Iran, guerra e indipendenza di classe: quindici verità dalla newsletter dei lavoratori di Sanandaj

Dalla newsletter dei lavoratori di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, una lettura della guerra fondata sull’indipendenza politica della classe lavoratrice, sulla critica dell’intervento delle potenze straniere e sul rifiuto tanto della Repubblica Islamica quanto dei progetti di cambiamento imposti dall’esterno.

Dalla newsletter dei lavoratori di Sanandaj: quindici verità che la guerra ha dimostrato ancora una volta

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Questa guerra è iniziata con l’iniziativa e l’attacco militare degli Stati Uniti e di Israele. I due Stati, facendo affidamento sulla propria superiorità militare, hanno cercato di modificare a loro favore gli equilibri politici e militari della regione.

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Questa guerra non può essere analizzata separatamente dalla politica che gli Stati Uniti hanno perseguito per decenni in Medio Oriente e nel mondo; una politica già portata avanti in precedenza in Iraq, Libia, Siria e, sotto forme diverse, attraverso pressioni e interventi contro altri governi. L’obiettivo dichiarato di queste politiche è stato generalmente quello di modificare gli equilibri di potere regionali e garantire gli interessi strategici degli Stati Uniti e dei loro alleati.

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Nonostante la superiorità militare degli Stati Uniti e di Israele, i loro obiettivi dichiarati non sono stati raggiunti. Né la Repubblica Islamica è stata estromessa, né si è instaurato il nuovo ordine politico che era stato promesso.

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I principali perdenti della guerra siamo noi, il popolo: lavoratori, salariati, donne, bambini e persone che vivono del proprio lavoro, costretti a pagare il prezzo di una guerra nella cui decisione di iniziare non hanno avuto alcun ruolo.

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La guerra ha fatto arretrare la lotta della popolazione per la libertà, il pane, l’uguaglianza e il benessere, e ha dato alla Repubblica Islamica la possibilità di ampliare il clima di sicurezza e la repressione.

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Ogni bomba caduta sull’Iran e sulla testa della sua popolazione non ha portato né libertà né giustizia. L’esperienza dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Libia e ora di questa guerra ha dimostrato ancora una volta che l’intervento militare delle grandi potenze non porta affatto alla libertà.

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Una parte dell’opposizione che aveva legato il proprio destino all’attacco degli Stati Uniti e di Israele è entrata in una crisi politica di fronte ai fallimenti degli Stati Uniti e di Israele nella guerra. La loro previsione di un rapido crollo del governo non si è realizzata e una parte di queste forze ha iniziato a ricorrere a scenari ancora una volta illusori, disperati e privi di basi, come quello di trasformare questa guerra in una guerra civile.

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Reza Pahlavi e le forze che erano state incaricate di spingere la popolazione, attraverso una propaganda avvelenata, ad accogliere la guerra, non sono riusciti a svolgere il ruolo che avevano immaginato. Questa esperienza ha dimostrato ancora una volta che affidarsi alle potenze straniere non può sostituire l’organizzazione autonoma della popolazione.

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Anche i sei partiti, organizzazioni e gruppi — tra nazionalisti curdi e forze di sinistra che sono sempre loro debitori e che non riescono mai a sottrarsi alla loro ombra — che vedevano nella guerra un’opportunità per portare avanti i propri progetti politici, dopo il mancato successo degli Stati Uniti e di Israele si sono ritrovati in un vicolo cieco, condividendo le menzogne di Trump. L’esperienza ha dimostrato ancora una volta a noi, popolo del Kurdistan iraniano, che nessuna potenza mondiale considera la nostra libertà una propria missione.

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L’esperienza del Kurdistan iracheno e della Siria aveva già dimostrato che gli Stati Uniti cambiano politica ogni volta che lo richiedono i propri interessi, lasciando i loro alleati locali disorientati e in una posizione difficile. Questa realtà ha nuovamente evidenziato l’importanza di fare affidamento in modo indipendente sulla forza della popolazione, cosa che i nazionalisti favorevoli a questa guerra non hanno mai fatto.

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Le potenze mondiali conducono le guerre sulla base dei propri interessi economici, militari e geopolitici, non sulla base degli interessi dei popoli.

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Anche la Repubblica Islamica ha sfruttato la guerra per consolidare la propria posizione, intensificando il clima di sicurezza e la repressione e limitando le proteste sociali, esattamente ciò che tutti gli amici del popolo avevano detto prima della guerra.

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La guerra ha dimostrato con chiarezza, fino a questo momento, che non solo il popolo iraniano, ma anche i popoli del mondo non hanno alcun interesse nella vittoria degli Stati Uniti e di Israele in guerre di questo tipo. I talebani in Afghanistan e Mohammad al-Jolani, precedentemente appartenente all’ISIS, in Siria, sono stati i migliori “regali di guerra” che hanno ricevuto.

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L’unica forza che può portare la società verso la libertà e l’uguaglianza è la forza organizzata della classe lavoratrice e dei movimenti sociali popolari, non i bombardieri, non le sanzioni e nemmeno i programmi di cambiamento del regime dall’alto o dall’estero.

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La più grande lezione di questa guerra è che la classe lavoratrice deve entrare in campo con la propria bandiera e una propria politica indipendente; indipendente dalla Repubblica Islamica, indipendente dalle potenze imperialiste e indipendente da tutti i progetti nazionalisti.

Pertanto:

Questa situazione, che gli Stati Uniti hanno creato con questa guerra e con tutta la sofferenza, il lutto e la disperazione che ha provocato per noi e per i popoli della regione, deve finire.

Questa guerra ha dimostrato ancora una volta che i lavoratori e le persone che lottano non devono guardare il mondo attraverso la lente degli interessi degli Stati. Gli Stati fanno la guerra per consolidare la propria posizione politica, economica e militare; ciò che rimane ai lavoratori e alle classi popolari, invece, sono povertà, distruzione, repressione e la perdita delle opportunità di lottare per la libertà e l’uguaglianza.

La politica indipendente della classe lavoratrice parte da un principio fondamentale: né la Repubblica Islamica rappresenta il popolo, né gli Stati Uniti e Israele sono i suoi salvatori. La libertà, l’uguaglianza e l’emancipazione non si conquistano attraverso le guerre delle grandi potenze, ma attraverso la lotta consapevole, organizzata e indipendente della popolazione.

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About Andrea Vento

Andrea Vento, docente di geografia economica presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Antonio Pacinotti» di Pisa, si è laureato nel 1988 presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Pisa con corso di laurea in geografia e tesi in geografia economica. Appassionato di geopolitica e relazioni internazionali, con particolare predilezione per il Medio Oriente e l’America latina, ha focalizzato le proprie ricerche e la propria attività sull’analisi di specifiche tematiche di carattere geoeconomico e geopolitico. Al centro del suo lavoro vi è il tentativo di ampliare - tramite scritti e conferenze - la conoscenza di particolari sfere economico-geografiche del mondo attuale. Nel 2013 - assieme ad alcuni colleghi - ha fondato il GIGA (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati).

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