Fatti testardi e prevalenti della Cina socialista

Contro le letture dogmatiche che riducono la Cina a una variante del capitalismo, Pietro Terzan richiama la forza dei fatti: proprietà pubblica strategica, pianificazione, controllo politico del mercato, progresso sociale e ruolo antimperialista, elementi che confermano la vitalità del socialismo con caratteristiche cinesi.

di Pietro Terzan – Articolo pubblicato su cavallodifuoco.it

«Non che Formenti non avverta, nella sua ostinata apologia della Cina Socialista, di restare impigliato in paralogismi e antinomie. Non altrimenti potremmo spiegarci perché faccia sua la formulazione approssimativa e minimalistica che dà disarmante titolo al saggio collettaneo di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli: “Cina (prevalentemente) socialista”. I quattro, ricorrendo al maldestro stratagemma dell’avverbio “prevalentemente”, ammettono che in Cina c’è stata, dopo la fase maoista, restaurazione del capitalismo, tuttavia il modo di produzione “prevalente” sarebbe quello socialista. Peccato che né i quattro né tantomeno Formenti ci dicano in cosa consista e in quali settori operi in Cina il “modo di produzione socialista”. Essi si limitano a dirci che “nei settori decisivi come la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione” […] lo Stato la farebbe da padrone. E siccome l’avverbio (prevalentemente) risulta imbarazzante, Formenti peggiora la sua situazione aggiungendo un aggettivo, suggerendo di assumere «l’aggettivo socialista “nel significato “debole” che vi attribuisce il compianto Alberto Gabriele». La mancanza di rigore teorico di simili formulazioni è sconcertante, il succo (sembrerebbe) è che ci sarebbe socialismo ove esistano nazionalizzazione dei settori economici decisivi e pianificazione, ecc. Chiediamo: con questi criteri la Cina maoista non era già cento volte più socialista di quella odierna? E che dire della Repubblica Popolare Democratica di Corea dove, diversamente che in Cina, sono tollerate solo piccole attività commerciali private e tutto è rigidamente pianificato collettivizzato e ci sono sorprendenti tassi di sviluppo economico?»1

Formenti ha già brillantemente risposto a Pasquinelli2, che proprio di materialismo storico e dialettico dimostra di comprendere poco, basti osservare l’utilizzo della figura mitologica del centauro all’inizio del suo articolo per mettere sullo stesso piano strenui difensori del capitalismo e comunisti, che portano un attimo di rispetto in più per la propria storia e studiano in profondità il presente, senza tocchi d’orientalismo e fraseologia rivoluzionaria, ma con un pizzico di serietà in più. In questo breve intervento non ci dilungheremo sull’utilizzo improprio di Marx e Lenin da parte di Pasquinelli, né sulla sua poca preparazione riguardo alla NEP e alla questione della transizione al socialismo. Non sfioreremo nemmeno le paranoie del nostro sul Cybercapitalismo. Ci limiteremo, per evidenziare la scorrettezza metodologica dei Pasquinelli e degli Screpanti di turno, a segnalare i maggiori dati di fatto con la testa dura, riportati da Burgio, Chinappi, Leoni e Sidoli3.

