli Colony in Salento» è il nome senza mezzi termini di un’iniziativa ideata dall’imprenditrice israeliana Orit Lev Marom, promossa attraverso la società immobiliare Coral 37.
L’obiettivo dichiarato?
Costruire «una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possono stabilire case, coltivare il proprio cibo e sviluppare strutture educative e sanitarie condivise».
Le premesse sono quelle di una vera e propria gated community su base nazionale: un’enclave autonoma e impermeabile su suolo italiano.
L’imprenditrice, che vanta un lungo passato nel settore dell’edilizia, inclusa la direzione di una ditta di costruzioni nei pressi di Gerusalemme, ha colto un’opportunità spietata: il Salento, storicamente segnato da politiche di sviluppo fallimentari, è stato messo in ginocchio dalla devastazione della Xylella, che ha portato all’abbattimento di milioni di ulivi.
Questo disastro ecologico ha abbattuto drammaticamente il valore dei terreni.
Sul sito della società, la svendita del territorio veniva presentata come un’occasione imperdibile per gli investitori. Una delle proprietà proposte, situata a pochi chilometri dal mare, si estendeva per ben 84 ettari, con possibilità di espansione volumetrica impressionante per gli edifici residenziali.
Non appena la notizia ha iniziato a circolare, sollevando lo sdegno locale, le pagine web del progetto sono state tempestivamente cancellate.
Tuttavia, il rischio che la Puglia ripercorra la strada già tracciata a Cipro è reale.
Sull’isola mediterranea, il malessere della popolazione locale sta crescendo esponenzialmente a causa del massiccio afflusso di israeliani che vi si stabiliscono costruendo comunità socialmente indipendenti, dotate di scuole proprie, supermercati kosher e sinagoghe.
Una ghettizzazione dorata che rischia di espropriare i cittadini pugliesi del controllo sul proprio territorio, lasciando il Sud, lacerato da un’economia malconcia e, anche lì come sulle Alpi, dallo spopolamento, esposto alla mercé di nuovi modelli di colonizzazione.
L’IMPERO ISRAELIANO E LA STRATEGIA MEDITERRANEA
Dall’esplosione immobiliare a Cipro al resort contestato in Albania: la mappa della penetrazione israeliana disegna una rete di enclavi e avamposti finanziari per blindare l’influenza geopolitica di Tel Aviv nel cuore dell’Europa e del Mediterraneo.
L’espansione israeliana oltre i propri confini non si configura come una semplice sommatoria di speculazioni immobiliari o iniziative turistiche isolate, ma risponde a un sistematico disegno geostrategico volto a trasformare il bacino del Mediterraneo in un perimetro di sicurezza avanzata e di influenza politica.
Analizzando le dinamiche che guidano il recente boom di acquisizioni edilizie a Cipro o i discussi progetti di resort di lusso che hanno scatenato forti rivolte popolari in Albania, emerge un modello di colonizzazione morbida che prepara e accompagna la proiezione di potere dello Stato d’Israele.
Nel caso cipriota, l’afflusso massiccio di capitali ha trasformato l’isola in una piattaforma di esternalizzazione logistica e civile.
La creazione di comunità chiuse e autosufficienti, dotate di scuole e punti di riferimento religiosi e culturali, non serve solo a garantire seconde case e rifugio, ma risponde alla necessità strategica di espandere la rete di controllo al di fuori dei confini nazionali.
Geopoliticamente, Cipro rappresenta un partner cruciale per il controllo delle rotte energetiche e per l’addestramento militare; il radicamento di una forte presenza civile contribuisce a normalizzare una cooperazione nel campo della difesa e dell’intelligence sempre più asimmetrica, configurando l’isola come una base operativa avanzata israeliana in territorio europeo.
Spostando lo sguardo verso l’Albania, la logica di penetrazione si declina attraverso l’industria del turismo d’élite e gli schemi, complessi e opachi, della finanza.
E lo fa in maniera indiretta, attraverso il partner statunitense Affinity Partners, di Jared Kushner, genero di Trump, e con i fondi sauditi del principe Bin Salman e del fondo sovrano PIF (Public Investment Fund).
Il fondo gestito da Kushner ha come missione principale lo sviluppo di trame economiche tra le aziende israeliane e quelle statunitensi, grazie ai soldi arabi, nell’ottica di portare avanti, sul piano economico-finanziario, gli Accordi di Abramo promulgati sotto la prima presidenza Trump.
Sfruttando regolamentazioni flessibili e la fame di investimenti stranieri dei governi balcanici, gli interessi israeliani si infiltrano, con capitali arabi e americani, in un’area cerniera fondamentale tra i Balcani e l’Europa occidentale.
Questo modello risponde a imperativi strategici profondi, a partire dall’integrazione dei sistemi di sicurezza. Le acquisizioni territoriali permettono infatti di tessere una fitta rete di monitoraggio informale, utile al controllo dei flussi e alla raccolta di dati sensibili nel Mediterraneo.
Questa geometria dell’influenza si manifesta con forza anche in Grecia, dove Atene è divenuta un crocevia fondamentale per i flussi finanziari mediorientali e Salonicco rappresenta la meta principale per gli israeliani e i loro capitali.
Oltre al mercato immobiliare residenziale, hanno progressivamente esteso i propri interessi verso resort, infrastrutture critiche e snodi portuali greci, saldando un’alleanza economica che si specchia in una cooperazione militare sempre più stretta, anche con Cipro, in funzione geostrategica regionale, in virtù della comune avversione nei confronti della Turchia e dei diversi progetti energetici da sviluppare.
Nel corso di questi anni, in Paesi come Spagna e Portogallo, le politiche giustificate come riparatorie nei confronti degli ebrei sefarditi, espulsi alla fine del XV secolo, hanno permesso una massiccia penetrazione nel mercato immobiliare di pregio, agevolata da corsie burocratiche preferenziali e politiche di cittadinanza, senza dover risiedere nel Paese, che hanno favorito il trasferimento invisibile ma strutturale di grandi patrimoni e di interessi.
In definitiva, questa fitta ragnatela di capitali, investimenti e flussi demografici risponde a una precisa e stringente razionalità strategica che elegge il Mediterraneo a teatro primario della proiezione di potere di Tel Aviv.
A livello pratico e di geopolitica immediata, il consolidamento di questa presenza diffusa in nazioni chiave come l’Italia, la Grecia e Cipro risponde alla necessità vitale di arginare e contrastare la Turchia, considerata un avversario regionale sistemico nel controllo delle rotte marittime, commerciali ed energetiche dell’area levantina.
Questa manovra di contenimento si colloca, a un livello più profondo e ideologico, in una vera e propria proiezione imperiale che riflette la dottrina di una «Grande Israele» estesa ben oltre i suoi confini geopolitici tradizionali, ambendo a una forma di egemonia e di controllo strutturale sull’intero bacino mediterraneo.
Sul piano economico e finanziario, l’accaparramento di terre, le presenze territoriali e il monopolio sulle infrastrutture energetiche verdi non rappresentano semplici speculazioni commerciali, ma agiscono all’interno di una visione a lungo termine su cosa debba essere Israele.
Tali strutture creano legami di dipendenza e corridoi d’influenza che facilitano un successivo ingresso multidimensionale; i canali finanziari e fisici si convertono in piattaforme logistiche ideali per operazioni di natura extra-economica, legandosi a doppio filo all’apparato di intelligence, sorveglianza cibernetica e spionaggio e trasformando così i territori ospitanti in pedine geostrategiche al servizio della sicurezza nazionale israeliana.
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