Dal terrorismo alla guerra aperta: cosa rivela il rapporto Habilian sulla sicurezza dell’Iran

Il quinto rapporto annuale dell’Associazione Habilian registra un netto calo degli attentati terroristici in Iran, ma fotografa anche una trasformazione della minaccia: maggiore concentrazione nel Sīstān va Balūchestān e passaggio, sul piano esterno, dalla violenza clandestina alla guerra aperta condotta da Stati Uniti e Israele.

Il nuovo rapporto sul terrorismo in Iran pubblicato dall’Associazione Habilian offre una lettura della sicurezza iraniana che, a prima vista, potrebbe apparire paradossale. Nel periodo esaminato, il numero degli attentati terroristici è diminuito della metà e quello delle vittime del 43%, mentre contemporaneamente la Repubblica Islamica è entrata nella fase di pressione militare esterna più intensa degli ultimi decenni. È proprio questa apparente contraddizione a costituire l’elemento politicamente più significativo del documento: la diminuzione del terrorismo non coincide con una riduzione complessiva della violenza esercitata contro l’Iran, ma con una trasformazione delle sue modalità.

Pubblicato dall’Associazione Habilian, organizzazione che riunisce le famiglie iraniane delle vittime del terrorismo, il documento costituisce la quinta edizione del rapporto annuale dedicato al fenomeno. La presentazione pubblica è avvenuta nell’ambito della Giornata di commemorazione e rispetto per le vittime del terrorismo, con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni iraniane e delle famiglie colpite. Il rapporto precisa però un elemento cronologico fondamentale: il «2025» cui fa riferimento non coincide con l’anno gregoriano, bensì con l’anno 1404 del calendario solare iraniano, compreso tra il 21 marzo 2025 e il 20 marzo 2026. Habilian adotta convenzionalmente la denominazione «2025» per rendere più agevole la lettura internazionale.

Venendo ai numeri, i dati generali mostrano un miglioramento netto. Le operazioni terroristiche censite passano dalle 52 dell’anno precedente a 26, mentre le vittime diminuiscono da 100 a 57. Come anticipato, la riduzione di questi dati è dunque rispettivamente del 50 e del 43%. Il dato relativo alle vittime richiede tuttavia una lettura più articolata: il numero medio per singolo attentato aumenta leggermente, passando da 1,92 a 2,20. Il terrorismo è diventato meno frequente, ma non necessariamente meno letale quando riesce a colpire.

La dimensione geografica è ancora più significativa. Dei 26 attacchi registrati, 22 si sono verificati nel Sīstān va Balūchestān, provincia sudorientale confinante con Pakistan e Afghanistan. Ciò significa che quasi l’85% delle operazioni terroristiche censite nel Paese è ormai concentrato in questa sola regione. Nel 2024 gli attentati avevano interessato sei province iraniane e due Paesi stranieri; nel periodo successivo sono invece rimasti confinati a quattro province dell’Iran. Nel Sīstān va Balūchestān le operazioni sono comunque diminuite da 36 a 22, segnando un calo del 39%.

Questa concentrazione permette di distinguere con maggiore chiarezza la natura della minaccia. Il terrorismo che continua a colpire l’Iran non è distribuito uniformemente sul territorio nazionale, ma presenta un epicentro geografico ben definito, legato alle dinamiche transfrontaliere del Belucistan. La lunga frontiera con il Pakistan, la presenza di reti armate e separatiste e la particolare conformazione sociale e territoriale della regione continuano a creare uno spazio nel quale gruppi relativamente piccoli possono condurre azioni rapide contro pattuglie, posti di controllo e rappresentanti locali delle istituzioni.

Il principale responsabile di tali atti terroristici resta Jaysh al-ʿAdl. Secondo il rapporto, il gruppo ha rivendicato o compiuto 14 delle 26 operazioni censite, provocando 28 delle 57 vittime: rispettivamente il 53,8% degli attentati e il 49,1% dei morti. Anche in questo caso il dato va letto in prospettiva. Nell’anno precedente le operazioni attribuite a Jaysh al-ʿAdl erano state 27: la sua attività si è quindi quasi dimezzata, pur mantenendo il gruppo la posizione di principale organizzazione terroristica attiva contro l’Iran. Habilian rileva inoltre un aumento della letalità media delle sue operazioni.

Alla fine del 2025, Jaysh al-ʿAdl ha inoltre annunciato la costituzione di una nuova coalizione denominata «Fronte dei Combattenti del Popolo». Habilian interpreta questa trasformazione soprattutto come un cambiamento nominale, potenzialmente finalizzato ad aggirare restrizioni legali e classificazioni terroristiche o a trasmettere all’esterno l’immagine di una rinnovata capacità organizzativa. Il rapporto osserva anche che, allo stesso tempo, retorica e metodi operativi sono rimasti sostanzialmente invariati.

La composizione delle vittime permette di comprendere un’altra caratteristica del terrorismo contemporaneo in Iran. Oltre il 75% dei morti appartiene alle forze di polizia, alle strutture militari o agli apparati di sicurezza. Escludendo dal calcolo gli otto lavoratori pakistani assassinati nel Sīstān va Balūchestān da un gruppo separatista beluci pakistano, la percentuale sale a circa l’88%, praticamente identica all’89% dell’anno precedente. Gli obiettivi privilegiati non sono dunque grandi concentrazioni indiscriminate di civili, ma pattuglie, posti di frontiera, membri dei Basīj, personale di sicurezza e figure locali associate alle istituzioni dello Stato.