«Partendo dalla base indispensabile del processo di produzione, e cioè la terra, molti economisti occidentali non informano i loro lettori sul fenomeno indiscutibile per cui in Cina, da molti decenni e senza soluzione di continuità, vige la proprietà statale (di tipo collettivo nelle campagne, invece) del suolo e del sottosuolo, forniti in usufrutto a precise condizioni dal Governo e dalle autorità locali rurali»4. L’egemonia del settore pubblico è quasi assoluta per quanto riguarda fonti energetiche, terre rare e risorse di idrocarburi. Rilevante la preponderanza per quanto riguarda l’estrazione dell’oro e dei metalli preziosi. «Molti studiosi occidentali hanno inoltre commesso la non piccola “dimenticanza” di non citare mai i due milioni di cooperative di produzione agricola registrate ufficialmente nel 2024 in Cina: strutture organizzative con molte decine di milioni di soci e di lavoratrici/lavoratori che operano al loro interno, fra l’altro tutelati da una serie di associazioni di carattere nazionale»5. Le cooperative di consumo cinesi inoltre sono presenti nel 95% delle città e dei villaggi rurali, con un ritmo di vendite annuali impressionante, nel 2024 più di due volte e mezzo il PIL dell’Italia. Le numerose e diversificate imprese cinesi che sono del tutto o quasi di proprietà pubblica operano ormai da tempo ai massimi livelli economici mondiali, fatto riconosciuto da svariate fonti capitaliste e anticomuniste, ma a quanto pare non ancora da grosse fette della sinistra radicale occidentale. Nel 2025 rappresentavano circa il 60% dell’intero prodotto interno lordo del Paese di Mezzo. «Il ruolo dominante del settore pubblico cinese non si manifesta del resto solo sul piano quantitativo, ma anche su quello istituzionale e organizzativo. Le grandi imprese pubbliche centrali non operano infatti come soggetti dispersi e reciprocamente indipendenti, ma risultano coordinate e supervisionate dalla Commissione per la supervisione e l’amministrazione del patrimonio statale del Consiglio di Stato (SASAC)»6. Una notevole parte del plusprodotto non viene utilizzato per scopi privati, ma al contrario va direttamente a finire nei bilanci pubblici statali. Il surplus quindi è in netta prevalenza pubblico, non privato. Una differenza qualitativa davvero ragguardevole. Questo non significa certo che le lotte di classe non esistano in Cina, ma lo Stato non è sicuramente dalla parte della borghesia. Le banche statali cinesi hanno il dominio strategico del settore finanziario. «Troppi analisti occidentali fingono inoltre di ignorare che in Cina, anche dopo il 1976, è continuato il processo di pianificazione economica, il quale incide in modo sensibile sulla dinamica e sulle priorità dell’intero processo produttivo cinese: non a caso, all’inizio del 2026 è stato approvato il XV Piano Quinquennale, di grande rilevanza. Uno degli scopi centrali del piano in oggetto è costituito dal progetto concreto di stimolazione della domanda interna introducendo ampi sussidi per la sostituzione di elettrodomestici, mobili e veicoli, migliorando il settore dei servizi destinati agli anziani e alla sanità e innalzando il reddito del mondo rurale e dei ceti con guadagni medio-bassi» 7.

