Molti investimenti, ma poca crescita e soprattutto poca trasformazione dell’economia italiana.

di Paolo Maranzano – Articolo pubblicato su Il Manifesto
Il giudizio economico sul governo Meloni può essere riassunto in un paradosso: molti investimenti, ma poca crescita e soprattutto poca trasformazione dell’economia italiana. Il governo ha mantenuto i conti dentro i binari europei e ha beneficiato di una forte crescita degli investimenti, sostenuta dal Pnrr. Ma il problema non è soltanto la quantità delle risorse mobilitate: è capire se abbiano modificato la struttura produttiva italiana; la risposta è in larga misura negativa.
Il contesto nel quale il governo si è insediato era difficile: crisi energetica, guerra in Ucraina, inflazione e rallentamento dell’economia europea, nel mentre dal 2024 il nuovo Patto di stabilità ha imposto percorsi pluriennali di spesa e riduzione del debito che restringono lo spazio fiscale dei Paesi ad alto debito.
Il principale problema è legato alla contenuta crescita del Pil nonostante gli investimenti siano stati importanti. Tra il 2016 e il 2025 il Pil italiano è cresciuto in media dell’1,06% l’anno, contro l’1,35% dell’area euro, mentre gli investimenti fissi lordi sono aumentati di oltre il 40%, contro il 17,7% dell’area euro. Questa minore crescita rispetto alla media europea solleva la questione dell’inefficacia degli investimenti: sono cresciuti molto più del Pil, senza riuscire a cambiare in profondità il motore dell’economia.
Perché è accaduto? Il rapporto tra spesa in ricerca e sviluppo e investimenti complessivi è sceso da circa l’8% del 2016 al 6,3% del 2024. La quantità di capitale è aumentata, ma non nella stessa misura la componente di conoscenza e innovazione. Gli investimenti hanno quindi perpetuato la vecchia struttura produttiva despecializzata, anziché accompagnare una nuova specializzazione verso settori a maggiore tecnologia e valore aggiunto. La debolezza si vede anche nei salari e nella domanda interna: salari relativamente bassi comprimono i consumi e la domanda interna e contribuiscono a mantenere debole l’incentivo a investire in innovazione.
Poi c’è il debito pubblico. Gli interessi assorbono quasi 90 miliardi di euro l’anno, circa l’8% della spesa pubblica, contro una media europea prossima al 4%. L’Italia non è oggi un’eccezione per il deficit (nel 2025 l’indebitamento netto italiano è stato pari al 3,1% del Pil, contro il 2,9% medio europeo), ma lo è per il livello del debito e, di conseguenza, per il peso degli interessi. La spesa italiana non è fuori controllo, piuttosto è l’interesse sul debito ad esserlo.
Nel sistema dei conti pubblici europei, evidentemente, servirebbe uno strumento per neutralizzare il peso degli interessi, soprattutto quando i conti pubblici sono da anni allineati. Al mercato, infatti, non può andare oltre il 2% del Pil, cioè l’equivalente del bilancio pubblico europeo.
Sebbene il debito sia in larga misura un problema nazionale, il costo del debito è anche un problema europeo. Se ogni Stato deve affrontare autonomamente il costo finanziario del proprio indebitamento, una quota crescente dei bilanci viene sottratta agli investimenti necessari alla crescita. L’Europa non può limitarsi a imporre vincoli: dovrebbe costruire strumenti comuni per neutralizzare almeno una parte di questo peso. Diversamente, manovre economiche nazionali minimali, come quella per il 2027 da 8-10 miliardi, saranno la norma.
La prossima politica economica dovrà partire da qui: non soltanto mantenere i conti in ordine, ma trasformare gli investimenti in ricerca, innovazione e produttività in crescita economica; rafforzare salari e domanda interna; modificare la specializzazione produttiva italiana; creare nuovi margini di crescita invece di limitarsi ad amministrare quelli disponibili. Serve una vera e propria politica europea, tesa a costruire le condizioni di una risposta reale al debito pubblico dei paesi europei che non sia il solito tagli o delle spese oppure la crescita controllate della stessa spesa. Alla fine, senza crescita e senza una trasformazione della struttura produttiva, anche un bilancio pubblico ordinato continuerà a essere un bilancio senza spazio.
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