Moreno Pasquinelli accusa gli autori di «La Cina (prevalentemente) socialista» di eludere la natura dei rapporti di produzione cinesi. Il suo impianto, però, ignora i dati del volume, assolutizza categorie astratte e deforma persino il significato della NEP leniniana.

di Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni, Roberto Sidoli
Nell’articolo Lenin a Pechino, [1] pubblicato da Sollevazione e ripreso da Sinistra in Rete, Moreno Pasquinelli ha rivolto un lungo attacco alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacché, coinvolgendo anche il volume collettivo La Cina (prevalentemente) socialista, scritto da Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.[2] Sebbene l’articolo ponga delle questioni legittime su alcuni aspetti del sistema economico cinese, il limite di Pasquinelli consiste nel trasformare tali elementi, già riconosciuti nel nostro libro, nella prova automatica della restaurazione capitalistica, evitando di esaminare la struttura proprietaria, il controllo del credito, la direzione politica dell’accumulazione e la natura dei settori strategici.
Carlo Formenti, dal canto suo, ha già replicato nell’intervento Cina: sulla fatwa di Moreno Pasquinelli.[3] Il suo intervento coglie alcuni limiti teorici: individua il carattere sillogistico dell’argomentazione avversaria, richiama la distinzione di Fernand Braudel e Giovanni Arrighi fra mercato e capitalismo e riconosce la coesistenza di rapporti di produzione differenti. Non cita però il nostro volume né utilizza il materiale probatorio sulla proprietà pubblica e collettiva, sul credito, sulle imprese statali e cooperative e sulle infrastrutture. La risposta documentale resta dunque necessaria, perché Pasquinelli attribuisce al libro una lacuna che il testo stesso smentisce.
Un libro citato ma non confutato
Pasquinelli scrive: «Peccato che né i quattro né tantomeno Formenti ci dicano in cosa consista e in quali settori operi in Cina il “modo di produzione socialista”». Nella frase immediatamente successiva, tuttavia, egli elenca la terra, le infrastrutture, il credito, l’energia, le grandi imprese, le reti logistiche, le telecomunicazioni, le risorse strategiche e gli strumenti della pianificazione. Sono esattamente i settori che il volume esamina nelle pagine dedicate alla struttura proprietaria e alle leve fondamentali dell’accumulazione.
Non è quindi corretto sostenere che il libro non indichi dove si trovi il nucleo socialista dell’economia cinese. Pasquinelli conosce l’elenco, ma non discute i dati che lo accompagnano, da noi ampiamente esposti tra le pagine 8 e 18. Non si confronta con la proprietà statale del suolo urbano e collettiva di quello rurale; con la proprietà pubblica delle acque e delle principali risorse naturali; con il patrimonio delle imprese statali centrali e locali; con il ruolo della Commissione per la supervisione e l’amministrazione del patrimonio statale del Consiglio di Stato; con il predominio pubblico nel sistema bancario; con le cooperative agricole; con le ferrovie, le reti elettriche, le telecomunicazioni e le infrastrutture digitali; con i meccanismi attraverso i quali una parte del surplus delle imprese pubbliche viene trasferita ai bilanci dello Stato.
L’accusa di empirismo, inoltre, risulta particolarmente incongrua. Il nostro libro, infatti, non sostiene che una somma di dati possa sostituire la teoria. Parte invece da un criterio marxista preciso: per determinare la natura di una formazione economico-sociale bisogna distinguere i rapporti principali da quelli secondari, le forze egemoni da quelle subordinate e la tendenza storica dominante dalle forme transitorie. I fatti non parlano senza concetti, ma una teoria che decide il risultato prima di confrontarsi con i fatti cessa di essere materialista e diventa dogma.
Il significato di «prevalentemente»
Pasquinelli considera l’avverbio «prevalentemente» uno stratagemma escogitato per mascherare una contraddizione. È invece la parola che rende possibile un’analisi concreta. Ad un’analisi accurata, nessuna formazione economico-sociale storicamente esistita ha coinciso in forma pura con il proprio modello teorico. Nessun Paese socialista ha abolito immediatamente e integralmente il lavoro salariato, la moneta, la produzione mercantile e ogni proprietà privata. Allo stesso modo, nessuna società capitalistica ha mai funzionato attraverso la sola proprietà privata e un mercato privo di Stato, servizi pubblici, regolazione, commesse governative e imprese pubbliche.