Ciò non significa che la popolazione civile sia rimasta estranea alla violenza. Tra gli episodi più gravi figura l’assalto del 26 luglio al tribunale di Zāhedān, nel quale vennero uccisi anche un bambino di sette mesi e una donna beluci di sessant’anni. A dicembre, nell’attacco contro il posto di controllo di Fahraj, nel Kermān, perse la vita anche un ragazzo di sedici anni. Il rapporto sottolinea proprio questa differenza tra la selezione prevalentemente militare e di sicurezza degli obiettivi e gli effetti inevitabilmente più ampi delle operazioni armate sulla popolazione.

Anche le modalità operative stanno cambiando. Più del 69% degli episodi censiti consiste in attacchi diretti con armi da fuoco, responsabili dell’87,7% delle vittime. Non è stato invece registrato alcun attentato suicida né alcuna operazione inghimāsī, vale a dire incursioni nelle quali gli assalitori penetrano nell’obiettivo combattendo fino alla morte. È un mutamento notevole rispetto alle fasi nelle quali il terrorismo jihadista puntava sulle operazioni suicide ad alto impatto simbolico e mediatico. Le organizzazioni attive nel sud-est iraniano sembrano ormai privilegiare azioni meno costose e complesse: imboscate contro veicoli, sparatorie, assassinii mirati e scontri di breve durata.

Questa evoluzione non deve essere necessariamente interpretata come un rafforzamento delle organizzazioni terroristiche. Può indicare, al contrario, la riduzione della loro capacità di organizzare operazioni complesse. Lo stesso rapporto suggerisce che le misure di sicurezza iraniane abbiano contribuito a ridurre gli spazi operativi dei gruppi armati. Le operazioni contro basi e rifugi, l’individuazione di cellule e depositi di esplosivi e, sul fronte occidentale, l’accordo di sicurezza tra Iran e Iraq hanno limitato le possibilità di azione di diverse organizzazioni. L’attività del Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK), tornato temporaneamente in azione dopo un lungo periodo di relativa inattività, si è infatti concentrata in tre attentati nell’arco di pochi giorni, senza trasformarsi in una nuova campagna continuativa.

Il rapporto presenta tuttavia un elemento ancora più importante sul piano politico: nel 2025 Israele e Stati Uniti scompaiono formalmente dall’elenco statistico degli autori di attentati terroristici. Sarebbe però profondamente sbagliato interpretare questo dato come una diminuzione dell’azione ostile di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. È lo stesso documento a spiegare il motivo dell’apparente paradosso: nel 2023 e nel 2024 Habilian aveva attribuito rispettivamente otto e nove operazioni terroristiche a Israele, comprese azioni contro cittadini e personale iraniano all’estero. Nel periodo esaminato, invece, l’azione israeliana e statunitense ha assunto la forma qualitativamente diversa della guerra aperta.

Gli autori hanno scelto deliberatamente di non inserire nella serie statistica ordinaria gli assassinii compiuti durante i due conflitti militari e gli eventi connessi ai disordini di gennaio, sia per la quantità degli episodi contemporanei sia perché le informazioni sulle vittime non erano ancora definitive. Le uccisioni di dirigenti politici, militari e scientifici nelle loro abitazioni o nei luoghi di lavoro vengono quindi discusse nel rapporto, ma temporaneamente ricondotte alla categoria della guerra convenzionale affinché non alterino la comparabilità delle serie sul terrorismo.

Di conseguenza, affermare che gli attentati terroristici in Iran sono diminuiti del 50% non equivale ad affermare che la pressione violenta contro il Paese sia diminuita. Al contrario, il quadro descritto da Habilian suggerisce una trasformazione da forme clandestine, indirette e relativamente circoscritte verso il confronto militare diretto. In altre parole, la diminuzione statistica del terrorismo coincide con l’aggravamento del conflitto interstatale.

Per anni la sicurezza iraniana è stata minacciata simultaneamente da organizzazioni separatiste, gruppi jihadisti, operazioni clandestine, assassinii mirati e sabotaggi attribuiti a potenze straniere. Nel nuovo scenario, una parte di questi strumenti non scompare, ma viene affiancata o sostituita da una pressione militare aperta. La distinzione tra terrorismo, operazioni coperte e guerra convenzionale diventa quindi più importante sul piano statistico proprio mentre si fa più labile sul piano strategico.

Habilian inserisce questa dinamica nel più ampio problema del doppio standard occidentale. L’Associazione ricorda che, secondo l’elenco nazionale da essa documentato, circa 23.000 iraniani hanno perso la vita in atti di terrorismo nell’arco di quasi mezzo secolo e denuncia la possibilità concessa a organizzazioni responsabili di violenze in Iran di mantenere strutture, svolgere attività politiche e incontrare rappresentanti istituzionali in Paesi occidentali. Il tema assume particolare rilevanza alla luce della storia del MEK e di altre organizzazioni che, dopo aver figurato nelle liste terroristiche occidentali, hanno potuto progressivamente costruire reti di relazioni politiche in Europa e negli Stati Uniti.

Il risultato è quello di un Paese nel quale il terrorismo interno appare più circoscritto, ma il contesto strategico complessivo è diventato più pericoloso. Habilian stessa evita conclusioni trionfalistiche e sottolinea l’incertezza della fase successiva al cessate il fuoco: la questione decisiva sarà comprendere se gli attori esterni che non sono riusciti a conseguire i propri obiettivi attraverso la guerra possano in futuro cercare di utilizzare nuovamente le capacità delle organizzazioni terroristiche presenti nelle aree periferiche iraniane.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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