Guinea-Bissau, dal golpe alla nuova Costituzione: il referendum istituzionalizza l’ordine del 26 novembre

Il referendum costituzionale del 30 agosto, approvato secondo i dati provvisori con il 70% dei voti, completa una prima fase della transizione iniziata con il golpe del novembre 2025, modificando profondamente gli equilibri istituzionali della Guinea-Bissau alla vigilia delle nuove elezioni.

A nove mesi dal colpo di Stato che aveva interrotto il processo elettorale del novembre 2025, la Guinea-Bissau ha compiuto un nuovo passaggio decisivo nella ridefinizione del proprio assetto politico. Il referendum costituzionale del 30 agosto infatti ha approvato, secondo i risultati provvisori annunciati dalla Commissione nazionale elettorale (CNE), la nuova Costituzione elaborata durante la transizione militare: il «sì» ha ottenuto il 70% dei voti espressi, contro il 30% del «no». La CNE ha indicato in circa 544.060 il numero dei votanti, corrispondente a quasi il 60% degli iscritti. Il risultato dovrà ancora essere consolidato nella forma definitiva, ma è già sufficiente per modificare il quadro politico in vista delle elezioni presidenziali e legislative fissate per il 6 dicembre.

Il significato della consultazione non può essere compreso separandolo dagli eventi del 23 e 26 novembre 2025. Le elezioni presidenziali dello scorso anno si erano svolte il 23 novembre in un contesto già fortemente condizionato dall’esclusione del Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde (Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde, PAIGC) e del suo leader Domingos Simões Pereira dalla competizione. Il PAIGC aveva quindi sostenuto Fernando Dias da Costa contro il presidente uscente Umaro Sissoco Embaló. Prima che la CNE potesse rendere noti i risultati, il 26 novembre, un gruppo di militari aveva assunto il controllo del Paese, sospeso il processo elettorale e deposto Embaló. Il giorno successivo, il generale Horta Inta-A Na Man era stato insediato come presidente della transizione.

A seguito del golpe, il risultato finale delle elezioni non è mai stato comunicato, anche se molti elementi lasciavano presagire la sconfitta di Embaló, che già era stato duramente punito dal voto popolare in occasione delle legislative del 2023. Il 2 dicembre 2025, la CNE dichiarò infatti di non essere più materialmente in grado di completare lo scrutinio: uomini armati avevano occupato i suoi uffici, sequestrato schede e verbali e distrutto o fatto scomparire le infrastrutture informatiche contenenti i dati dell’aggregazione nazionale. Il risultato delle presidenziali del 23 novembre venne così sottratto definitivamente alla verifica istituzionale.

Nel frattempo, il Consiglio nazionale di transizione ha sostituito il parlamento eletto nelle funzioni legislative e ha approvato il progetto costituzionale sottoposto agli elettori. In questo senso, il referendum costituisce il tentativo di trasformare un potere sorto da un’interruzione militare dell’ordine costituzionale in un nuovo sistema dotato di una propria legittimazione popolare.

La nuova Costituzione sposta decisamente il baricentro del sistema verso la presidenza della Repubblica. Il capo dello Stato potrà nominare e revocare il primo ministro e i membri del governo, creare o sopprimere ministeri e, in determinate circostanze definite come grave crisi politica, sciogliere il parlamento. Nel precedente sistema semipresidenziale il primo ministro dipendeva in misura maggiore dagli equilibri dell’Assemblea nazionale; con la riforma il presidente diventa invece il fulcro assai più netto del potere esecutivo. Parallelamente, il numero dei deputati viene ridotto da 102 a 65 e quello delle circoscrizioni elettorali da 29 a 12. Per la candidatura presidenziale viene inoltre introdotto il requisito della residenza continuativa in Guinea-Bissau nei cinque anni precedenti.

La giustificazione avanzata dai sostenitori della riforma è quella che accompagna da decenni il dibattito istituzionale bissau-guineano: ridurre la conflittualità permanente tra presidenza, governo e parlamento e impedire che il dualismo dell’esecutivo produca nuove crisi. La Guinea-Bissau ha effettivamente conosciuto una successione quasi ininterrotta di rotture istituzionali, destituzioni, scioglimenti parlamentari, tentativi di golpe e interventi delle forze armate dalla conquista dell’indipendenza. Il rafforzamento della presidenza viene quindi presentato come uno strumento di stabilizzazione. Tuttavia, la risposta alla fragilità delle istituzioni non consiste nel rafforzamento delle garanzie rappresentative e dei meccanismi di controllo, ma nella concentrazione di maggiori prerogative nelle mani del futuro presidente.

Partendo proprio dall’analisi di queste criticità, il PAIGC ha formulato la propria opposizione al progetto costituzionale. Alla vigilia della consultazione, il partito di sinistra aveva definito il referendum una «messa in scena» destinata a produrre una falsa legittimazione della nuova Costituzione e aveva invitato militanti e simpatizzanti a non partecipare. Il PAIGC, infatti, considera l’intero processo una continuazione politica del colpo di Stato del 2025 e denuncia le limitazioni imposte alle attività dei partiti, la chiusura di sedi politiche e l’assenza delle condizioni necessarie per una campagna realmente competitiva.

