A meno di tre mesi dall’insediamento di Romuald Wadagni, il tentativo di ostacolare il Forum Sociale Mondiale di Cotonou ha messo in luce le contraddizioni del nuovo governo beninese, formalmente aperto al dialogo ma sostanzialmente inserito nell’architettura politica e securitaria della Françafrique.

Il Forum Sociale Mondiale avrebbe dovuto aprire regolarmente i propri lavori in Benin il 4 agosto. Migliaia di partecipanti provenienti da ogni continente erano già arrivati nel Paese, mentre diverse carovane di movimenti sociali africani convergevano verso Cotonou e l’Università di Abomey-Calavi. Eppure, a poche ore dall’inizio di un evento preparato da circa due anni, l’intero programma è entrato in una fase di incertezza: la marcia inaugurale è stata cancellata, l’accesso agli spazi universitari è stato ostacolato e alcune delegazioni sono state respinte. Solo il 5 agosto, il governo del presidente Romuald Wadagni ha concesso l’autorizzazione definitiva, permettendo al Forum di aprirsi il giorno successivo.
La vicenda merita attenzione non soltanto per ciò che racconta delle libertà politiche nel Benin contemporaneo, ma soprattutto perché rappresenta uno dei primi test significativi della presidenza Wadagni dopo la successione a Patrice Talon. Il nuovo capo dello Stato, insediatosi il 24 maggio, è stato per dieci anni ministro dell’Economia e delle Finanze del suo predecessore e ha costruito la propria candidatura sulla sostanziale prosecuzione del modello talonista. Wadagni ha vinto le presidenziali del 12 aprile con oltre il 94% dei voti, in una competizione dalla quale la principale forza d’opposizione era rimasta esclusa, mentre le legislative dell’11 gennaio avevano assegnato tutti i 109 seggi dell’Assemblea nazionale ai due partiti legati alla precedente maggioranza presidenziale.
Il Forum Sociale Mondiale, nato a Porto Alegre nel 2001 in alternativa al Forum Economico Mondiale di Davos, costituisce per sua natura un interlocutore poco compatibile con sistemi politici caratterizzati da una forte concentrazione del potere. Non è un’organizzazione centralizzata né un partito internazionale, ma uno spazio di incontro tra movimenti sociali, organizzazioni contadine e sindacali, associazioni femministe, ambientaliste, reti per la difesa dei diritti e altre componenti della società civile. La Carta dei principi lo definisce esplicitamente come uno spazio aperto ai movimenti che si oppongono al neoliberismo, al dominio del capitale e a ogni forma di imperialismo, perseguendo alternative alla globalizzazione controllata dalle grandi multinazionali e dalle istituzioni politiche ed economiche che ne sostengono gli interessi. Lo stesso documento stabilisce al contempo la natura pluralista, non governativa e non partitica del Forum.
La scelta del Benin per la diciassettesima edizione possedeva quindi una forte valenza simbolica. Dopo oltre un decennio dall’ultima grande edizione africana, il ritorno del Forum nel continente intendeva dare particolare spazio alle battaglie per la sovranità alimentare, la difesa della terra, dell’acqua e delle sementi, la lotta contro l’estrattivismo, la giustizia climatica, i diritti delle comunità locali e l’autodeterminazione dei popoli. Il programma comprendeva, tra l’altro, iniziative sulla resistenza alle attività estrattive in Africa, sulla riforma agraria, sull’agroecologia, sulla gestione pubblica dell’acqua e sulle conseguenze sociali dell’espansione mineraria.
È proprio in questo quadro che quanto accaduto nei giorni precedenti l’apertura assume un significato politico particolare. Il 27 luglio, il Segretariato tecnico del Forum aveva comunicato di aver ricevuto una lettera dalle autorità beninesi e di avere avviato discussioni con esse. Il giorno seguente precisava che gli scambi erano ancora in corso per ottenere l’«autorizzazione ufficiale» alla manifestazione. In altri termini, a meno di una settimana dall’inizio, un evento internazionale preparato da mesi e per il quale erano già in viaggio migliaia di persone non aveva ancora la certezza di poter svolgersi regolarmente.
Il 3 agosto, gli organizzatori sono quindi stati costretti ad annunciare il rinvio della marcia inaugurale per «ragioni indipendenti» dalla propria volontà. Il 4 agosto, i membri del Consiglio internazionale presenti a Cotonou hanno comunicato che migliaia di delegati provenienti da 108 Paesi erano già arrivati in Benin, confermando l’intenzione di tenere comunque il Forum ma riconoscendo che le condizioni esistenti impedivano di avviare normalmente le attività previste. Nello stesso comunicato si faceva riferimento al ritorno a Lomé dei partecipanti alle carovane, elemento che lasciava intravedere la gravità degli ostacoli incontrati.