Da ciò non segue automaticamente che capitalismo e socialismo siano indistinguibili. In primo luogo, l’intervento statale non è socialista per definizione: negli Stati Uniti il bilancio federale, la Federal Reserve, il complesso militare-industriale e i salvataggi delle grandi imprese operano normalmente a tutela della riproduzione del capitale privato. Simmetricamente, la presenza del mercato o del salario non dimostra da sola che il capitale domini l’intera società. Il criterio decisivo riguarda la relazione fra proprietà, potere politico e accumulazione: chi possiede le principali condizioni della produzione, chi controlla il credito, chi stabilisce le priorità d’investimento, chi si appropria del surplus e quale forza sociale riesce a subordinare le altre ai propri obiettivi.
Le società contemporanee possono quindi essere collocate lungo uno spettro, purché questo non sia ridotto a una graduatoria quantitativa fra pubblico e privato. «Prevalentemente socialista» non significa che il 51% di ogni attività sia statale, né che la Cina abbia già realizzato il comunismo. Significa che in una formazione mista, attraversata dalla lotta di classe e aperta a esiti diversi, le leve capaci di imprimere la direzione all’insieme restano principalmente in mani pubbliche e sotto la direzione politica del Partito Comunista Cinese. È una distinzione ripresa anche da Formenti quando separa il modo di produzione come astrazione dalla formazione sociale concreta nella quale coesistono rapporti differenti.
Il confronto proposto da Pasquinelli con la Cina maoista e con la Repubblica Popolare Democratica di Corea non smentisce questa impostazione. La Cina degli anni Cinquanta e Sessanta aveva certamente un grado più elevato di collettivizzazione amministrativa, mentre la Corea del Nord presenta ancora oggi un settore privato molto più circoscritto. Ciò consente di collocare diversamente queste esperienze nello stesso spettro, non di espellere automaticamente la Cina contemporanea dal campo socialista. Il socialismo non si misura soltanto dalla quantità di mercato ammessa, ma dalla capacità del potere politico e della proprietà sociale di dominare il mercato e indirizzare lo sviluppo delle forze produttive.
Andando avanti, Pasquinelli cita Marx sul fatto che una produzione determinata assegni rango e influenza alle altre, ma poi presume ciò che dovrebbe dimostrare: identifica la produzione dominante con quella capitalistica perché trova merci, salario e profitto. Tuttavia, non presenta nessuna prova del fatto che la classe capitalistica controlli lo Stato, il credito, il suolo, gli investimenti strategici e l’impiego complessivo del surplus.
Il punto di partenza rimosso: la proprietà della terra e delle risorse
La Costituzione della Repubblica Popolare Cinese non si limita a definire socialista lo Stato. Gli articoli 6 e 7 stabiliscono che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione costituisce la base del sistema economico e che il settore statale rappresenta la forza dirigente dell’economia. L’articolo 8 colloca le cooperative rurali, di produzione, approvvigionamento, credito e consumo nell’economia socialista di proprietà collettiva. Gli articoli 9 e 10 stabiliscono che le acque e le risorse minerarie appartengono allo Stato, mentre altre risorse naturali possono appartenere allo Stato o alle collettività nei casi previsti dalla legge; il suolo urbano è statale e quello rurale e suburbano è collettivo, salvo le porzioni appartenenti allo Stato per legge. L’articolo 11 riconosce il settore privato, ma lo sottopone all’indirizzo, alla supervisione e alla regolazione pubblica.[4]
La norma costituzionale, sebbene non sufficiente a dimostrare la natura socialista della Cina, rappresenta tuttavia una struttura materiale e giuridica che Pasquinelli non può liquidare. Il capitale privato cinese può ottenere diritti d’uso, sviluppare progetti immobiliari e realizzare profitti, ma non può trasformare la terra nell’oggetto di una proprietà privata assoluta. Ne consegue che la collettività conserva una leva che nei Paesi capitalistici appartiene prevalentemente ai proprietari fondiari, ai gruppi immobiliari e alla finanza. Inoltre, la proprietà pubblica o collettiva di suolo, sottosuolo e acque condiziona l’urbanizzazione, le infrastrutture, la politica agricola, l’estrazione delle risorse e l’intero processo di accumulazione.
