Benin: l’elezione di Wadagni tra successione controllata, continuità strategica e nuova Françafrique

Le presidenziali del 12 aprile in Benin non hanno segnato una vera alternanza, ma una successione accuratamente gestita dall’alto. La vittoria di Romuald Wadagni apre una nuova fase solo in apparenza: sul piano interno e internazionale, la continuità con Patrice Talon appare predominante.

Le elezioni presidenziali del 12 aprile in Benin hanno consegnato la vittoria a Romuald Wadagni, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo uscente, con percentuali plebiscitarie che da sole raccontano il carattere poco competitivo del voto. Secondo i risultati confermati dalla Corte costituzionale il 16 aprile, Wadagni ha ottenuto il 94,27% dei voti contro il 5,73% dell’unico candidato dell’opposizione, Paul Hounkpè; la stessa Corte ha indicato un’affluenza del 63,57%, mentre i risultati provvisori della commissione elettorale parlavano in precedenza del 58,78%. Più che un confronto aperto, è stata la consacrazione elettorale del candidato scelto dall’establishment talonista.

Wadagni, infatti, non è emerso come figura autonoma che abbia conquistato la presidenza contro o oltre il sistema costruito da Patrice Talon, ma come il suo successore designato. Talon lo ha personalmente scelto per succedergli, e del resto il nuovo presidente ha trascorso l’ultimo decennio a implementare l’agenda economica del capo dello Stato uscente. Lo stesso Wadagni, in campagna elettorale, ha promesso di governare “in gran parte nello stesso modo” del suo predecessore, mentre già nel settembre 2025 la coalizione di governo lo presentava come l’uomo destinato a “continuare e approfondire” la linea avviata dal 2016.

Per questo motivo, la domanda centrale non è se il Benin entrerà in una nuova epoca, ma se il passaggio da Talon a Wadagni modificherà davvero la natura del potere. La risposta, allo stato attuale, è soprattutto negativa. Talon lascia formalmente la presidenza, e questo lo distingue da altri leader africani che hanno cercato di prolungare indefinitamente il proprio mandato, ma lascia anche un sistema profondamente plasmato a sua immagine: centralizzazione del potere nell’esecutivo, marginalizzazione quasi totale dell’opposizione, controllo della macchina parlamentare e una successione costruita attorno a un candidato interno al suo cerchio politico, il tutto in un contesto in cui l’opposizione è stata progressivamente ridotta ai margini, fino a rendere il percorso di Wadagni verso la presidenza sostanzialmente privo di veri ostacoli.

Anche il contesto istituzionale conferma questa lettura. A gennaio, le legislative hanno assegnato tutti i 109 seggi dell’Assemblea nazionale ai partiti filogovernativi, dopo che le forze d’opposizione non sono riuscite a trasformare i loro voti in rappresentanza parlamentare. Nel frattempo, la riforma costituzionale approvata nel novembre 2025 ha esteso il mandato presidenziale e legislativo da cinque a sette anni e ha previsto la creazione di un Senato composto anche da ex capi di Stato e membri nominati dal presidente. L’opposizione ha denunciato apertamente il rischio che questo nuovo assetto consenta a Talon di mantenere un’influenza significativa anche dopo l’uscita dal palazzo presidenziale.

Se si passa alla politica estera, la continuità appare ancora più marcata. Sotto Talon, il Benin si è progressivamente trasformato in uno dei partner più affidabili dell’Occidente in Africa occidentale, soprattutto dopo la rottura tra Francia e molte giunte saheliane. Un rapporto del Congressional Research Service statunitense definisce il Benin un “partner emergente degli Stati Uniti in materia di sicurezza” e sottolinea come Washington lo consideri un paese chiave nel quadro del Global Fragility Act, pur notando che l’“arretramento democratico” dell’era Talon complica l’impegno statunitense. In altre parole, per gli Stati Uniti il Benin è importante non perché rappresenti un modello democratico, ma perché è utile come presidio politico-securitario sulla fascia costiera dell’Africa occidentale.