Le infrastrutture, “le condizioni materiali della produzione” (Marx) nella Repubblica popolare cinese sono di altissimo livello, in continua espansione, ma soprattutto di proprietà pubblica. Mentre le feroci privatizzazioni di ferrovie e autostrade, sono ormai la normale prassi negli stati occidentali. Stesso discorso per le telecomunicazioni, ad un elevatissimo livello tecnologico, in Cina sono saldamente nelle mani del settore pubblico. In più, «la Cina ha costruito negli ultimi decenni la più grande rete idrica – di proprietà pubblica – su scala planetaria. Di essa stanno beneficiando per la prima volta nelle campagne quasi 500 milioni di persone, con nuovi sistemi di approvvigionamento e una copertura dell’acqua potabile che ha raggiunto nelle aree rurali la quota del 96%»8. Il tasso di cambio della moneta nazionale cinese con altre valute è appannaggio statale, mentre nel mondo occidentale il mercato delle criptovalute è legale, nel Grande Paese asiatico sono illegali i patrimoni tokenizzati e l’emissione non statale sullo yuan di bitcoin/stablecoin. Pensate al problema delle case in Italia e non solo, «negli ultimi cinque anni è infatti continuata in Cina la tradizionale politica governativa a favore dell’edilizia popolare, ivi compreso il processo di ristrutturazione degli edifici fatiscenti. I dati forniti rispetto al XIV Piano Quinquennale (2021- 2025) sono impressionanti e riguardano concretamente molte decine di milioni di persone. Secondo i dati del Ministero cinese dell’Edilizia abitativa e dello Sviluppo urbano-rurale, infatti, “nel corso del XIV Piano Quinquennale, sono stati riqualificati oltre 240.000 complessi residenziali urbani datati, a beneficio di più di 40 milioni di famiglie, pari a circa 110 milioni di persone“»9. Lo stato ha il pieno controllo non solo delle forze armate ma dell’intero settore produttivo degli armamenti. Stesso discorso per fissione nucleare civile e fusione nucleare, ma in generale in tutto il settore dell’innovazione tecnologica, il pubblico è preponderante, come nel mondo dell’informazione. Dal 1975 l’economia cinese non conosce né recessione né decrescita. «Ora, se la Cina fosse realmente un “capitalismo di tipo misto”, come sostiene Screpanti, per quale motivo tale nazione non ha sofferto delle inevitabili crisi cicliche del capitalismo, causate principalmente dalla sovrapproduzione di capitali e merci rispetto alla domanda solvibile, e cioè in grado di pagare beni e servizi? L’unica risposta è che la Cina attuale non rappresenti un “capitalismo misto” o un “capitalismo di Stato”, ma che viceversa i rapporti sociali di produzione egemoni al suo interno risultino di natura collettivistica (nelle loro varianti di tipo cooperativo, statale o municipalizzato) con un ampio grado di pianificazione» 10. I rapporti sociali di produzione sono egemonizzati dal settore pubblico, che coesiste con i lavoratori autonomi, il capitalismo privato cinese, le multinazionali straniere e «il subordinato ed esiguo settore del capitalismo di Stato, inteso come collaborazione diretta tra apparati governativi e società principalmente hi-tech del gigantesco paese orientale (Tencent, Baidu, ecc.), il cui ruolo nella Cina contemporanea risulta in ogni caso nettamente minoritario e non egemone rispetto ai rapporti sociali di produzione di matrice pubblica»11. Dopo più di 2.500 anni è stata completamente abolita la tassa agricola sui contadini, mentre i salari degli operai cinesi continuano ad aumentare, stessa dinamica nostrana insomma. Il Partito comunista cinese, che grazie alla guida di Mao Tse-tung ha posto fine al “secolo delle umiliazioni”, conducendo un’eroica lotta di liberazione nazionale, perno della decolonizzazione post Seconda Guerra Mondiale, salpato il 1° luglio 1921 con una cinquantina di iscritti per giungere ai più di 100 milioni di militanti odierni, ha attraversato indenne la Guerra fredda e la sconfitta dell’URSS, avviando una colossale e straordinaria trasformazione economica e sociale. La più chiara smentita che la storia non è ancora finita, che la globalizzazione liberista e il modo di produzione capitalistico non è l’unico mondo possibile, la dobbiamo alla Repubblica popolare cinese timonata dal PCC. Ha attraversato il fiume tastando le pietre, ha imposto la priorità della politica sull’economia e ha posto al centro del proprio progetto il popolo. La via al socialismo con caratteristiche cinesi dimostra la vitalità del marxismo creativo12. I frutti sono palesi in Cina: 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà; raddoppio dell’aspettativa media di vita alla nascita; prima potenza manifatturiera mondiale; protagonista assoluta dell’innovazione tecnologica; sfida per un nuovo ordine internazionale multipolare fondato sulla cooperazione, sul rispetto della sovranità degli Stati e sul superamento dell’egemonia unipolare occidentale. « Con parole diffuse a un pubblico internazionale, Xi Jinping ha dunque ricordato a Trump e all’intero pianeta un punto politico essenziale: la centralità del popolo, non delle multinazionali, della finanza, degli Elon Musk e dei monopoli alla Palantir; il fatto che proprio il Partito Comunista Cinese ponga questa centralità al centro della propria concezione politico-sociale; e infine che, grazie a tale stella polare, il Partito Comunista Cinese abbia acquisito la fiducia della grande maggioranza del popolo cinese» 13. 

La maggioranza del marxismo occidentale, per non parlare della “sinistra eterna”14, si accoda placidamente all’analisi borghese e capitalista, la Cina non ha nulla di socialista, il PCC non è comunista, Xi non è marxista. Già le importanti prese di posizione del Partito, della sua leadership e dei suoi teorici, il costante studio e l’innovazione potrebbero mettere in dubbio le diffuse interpretazioni da salotto, ma guardiamo ai fatti materiali. In continuità con i risultati raggiunti l’ultimo piano quinquennale pone al centro la prosperità comune del popolo, lo sviluppo d’alta qualità, l’ecologia, il benessere dei cittadini e la lotta contro le disuguaglianze. «In seconda battuta, in politica, le parole, i concetti e le teorie sostenute pubblicamente e ripetutamente nel corso degli anni, senza soluzione di continuità, contano e pesano in modo sensibile. Quando un partito al potere, alla guida di un Paese di oltre un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, continua a richiamarsi al marxismo, alla centralità del popolo, alla costruzione socialista e alla lotta contro la corruzione, non si tratta di semplici formule rituali. Si tratta di orientamenti politici, ideologici e strategici che vanno valutati nel loro rapporto con la pratica concreta»15 