Anche l’agricoltura smentisce la rappresentazione di una struttura integralmente capitalistica. Secondo il Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali, nel 2024 operavano in Cina oltre 2,2 milioni di cooperative agricole, accanto alle aziende familiari fondate sull’uso contrattuale della terra collettiva. Questa configurazione presenta sicuramente alcune aporie, come differenziazioni sociali e fenomeni di concentrazione, ma non coincide con la generalizzazione della proprietà fondiaria capitalistica.[5]
Un patrimonio pubblico che non ha equivalenti nel modello delle partecipazioni statali
Pasquinelli riconosce che lo Stato detiene posizioni monopolistiche in settori fondamentali, ma assimila la Cina al sistema italiano delle partecipazioni statali. Il paragone trascura la scala, il perimetro e soprattutto il contesto di classe. L’IRI operava in una formazione nella quale terra, grandi banche private, assicurazioni, commercio estero, proprietà industriale e potere politico restavano complessivamente inseriti nel capitalismo occidentale. Le imprese pubbliche italiane non dirigevano una struttura fondata sulla proprietà collettiva del suolo, sul controllo pubblico del sistema finanziario e sulla pianificazione vincolante dei grandi investimenti.
I dati numerici rendono improponibile l’analogia. Nel rapporto presentato al Comitato permanente dell’Assemblea Popolare Nazionale, il Ministero delle Finanze ha indicato che alla fine del 2024 le imprese pubbliche non finanziarie dei diversi livelli amministrativi, comprese quelle controllate dagli enti territoriali, possedevano attività per 401.700 miliardi di yuan e un patrimonio netto riconducibile al capitale statale pari a 109.400 miliardi.[6] Le sole imprese centrali coordinate dalla Commissione del Consiglio di Stato cinese per la supervisione e l’amministrazione del patrimonio statale (SASAC) superavano i 90.000 miliardi di yuan di attività.[7] Questi valori dimostrano che la proprietà pubblica non è un residuo periferico nel sistema economico cinese.
La sua concentrazione nei settori decisivi è ancora più significativa. Secondo i dati diffusi dalla stessa SASAC nel 2025, le imprese centrali assicuravano circa l’80% della produzione nazionale di petrolio greggio, il 70% di quella di gas naturale e il 60% della fornitura elettrica.[8] State Grid, China National Petroleum Corporation, Sinopec, le grandi società delle telecomunicazioni, dell’industria nucleare, della difesa e dei trasporti non sono semplici partecipazioni sparse: costituiscono una rete coordinata dallo Stato, utilizzata per realizzare obiettivi industriali, energetici, territoriali e tecnologici stabiliti politicamente.
Il controllo pubblico del credito
Il dato più difficile da conciliare con la tesi della piena restaurazione capitalistica riguarda la finanza. Il rapporto del Ministero delle Finanze sull’attuazione della politica fiscale nel 2025 certifica che alla fine del 2024 le attività finanziarie di proprietà statale ammontavano a 487.900 miliardi di yuan, circa l’80% dell’intero patrimonio del settore finanziario; il capitale finanziario pubblico rappresentava inoltre circa il 60% del patrimonio netto delle imprese finanziarie.[9]
Il predominio delle grandi banche pubbliche significa che la creazione e l’allocazione del credito non dipendono esclusivamente dalla redditività immediata richiesta da azionisti privati. Lo Stato può finanziare reti ferroviarie, energia, edilizia sociale, innovazione, sviluppo rurale e politiche anticicliche su orizzonti incompatibili con il rendimento trimestrale. Nel 2025, il governo ha mobilitato 4.400 miliardi di yuan di obbligazioni speciali degli enti locali per oltre 48.000 progetti e 735 miliardi di investimenti del bilancio centrale destinati a sistemi industriali, infrastrutture, urbanizzazione, sviluppo rurale, transizione verde e servizi di interesse pubblico.[10] Questa non è l’abolizione del mercato, ma è una capacità di direzione dell’accumulazione sconosciuta alle economie nelle quali il credito è dominato dai grandi gruppi finanziari privati.
Anche la destinazione del surplus va analizzata concretamente. Le imprese pubbliche perseguono obiettivi di redditività e accumulano capitale, ma una parte dei loro utili, imposte e dividendi alimenta i bilanci pubblici e gli investimenti collettivi. Nel solo 2025, la spesa pubblica nazionale per l’istruzione ha raggiunto 4.340 miliardi di yuan; i trasferimenti centrali per le pensioni 1.190 miliardi; i sussidi per l’assicurazione sanitaria di base 406,7 miliardi.[11] Queste cifre mostrano perché la domanda decisiva non sia se esista un surplus, bensì chi lo controlli e come venga impiegato, un punto richiamato anche da Formenti attraverso Paul Baran e Paul Sweezy.