Oltre al PAIGC, parte consistente delle principali forze politiche del Paese non riconosce la legittimità del processo attraverso il quale si è arrivati al referendum, mentre alcune forze politiche hanno denunciato che il dato dell’affluenza, vicino al 60% degli aventi diritto, sarebbe stato manipolato, in quanto osservatori e corrispondenti hanno segnalato una partecipazione visibilmente ridotta in diversi seggi della capitale, mentre alcuni cittadini hanno dichiarato di non conoscere adeguatamente il contenuto della riforma.

Per quanto riguarda la politica estera della Guinea-Bissau in questa fase di transizione, immediatamente dopo il golpe il Paese era stato sospeso dagli organismi decisionali della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) e dell’Unione Africana. Nei mesi successivi, tuttavia, il rapporto tra Bissau e l’organizzazione regionale si è progressivamente trasformato dal confronto alla gestione negoziata della transizione. Il vertice della CEDEAO dello scorso luglio ha preso atto del calendario che prevede il referendum del 30 agosto e le elezioni del 6 dicembre, chiedendo alle autorità bissau-guineane trasparenza, inclusività e liberazione dei detenuti politici; il Senegal è stato incaricato di facilitare il dialogo.

Questa evoluzione distingue nettamente il caso della Guinea-Bissau da quelli di altri Paesi africani come Mali, Burkina Faso e Niger. Anche in questi tre Paesi i governi civili sono stati rovesciati da colpi di Stato, ma le successive giunte hanno progressivamente trasformato la rottura interna in una rottura geopolitica: hanno respinto le pressioni della CEDEAO, ridimensionato drasticamente la presenza militare francese e occidentale, rafforzato il rapporto strategico con la Russia e infine abbandonato la stessa CEDEAO per consolidare l’Alleanza degli Stati del Sahel.

La Guinea-Bissau non ha seguito questa traiettoria. Le autorità di transizione non hanno messo in discussione l’appartenenza alla CEDEAO e stanno cercando, al contrario, di creare le condizioni per un ritorno alla piena normalità istituzionale riconosciuto dall’organizzazione regionale. Anche sul piano economico è evidente una sostanziale continuità. Il governo nato dopo il golpe ha confermato gli impegni assunti con il Fondo Monetario Internazionale: nel marzo di quest’anno, il FMI ha completato la nona e la decima revisione del programma sostenuto dall’Extended Credit Facility, autorizzando nuovi finanziamenti e prorogandolo fino alla fine dell’anno. In giugno, l’undicesima revisione ha constatato nuovamente l’impegno delle autorità di transizione verso gli obiettivi concordati. La Banca Mondiale, dopo una sospensione immediatamente successiva al golpe, ha inoltre ripreso in aprile i finanziamenti per alcuni progetti prioritari.

Nel complesso, dunque, il nuovo potere militare, diversamente dalle giunte dell’Alleanza degli Stati del Sahel, è rimasto compatibile con l’architettura regionale ed economica esistente. Il referendum del 30 agosto può quindi essere interpretato anche come uno strumento attraverso il quale la CEDEAO dispone di una possibile via d’uscita dalla crisi: riconoscere progressivamente un ritorno all’ordine costituzionale non attraverso il ripristino del risultato elettorale cancellato nel 2025, ormai materialmente impossibile da ricostruire, ma attraverso una nuova sequenza costituzionale ed elettorale.

Questo non significa neppure che Bissau stia scegliendo una collocazione internazionale esclusivamente occidentale. Nel luglio 2026 la ministra degli Esteri Fatumata Jau si è recata a Mosca per incontrare Sergej Lavrov. Russia e Guinea-Bissau hanno discusso dell’espansione della cooperazione nei settori minerario, energetico, della prospezione geologica e della pesca, oltre alla possibilità di sviluppare nuovi strumenti di cooperazione economica. Lavrov ha inoltre inserito le relazioni con Bissau nella più ampia prospettiva russa di consolidamento di un ordine internazionale multipolare.

La Guinea-Bissau sembra dunque perseguire una linea diversa tanto dall’allineamento esclusivo con le potenze occidentali quanto dalla rottura radicale adottata dai Paesi dell’Alleanza degli Stati del Sahel. Il Paese continua a mantenere aperti i rapporti con Russia e altri attori non occidentali, ma senza mettere in discussione l’appartenenza alla CEDEAO, i programmi con il FMI e i tradizionali rapporti con gli Stati europei. Si delinea così una politica estera multivettoriale inserita, almeno sul piano istituzionale, nel sistema regionale esistente.

Il referendum del 30 agosto rappresenta quindi il secondo grande atto della crisi iniziata con le elezioni del novembre 2025. Il primo aveva cancellato un risultato elettorale che non sarebbe mai stato conosciuto; il secondo ha costruito le regole attraverso le quali quel voto verrà sostituito da una nuova consultazione. Sarà proprio il voto di dicembre a determinare se questo processo riuscirà a trasformarsi in una nuova legittimità politica o se resterà segnato dall’origine militare dell’attuale assetto.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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