Chi sta aiutando Cuba assediata dal criminale embargo dell’imperialismo statunitense e dalla crisi energetica? Chi ha tolto dazi ed esenzioni a 53 Stati africani? La cooperazione internazionale win to win con il Sud globale? Chi lavora veramente per la pace?  Non sicuramente l’imperialismo americano, la NATO o l’UE! La crisi energetica mondiale e le sue pesanti conseguenze economiche e politiche, derivate dal genocidio palestinese per mano sionista e dall’aggressione imperialista all’Iran, sono state affrontate con lucida sicurezza dalla Cina. Il popolo cinese è stato protetto, «Lo Stato non si limita a “consigliare” il mercato o a sperare che gli operatori privati si comportino razionalmente: coordina la filiera, disciplina i prezzi, controlla le speculazioni e impone una logica di interesse pubblico. Il risultato è una barriera politica contro l’effetto domino che, in altre economie, trasforma uno shock esterno in inflazione interna, panico, accaparramento e instabilità sociale»16

La differenziazione e la coordinazione tra le varie risorse energetiche, l’amplia rete di approvvigionamento internazionale, i notevoli cuscinetti di salvataggio ed emergenza, oltre al realismo razionale della transizione energetica delle rinnovabili, non basato sul profitto ma sull’interesse generale, pone il vascello cinese in posizione sicura di fronte alla tempesta, non scaricando i costi delle crisi sulla popolazione. «In definitiva, la crisi energetica provocata dall’aggressione del blocco imperialista-sionista contro l’Iran ha avuto un effetto di smascheramento. Ha mostrato la fragilità di un ordine internazionale dominato dalla forza e dai ricatti geopolitici, ma ha anche mostrato che non tutti i sistemi reagiscono allo stesso modo. La Cina ha risposto con misure sui prezzi, rafforzamento dell’offerta, uso potenziale delle riserve, diversificazione delle fonti, investimento nelle rinnovabili e iniziativa diplomatica. In questa combinazione di pianificazione, sovranità economica e visione strategica sta il senso profondo della sua maggiore tenuta. Ed è proprio qui che il sistema cinese dimostra, ancora una volta, la propria superiorità pratica: non nella retorica, ma nella capacità di trasformare uno shock esterno in una prova di stabilità, disciplina e forza storica».

Stesso ragionamento si può applicare per le prove sul Covid e sulla guerra dei dazi.  Nell’articolo di Giulio Chinappi Dalla Luna a Tiangong, la Cina costruisce nello spazio una via cooperativa alternativa alla competizione statunitense, compreso nel saggio in esame, viene mostrato come «lo spazio, nella visione cinese, non deve diventare il prolungamento extraterrestre della contrapposizione tra grandi potenze, ma un terreno di progresso scientifico, sviluppo condiviso e cooperazione inclusiva» 17.