Infrastrutture, cooperazione e pianificazione
Il nostro volume, al contrario di quanto affermato da Pasquinelli, dedica ampio spazio alle condizioni materiali della produzione. La China State Railway Group è interamente pubblica e alla fine del 2025 gestiva una rete di 165.000 chilometri, comprendente 50.400 chilometri di alta velocità, più del resto del mondo combinato.[12] Le grandi reti elettriche, ferroviarie, petrolifere e di telecomunicazione sono prevalentemente pubbliche. Il loro sviluppo non è stato il risultato spontaneo di capitali privati in concorrenza, ma di piani quinquennali, banche statali, imprese pubbliche e amministrazioni territoriali coordinate.
Pasquinelli obietta correttamente che anche il capitalismo pianifica: la semplice presenza di un piano non basta dunque a definire il socialismo, così come non basta la proprietà statale formale. A fare la differenza sono tuttavia contenuto, strumenti e finalità. A titolo di esempio, negli Stati Uniti, la pianificazione militare e industriale trasferisce enormi risorse pubbliche a società private come Lockheed Martin, RTX, Boeing e Northrop Grumman; in Cina, al contrario, lo Stato conserva la proprietà delle principali imprese della difesa, dell’energia, delle ferrovie e delle reti. La differenza non consiste nell’esistenza o meno dell’intervento pubblico, ma nel rapporto fra Stato e capitale e nella titolarità dei risultati dell’accumulazione.
Lo stesso Pasquinelli indebolisce la propria definizione quando sostiene che la pianificazione sarebbe socialista soltanto dopo il superamento della produzione mercantile e dell’economia monetaria, per poi riconoscere che la pianificazione sovietica continuava a utilizzare prezzi, denaro e calcolo economico. Se l’esistenza di queste categorie fosse sufficiente a provare il capitalismo, anche l’Unione Sovietica dovrebbe essere espulsa retroattivamente dalla storia del socialismo. La distinzione reale passa invece fra un mercato che subordina lo Stato alle esigenze della valorizzazione privata e un mercato circoscritto da un potere politico capace di utilizzarlo come strumento di sviluppo.
In Cina, infatti, la capacità di subordinare il profitto privato a obiettivi politici è emersa anche in comparti non pubblici. Nel 2021, ad esempio, le autorità hanno imposto alle società che impartivano lezioni nelle materie dell’istruzione obbligatoria di trasformarsi in organizzazioni senza scopo di lucro, vietandone la quotazione e l’ingresso del capitale straniero. La misura dimostra che il potere politico è in grado di restringere drasticamente un settore redditizio quando lo considera incompatibile con l’eguaglianza educativa e la riduzione dei costi familiari.[13] Un governo subordinato organicamente alla borghesia non interviene normalmente in questo modo contro un’intera fonte di valorizzazione.
Il settore privato esiste, ma il PIL non misura il potere
Detto questo, non intendiamo certamente minimizzare il peso del capitale privato. Le stesse fonti ufficiali cinesi gli attribuiscono oltre il 60% del PIL, più dell’80% dell’occupazione urbana e oltre il 70% dei risultati dell’innovazione tecnologica.[14] Nel 2025, le imprese private hanno prodotto il 57,3% del commercio estero.[15] Nel 2024, gli investimenti non governativi sono stati 25.757,4 miliardi di yuan su 51.437,4 miliardi complessivi, cioè circa il 50,1% degli investimenti fissi (e non il 56% indicato senza data né fonte da Pasquinelli).[16]
Questi dati descrivono una contraddizione reale e impediscono di parlare di socialismo compiuto (da cui, ancora una volta, il valore dell’avverbio «prevalentemente»). Non dimostrano però che il capitale privato controlli la formazione sociale. Il PIL misura il valore aggiunto prodotto in un anno; non misura la proprietà del patrimonio accumulato, la direzione del credito, il controllo delle risorse naturali o la capacità di stabilire gli obiettivi strategici. Le piccole e medie imprese private, numerose e ad alta intensità di lavoro, possono infatti generare una quota maggioritaria dell’occupazione e del valore aggiunto mentre lo Stato mantiene il controllo dei settori ad alta intensità di capitale e delle infrastrutture dalle quali dipende l’intera economia.