Le accuse più dettagliate sono state formulate dal Centre Europe-Tiers Monde (CETIM) e da altre organizzazioni partecipanti. Secondo il CETIM, le autorità avrebbero vietato i raduni pubblici, impedito l’accesso alle strutture dell’Università di Abomey-Calavi, respinto militanti all’aeroporto e bloccato alle frontiere alcune carovane popolari, accompagnandone successivamente alcuni partecipanti fuori dal territorio beninese. L’organizzazione ha inoltre denunciato lo smantellamento di preparativi logistici già realizzati e ha sottolineato come l’autorizzazione tardiva non potesse cancellare le conseguenze delle misure adottate, poiché numerose delegazioni regionali e internazionali non erano più riuscite a raggiungere il Forum.
Il 5 agosto, è arrivata la retromarcia. Il governo ha ufficialmente autorizzato l’evento e il giorno successivo la diciassettesima edizione del Forum Sociale Mondiale ha potuto aprirsi all’Università di Abomey-Calavi. Gli stessi organizzatori nazionali hanno successivamente adottato una posizione assai più conciliante, ringraziando il governo per avere «autorizzato e accompagnato» lo svolgimento dell’iniziativa e confermando la presenza di delegazioni provenienti da 108 Paesi. Questa divergenza tra le denunce formulate da organizzazioni internazionali e il tono del comunicato finale non deve essere nascosta, perché costituisce parte integrante della vicenda.
Questa vicenda assume un significato maggiore in quanto collocata nel contesto politico beninese. Durante i dieci anni della presidenza Talon, il Paese ha mantenuto tassi di crescita economica elevati e realizzato importanti interventi infrastrutturali, ma contemporaneamente ha conosciuto una progressiva restrizione dello spazio politico. Come ricordato in precedenza, le elezioni legislative di gennaio hanno prodotto un’Assemblea nazionale senza opposizione: l’Union Progressiste le Renouveau ha ottenuto 60 seggi e il Bloc Républicain 49, mentre Les Démocrates, pur raccogliendo il 16,14% dei suffragi, non ha ottenuto alcuna rappresentanza a causa delle norme sulla soglia elettorale. Alle presidenziali di aprile, Wadagni ha poi affrontato un solo concorrente effettivo, Paul Hounkpè, dopo che il principale candidato dell’opposizione non aveva ottenuto le necessarie sponsorizzazioni parlamentari.
Il passaggio da Talon a Wadagni non ha dunque prodotto una rottura dell’assetto politico precedente. La continuità appare particolarmente evidente in politica estera e nella sicurezza. Il Benin è divenuto negli ultimi anni uno dei principali punti di appoggio occidentali nell’Africa occidentale costiera dopo la perdita di influenza della Francia nel Sahel. L’espulsione delle forze francesi da Mali, Burkina Faso e Niger ha costretto Parigi a riorganizzare il proprio dispositivo regionale, sostituendo in parte la presenza militare permanente e visibile con forme di cooperazione più discrete. Porprio Cotonou occupa una posizione centrale in questa nuova architettura.
Un’inchiesta pubblicata da Le Monde nell’aprile 2026 ha rivelato che elementi delle forze speciali francesi avrebbero partecipato direttamente, accanto all’esercito beninese, a operazioni contro gruppi jihadisti nel nord del Paese. Ufficialmente Parigi parla soprattutto di addestramento, consulenza e sostegno tecnico, ma tre fonti militari e di sicurezza interpellate dal quotidiano francese hanno descritto operazioni di combattimento e una presenza divenuta quasi continua con l’avvicinarsi delle elezioni. La stessa fonte sottolineava che Wadagni intendeva continuare la stretta cooperazione con la Francia mantenuta da Talon, indicato come uno dei presidenti africani più vicini a Emmanuel Macron.
Il caso del Forum Sociale Mondiale acquista quindi un valore che supera l’episodio amministrativo. Il CETIM, in particolare, ha interpretato apertamente quanto accaduto come una manifestazione dell’assoggettamento del governo beninese alle dinamiche neocoloniali, in quanto l’inserimento del Benin nella rete securitaria occidentale convive con un modello politico interno nel quale il pluralismo è stato progressivamente indebolito e nel quale l’autonomia dei movimenti sociali può entrare in tensione con le esigenze di stabilità definite dall’esecutivo.
La retromarcia del 5 agosto dimostra allo stesso tempo che la mobilitazione ha conservato capacità di pressione. Le organizzazioni internazionali presenti a Cotonou hanno mantenuto pubblicamente la volontà di procedere, mentre le denunce delle misure adottate dalle autorità hanno iniziato a circolare fuori dal Benin. Il governo ha infine scelto di evitare il costo politico e d’immagine di un’interdizione definitiva. In questo senso, la vicenda non racconta soltanto la forza dell’apparato statale, ma anche i limiti della sua capacità di controllare un evento costruito da reti transnazionali e già divenuto visibile sul piano internazionale.
Il Forum Sociale Mondiale di Cotonou lascia dunque un’eredità politica più significativa dei singoli incontri che vi si sono svolti. Ha portato nel cuore di uno dei principali alleati occidentali dell’Africa occidentale una discussione sulla sovranità dei popoli, sull’imperialismo, sull’estrattivismo e sulle alternative al neoliberismo. Ha inoltre mostrato, attraverso gli ostacoli incontrati, quanto sia fragile la distanza tra la modernizzazione autoritaria dell’era Talon e il governo del suo successore.
SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM
Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.