Il capitalismo di Stato è una categoria interpretativa riduttiva e superficiale per analizzare correttamente il grande esperimento di transizione verso il socialismo della Repubblica popolare cinese condotta dal PCC. Burgio, Leoni e Sidoli chiariscono cosa sia realmente il capitalismo monopolistico di Stato, nel passato e nel presente, analizzando elementi della Germania nazista, degli USA, della Corea del Sud, del Giappone e di alcuni Stati europei. La differenza con la prassi cinese è lampante e incontrovertibile. In Cina non si mira a privatizzare i profitti e non si socializzano assolutamente le perdite della borghesia, lo Stato non favorisce l’accumulazione dei monopoli capitalistici e delle multinazionali, né li salva da eventuali debacle18. La fonte non di certo comunista e nemmeno cinese, Fortune, mette in luce che tra le 500 imprese più grandi a livello mondiale, 82 non solo sono cinesi, ma soprattutto sono di proprietà pubblica19. La Cina risulta nella pratica essere non solo enorme freno per l’imperialismo americano, ma anche perno della lotta antimperialista odierna. L’aiuto multiforme e concreto a Cuba, Venezuela, Nicaragua, Corea del Nord, Iran, Russia e altri Stati vessati dall’Occidente, la strenua difesa sull’ingerenza a Taiwan, Hong Kong, Tibet e Xinjiang, il marxismo20 e il Partito comunista come stelle polari nei rapidi e ipertecnologici cambiamenti del XXI secolo, risultano essere fondamentali per le speranze dell’umanità, per un futuro condiviso, di pace e non di guerra21. «Siamo dunque in presenza di una trasformazione dei rapporti di forza mondiali di portata epocale, dato che solo due decenni fa era Washington ad avere una superiorità schiacciante nell’alta tecnologia, supremazia di cui rimane ormai solo un vantaggio decrescente nel calcolo quantistico e in pochi altri settori. Il tutto nel quasi completo silenzio della sinistra occidentale, ivi compresa quella che si autodefinisce antagonista; sinistra che non a caso è stata ed è tuttora in larga parte incapace persino di distinguere il formidabile e multilaterale appoggio a stelle e strisce al genocidio contro Gaza dalla ferma e costante condanna di quest’ultimo da parte delle autorità cinesi» 22.

Anche al livello internazionale nell’ambito politico, economico e militare, l’egemonia statunitense ed occidentale barcolla pericolosamente. La Cina non possiede sfere d’influenza imposte con la forza nel mondo, ha una sola base militare fuori dai confini rispetto alle 800 USA/NATO, nessuna invasione militare cinese, nessun bombardamento, nessun embargo, nessun colonialismo, nessuna rete di spionaggio mondiale (Echelon). Dobbiamo veramente fare nuovamente l’elenco dei crimini dell’imperialismo americano ed europeo?

«Anche nell’analisi del processo plurisecolare di transizione dal capitalismo al socialismo, dal colonialismo e dall’imperialismo a una “comunità globale dal futuro condiviso” (Xi Jinping), bisogna partire proprio dal presupposto fondamentale sia della politica statale che di quella internazionale, individuato dal materialista e dialettico Karl Marx già dall’autunno del 1843: quello secondo il quale “la forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse”.

Il genio di Marx riesce dunque ad illuminarci anche rispetto alla trasformazione dei fattori di forza spirituali in potenza materiale nell’arena statale e internazionale. […]

– teoria marxista, materialismo dialettico e storico utilizzato in modo non dogmatico;
– livello di consenso del popolo cinese al governo e al Partito Comunista;
– grado di autocoscienza delle masse popolari cinesi sull’importanza della sovranità della loro plurimillenaria nazione;
– capacità direzionale, sia strategica che tattica, del Partito Comunista Cinese in politica estera;
– la capacità attrattiva delle bellezze naturali, dell’arte passata e presente, del cinema e della musica cinesi fra le popolazioni estere.

La koinè e la comunità politico-culturale che condivide l’amicizia per la Cina e il simultaneo rifiuto delle forze separatiste di Taiwan, gli ideali progressisti e la lotta per un mondo pacifico e multipolare: ad esempio partiti comunisti al governo come quelli sudafricano e brasiliano, altri all’opposizione ma influenti come quelli della Russia, dell’India e del Giappone, oltre
alla miriade di gruppi ideologici e culturali che stanno dalla parte della Cina Popolare in ogni parte del globo»23.

Cina Maoista e Repubblica Popolare Democratica di Corea sono concreti esempi storici e attuali di socialismo, con le dovute differenze politiche, economiche e culturali, ma caro Pasquinelli quello che interessa ai comunisti di tutto il mondo è la Repubblica popolare cinese di oggi! La lotta ideologica in questo senso è decisiva e per non appiattirsi sulle varie salse narrative dominanti, bisogna studiare e studiare ancora, non mistificare i dati di fatto. La marcia è lunga e non è ancora finita.

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