Questa distinzione emerge anche dal rapporto fra lo Stato e i maggiori gruppi privati. Lo scorso 20 agosto, Xu Jiayin, fondatore di Evergrande, è stato condannato all’ergastolo e alla confisca dei suoi beni per frode finanziaria, corruzione e appropriazione indebita, mentre le autorità hanno privilegiato la tutela di acquirenti, risparmiatori e creditori rispetto al salvataggio personale dell’imprenditore. La vicenda si aggiunge alla sospensione della quotazione di Ant Group, alla ristrutturazione delle sue attività finanziarie e alle sanzioni inflitte ad Alibaba, riconducibili all’esigenza di subordinare anche i grandi interessi privati agli indirizzi pubblici. Nessuno di questi provvedimenti dimostra isolatamente la natura socialista della Cina; considerati insieme, confermano tuttavia che la grande borghesia non può trasformare automaticamente la propria forza economica in un potere politico autonomo.[17]
Neppure i dati dinamici confermano una ritirata lineare dello Stato sotto Xi Jinping. Fra il 2019 e il 2024, le attività delle imprese pubbliche non finanziarie sono aumentate in media dell’11,4% annuo, mentre quelle delle sole imprese centrali sono passate da meno di 70.000 a oltre 90.000 miliardi di yuan durante il XIV Piano Quinquennale. Nel 2024, gli investimenti delle entità a controllo statale sono cresciuti del 5,7%, mentre quelli non governativi sono diminuiti dello 0,1%.[18] Questi numeri indicano che la Cina continua contemporaneamente a sostenere l’iniziativa privata e a consolidare il settore pubblico: è una relazione complessa, forse incomprensibile per chi continua a leggere il marxismo dogmaticamente, ma non è certo la traiettoria univoca di privatizzazione descritta da Pasquinelli.
La questione non si risolve neppure contando le imprese. Milioni di ristoranti, negozi, laboratori e società di servizi non equivalgono, in termini di potere strutturale, al controllo delle maggiori banche, della rete elettrica, del petrolio, delle ferrovie, della terra e della moneta. Nel complesso, dunque, Pasquinelli passa impropriamente dalla quota del settore privato nel PIL alla tesi del dominio capitalistico, senza dimostrare il passaggio intermedio.
WTO, Davos e produttività: indizi trasformati in prove
Proseguendo nella nostra analisi critica, l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001 viene presentato da Pasquinelli come certificazione dell’avvenuto assorbimento della Cina nel capitalismo neoliberista. L’argomento non regge: Cuba è membro della WTO dal 1995, il Vietnam dal 2007 e la Repubblica Democratica Popolare del Laos dal 2013.[19] L’appartenenza a un’organizzazione commerciale internazionale comporta adattamenti normativi e compromessi, ma non stabilisce chi possieda la terra, le banche e i mezzi di produzione. In questi 25 anni, la Cina ha abilmente utilizzato l’integrazione commerciale per acquisire tecnologia, ampliare le esportazioni e sviluppare le forze produttive, senza tuttavia privatizzare le leve fondamentali del sistema, che restano nelle mani dello Stato e del Partito Comunista Cinese.
Pasquinelli sembra poi confondere la politica estera della Cina di Xi Jinping con il sistema economico presente all’interno del Paese. La difesa del multilateralismo e del commercio internazionale, soprattutto di fronte al protezionismo statunitense, esprime una linea di politica estera e di sviluppo; non costituisce una dichiarazione sulla natura di classe dei rapporti di produzione interni. Trasformare una posizione contro le guerre commerciali in una professione di fede neoliberista significa confondere l’uso del mercato mondiale con la subordinazione al capitale finanziario globale.
Ancora meno solida è l’affermazione secondo cui la Cina sarebbe al vertice mondiale della produttività del lavoro. L’indicatore della Banca Mondiale sul PIL per occupato, costruito a parità di potere d’acquisto, colloca ancora numerose economie avanzate molto al di sopra della Cina.[20] Pasquinelli confonde la rapida crescita della produttività cinese, la leadership in alcune tecnologie e il volume complessivo della produzione con il livello medio di prodotto per lavoratore. Su questa confusione fonda anche l’affermazione che i salari cinesi sarebbero necessariamente bassi rispetto a una produttività presuntamente superiore a quella statunitense. Al contrario, i salari cinesi sono in costante crescita da anni in un Paese dove lo Stato può ancora agire nella regolazione dei prezzi.
La sezione sul «cybercapitalismo» presenta un problema analogo. L’impiego del riconoscimento biometrico, dell’intelligenza artificiale e di sistemi di controllo amministrativo potrebbe al limite sollevare questioni relative al rapporto fra tecnologia e potere, ma non dimostra che il modo di produzione sia capitalistico. Eventualmente, una critica fondata delle forme di sorveglianza dovrebbe essere condotta senza sostituire l’analisi della proprietà e dei rapporti di classe.
Lenin e la NEP: una citazione amputata del suo significato
Pasquinelli dedica molto spazio a Lenin per contestare l’idea di una transizione prolungata nella quale coesistano settori socialisti e capitalistici. Il fulcro della sua dimostrazione è l’affermazione del 1922 secondo cui la ritirata della Nuova Politica Economica era terminata. Dal contesto emerge però un significato diverso da quello attribuitogli. Nel rapporto all’XI Congresso del Partito Comunista Russo (bolscevico), Lenin non proponeva l’abolizione della NEP dopo un solo anno. Invitava a fermare ulteriori concessioni, consolidare le posizioni raggiunte e imparare a competere con il capitale privato. Nello stesso discorso chiedeva di costituire altre società miste e spiegava che il capitalismo di Stato esistente sotto un potere proletario era qualitativamente diverso da quello operante sotto il dominio della borghesia, perché lo Stato poteva circoscriverlo, fissarne i limiti e subordinarlo.[21]
La NEP proseguì fino alla fine degli anni Venti. La formula sull’arresto della ritirata indicava quindi un cambiamento di fase nella lotta, non l’immediata soppressione del mercato, del commercio privato e delle imprese miste. Cadendo nel bias noto come cherry picking, Pasquinelli isola alcune righe che fanno comodo alla sua tesi e trascura quelle che ne definiscono il contenuto operativo.
Il successivo scritto leniniano Sulla cooperazione, del gennaio 1923, è ancora più esplicito. In esso, il leader sovietico individuava la possibilità di avanzare verso il socialismo combinando interesse privato, commercio, controllo statale e subordinazione degli interessi particolari a quelli comuni. Considerava decisive la proprietà statale dei grandi mezzi di produzione, la terra nazionalizzata, il potere politico nelle mani della classe lavoratrice e lo sviluppo delle cooperative.[22] Tuttavia, non sosteneva certo che l’esistenza di scambi mercantili trasformasse automaticamente lo Stato sovietico in uno Stato capitalista.
Infine, l’analogia fra la NEP e la Cina contemporanea non deve essere meccanica: si tratta infatti di due contesti diversi, in cui cambiano le dimensioni, il livello tecnologico, la collocazione internazionale e la durata storica. Il precedente leniniano demolisce però la premessa teorica di Pasquinelli: una transizione socialista non è definita dall’abolizione istantanea di ogni categoria mercantile, ma dal potere che dirige tali categorie, dai limiti imposti al capitale e dalla tendenza complessiva del processo.
Il contributo teorico e i limiti della risposta di Formenti
La risposta di Formenti coglie un limite centrale dell’impianto di Pasquinelli: la sostituzione dell’analisi concreta con un sillogismo secondo il quale, poiché esistono merci e plusvalore, esiste capitalismo e, poiché esiste capitalismo, la Cina sarebbe necessariamente capitalista. Formenti ricorda che il surplus è necessario alla riproduzione di ogni società e che la questione discriminante riguarda la sua appropriazione e distribuzione. Richiama inoltre le forme di partecipazione presenti nei villaggi, nei quartieri, nelle imprese e nelle cooperative, ignorate dall’articolo di Pasquinelli. La stessa Costituzione cinese, all’articolo 16, prescrive la gestione democratica delle imprese statali attraverso i congressi dei lavoratori e altri strumenti.[23]
Questi elementi non autorizzano a considerare risolto il problema della democrazia socialista. La distanza fra principi costituzionali e pratica, il potere effettivo dei lavoratori nelle imprese, le condizioni di lavoro, le disuguaglianze, il debito locale e la crisi immobiliare devono restare oggetto di verifica critica. Sono contraddizioni riconosciute dalla definizione di una Cina «prevalentemente» socialista e non obiezioni capaci di annullarla automaticamente.
Formenti richiama correttamente anche il fatto che il potere politico non è una sovrastruttura inerte. La proprietà e l’accumulazione non operano nel vuoto: vengono organizzate attraverso leggi, banche, bilanci, piani, amministrazioni e rapporti di forza. Tuttavia, la natura del potere non può essere dedotta soltanto dal nome comunista del partito: deve essere verificata nella pratica. La persistenza della proprietà collettiva della terra, l’80% delle attività finanziarie in mani pubbliche, il patrimonio delle imprese statali, il predominio pubblico delle infrastrutture essenziali e la capacità di limitare interi campi di valorizzazione privata costituiscono precisamente questa verifica materiale.
Conclusione: ciò che Pasquinelli dimostra e ciò che non dimostra
Pasquinelli dimostra che in Cina esistono capitale privato, lavoro salariato, profitto, concorrenza, mercati finanziari, disuguaglianze e conflitti sociali. Nessuno di questi elementi è negato dal nostro libro. Per sostenere la restaurazione capitalistica dovrebbe dimostrare qualcosa di ulteriore: che la borghesia sia divenuta la classe politicamente dominante; che lo Stato agisca come suo comitato d’affari; che la finanza privata controlli il credito; che terra, energia, trasporti e infrastrutture siano sottoposti alla valorizzazione privata; che la pianificazione sia ridotta a sostegno degli interessi capitalistici.
I dati disponibili indicano invece una formazione sociale mista nella quale il capitale privato è potente, genera una grande quota del PIL e dell’occupazione e produce pressioni politiche e sociali, ma non possiede le principali leve dell’accumulazione e non ha conquistato autonomamente il potere statale. Detto questo, la lotta fra la tendenza socialista e quella capitalistica non è conclusa, né il suo esito può essere garantito per decreto. Proprio per questo il nostro volume non parla di socialismo compiuto, ma di una Cina prevalentemente socialista.
La formula criticata da Pasquinelli indica un giudizio sulla gerarchia effettiva dei rapporti sociali: proprietà pubblica e collettiva delle condizioni fondamentali della produzione, controllo politico del credito, direzione pianificata degli investimenti, subordinazione giuridica del capitale privato e impiego di una parte rilevante del surplus per finalità collettive. Pasquinelli, tuttavia, non confuta questo quadro: lo aggira, perché la sua conclusione è già contenuta nelle premesse. Concludendo, siamo consapevoli del fatto che la Cina reale non coincida con un modello socialista puro, e, del resto, nessun Paese storico vi ha mai coinciso. È una società di transizione, segnata da contraddizioni profonde e da una lotta permanente sull’indirizzo dell’accumulazione. Collocarla nello spettro delle formazioni prevalentemente socialiste non significa ignorare il settore capitalista presente al suo interno, ma distinguere la sua presenza dalla sua egemonia. È precisamente questa distinzione, teorica ed empirica, che Pasquinelli non riesce a smentire.
NOTE
[1] Moreno Pasquinelli, «Lenin a Pechino. Una critica alle posizioni di Carlo Formenti e Vladimiro Giacché», Sinistra in Rete, pubblicato il 17 agosto 2026 (testo originale del 10 agosto 2026), https://www.sinistrainrete.info/teoria/33511-moreno-pasquinelli-lenin-a-pechino.html.
[2] Daniele Burgio, Giulio Chinappi, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, La Cina (prevalentemente) socialista, presentazione e testo scaricabile su Giulio Chinappi – World Politics Blog, 7 giugno 2026, https://giuliochinappi.com/2026/06/07/la-cina-prevalentemente-socialista/.
[3] Carlo Formenti, «Cina: sulla fatwa di Moreno Pasquinelli…», Sollevazione, 18 agosto 2026, https://www.sollevazione.it/2026/08/cina-sulla-fatwa-di-moreno-pasquinelli-di-carlo-formenti.html.
[4] Assemblea Popolare Nazionale della Repubblica Popolare Cinese, Constitution of the People’s Republic of China, adottata il 4 dicembre 1982 e modificata da ultimo l’11 marzo 2018, artt. 6-11; versione inglese pubblicata sul sito del Consiglio di Stato e aggiornata il 20 novembre 2019, https://english.www.gov.cn/archive/lawsregulations/201911/20/content_WS5ed8856ec6d0b3f0e9499913.html.
[5] Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali della Repubblica Popolare Cinese, «Ministry of Agriculture and Rural Affairs», State Council Information Office, 24 luglio 2024, https://english.scio.gov.cn/2024-07/24/content_117328550.htm.
[6] Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, Rapporto speciale sulla gestione nel 2024 del patrimonio delle imprese statali, escluse quelle finanziarie, pubblicato dal Ministero delle Finanze, 3 aprile 2026, https://zcpgzx.mof.gov.cn/szyw/202604/t20260403_3986928.htm.
[7] State-owned Assets Supervision and Administration Commission of the State Council (SASAC), «Profits of China’s Central SOEs Reach 2.6 Trln Yuan in 2024», SASAC, 20 gennaio 2025, https://en.sasac.gov.cn/2025/01/20/c_18735.htm.
[8] Xinhua, «China’s central SOEs achieve solid growth in assets, profits», The State Council of the People’s Republic of China, 17 settembre 2025, https://english.www.gov.cn/news/202509/17/content_WS68ca4c28c6d00fa19f7a284a.html.
[9] Ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese, Report on the Implementation of China’s Fiscal Policy in 2025, 20 maggio 2026, p. 49, https://www.mof.gov.cn/en/reports/202605/P020260520551662345438.pdf.
[10] Ivi, pp. 2 e 11.
[11] Ivi, pp. 29 e 32.
[12] «High-speed rail’s rapid rise rolls on», China Daily, 5 gennaio 2026, riprodotto dall’International Center for Science & Technology Innovation, https://en.ncsti.gov.cn/services/Benefits/entrepreneurship/202601/t20260106_234417.html.
[13] Xinhua, «China issues guidelines to ease burden on young students», The State Council of the People’s Republic of China, 24 luglio 2021, https://english.www.gov.cn/policies/latestreleases/202107/24/content_WS60fc16dfc6d0df57f98dd873.html.
[14] China Daily, «Private sector gets landmark legal safeguard», Ministry of Justice of the People’s Republic of China, 21 maggio 2025, https://en.moj.gov.cn/2025-05/21/c_1094855.htm.
[15] National Bureau of Statistics of China, Statistical Communiqué of the People’s Republic of China on the 2025 National Economic and Social Development, 28 febbraio 2026, https://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202602/t20260228_1962661.html.
[16] National Bureau of Statistics of China, «Investment in Fixed Assets in 2024», 18 gennaio 2025, https://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202501/t20250124_1958447.html.
[17] Giulio Chinappi, «Dalla lezione a Jack Ma all’ergastolo per Xu Jiayin: la Cina riafferma il primato della politica sul capitale», Giulio Chinappi – World Politics Blog, 21 agosto 2026, https://giuliochinappi.com/2026/08/21/dalla-lezione-a-jack-ma-allergastolo-per-xu-jiayin-la-cina-riafferma-il-primato-della-politica-sul-capitale/.
[18] Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, Rapporto speciale sulla gestione nel 2024 del patrimonio delle imprese statali, escluse quelle finanziarie, cit.; Xinhua, «China’s central SOEs achieve solid growth in assets, profits», cit.; National Bureau of Statistics of China, «Investment in Fixed Assets in 2024», cit.
[19] World Trade Organization, «Cuba and the WTO», https://www.wto.org/english/thewto_e/countries_e/cuba_e.htm; «Viet Nam and the WTO», https://www.wto.org/english/thewto_e/countries_e/vietnam_e.htm; «Lao People’s Democratic Republic and the WTO», https://www.wto.org/english/thewto_e/countries_e/lao_e.htm.
[20] Banca Mondiale, GDP per person employed (constant 2021 PPP $), World Bank Open Data, https://data.worldbank.org/indicator/SL.GDP.PCAP.EM.KD.
[21] V. I. Lenin, «Political Report of the Central Committee of the R.C.P.(B.)», rapporto all’XI Congresso del Partito Comunista Russo (bolscevico), 27 marzo 1922, Collected Works, vol. 33, pp. 263-309, Marxists Internet Archive, https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1922/mar/27.htm.
[22] V. I. Lenin, «On Co-operation», scritto il 4 e 6 gennaio 1923 e pubblicato per la prima volta nel maggio 1923, Collected Works, vol. 33, pp. 467-475, Marxists Internet Archive, https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1923/jan/06.htm.
[23] Assemblea Popolare Nazionale della Repubblica Popolare Cinese, Constitution of the People’s Republic of China, cit., art. 16.
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lo stesso Pasquinelli che stravede per Fratellanza Musulmana e Al Jolani… insomma un fior di rivoluzionario!
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