Sul fronte francese, il legame è ancora più concreto e più problematico. Durante il tentato colpo di Stato del 7 dicembre 2025, l’Eliseo ha ammesso di aver fornito supporto di intelligence, sorveglianza e logistica alle forze beninesi, condividendo informazioni anche con la Nigeria, che a sua volta inviò aerei e truppe su richiesta di Cotonou. Tale episodio mostra che, quando il regime beninese è stato minacciato, Parigi è intervenuta immediatamente per sostenerlo. Del resto, dopo il ridimensionamento della presenza francese in vari paesi del Sahel, la Francia preferisce oggi agire in modo meno visibile, lavorando a sostegno dei governi locali invece di intervenire apertamente come nelle decadi post-coloniali.

Questa è esattamente la forma nuova della Françafrique. Non più soltanto basi permanenti, ingerenza ostentata e tutela scoperta, ma una rete discreta di intelligence, cooperazione militare, sostegno logistico e salvataggio politico dei regimi amici. Il quadro è stato ulteriormente chiarito da un’inchiesta di Le Monde, pubblicata negli scorsi giorni, secondo cui forze speciali francesi sarebbero state impegnate in modo discreto ma decisivo accanto all’esercito beninese nel nord del paese fin dalla metà del 2025, con missioni di combattimento contro i gruppi jihadisti e una presenza divenuta quasi continua con l’avvicinarsi delle elezioni. Se questo quadro è corretto, il Benin non è solo un partner della Francia: è uno snodo della sua riconversione strategica in Africa occidentale dopo le espulsioni dal Sahel.

Perciò, alla domanda se il Benin resterà “in piena continuità” con Talon in politica estera, la risposta è sì, almeno nel breve e medio periodo. Wadagni arriva al potere come prodotto politico del sistema talonista, in un contesto in cui la minaccia jihadista spinge il paese verso una cooperazione securitaria sempre più stretta con Francia, Stati Uniti, Nigeria e CEDEAO/ECOWAS. Lo stesso Wadagni, durante la campagna, ha affermato che il Benin non ha “altra scelta” che lavorare con i paesi vicini per affrontare la crisi di sicurezza nel nord. Questa dichiarazione suggerisce un eventuale pragmatismo regionale, ma non indica alcuna rottura con l’impianto strategico costruito da Talon; al contrario, ne conferma l’orizzonte.

Resta allora la questione più politica: il Benin resterà dentro la Françafrique? La risposta, in senso critico, è ancora sì, ma con una precisazione importante. Non si tratta più della Françafrique classica, esclusiva e rigidamente bilaterale del secondo Novecento. Il Benin di Talon, e molto probabilmente quello di Wadagni, pratica anche una forma di diversificazione. Nel 2023 Talon ha elevato le relazioni con la Cina a partenariato strategico, e la dimensione cinese è diventata rilevante anche sul piano energetico e logistico, come dimostrano le tensioni del 2024 tra Niger e Benin attorno all’oleodotto verso la costa beninese destinato alle esportazioni verso la Cina. Questo significa che Cotonou non è un semplice protettorato occidentale: cerca margini di manovra economici e diplomatici. Ma sul terreno decisivo della sicurezza e della sopravvivenza del regime, il baricentro resta occidentale, soprattutto francese.

In termini critici, dunque, la presidenza Wadagni appare come una successione senza vera rottura. Sul piano economico continuerà verosimilmente il modello tecnocratico, liberista e centrato sulla credibilità finanziaria internazionale costruito in dieci anni da Talon. Sul piano politico interno continuerà probabilmente l’idea di ordine, stabilità e controllo che ha svuotato progressivamente il pluralismo. Sul piano estero, infine, tutto indica che il Benin resterà un alleato disciplinato del dispositivo occidentale nell’Africa costiera, utile come cerniera tra Golfo di Guinea e frontiera saheliana. La presenza della Cina introduce un elemento di multipolarità, ma non basta, per ora, a spezzare la dipendenza strategica da Francia e Stati Uniti.

La vera incognita non è quindi se Wadagni cambierà tutto, ma se potrà cambiare qualcosa senza rompere l’equilibrio che lo ha portato al potere. Per emanciparsi davvero dall’ombra di Talon e dalla collocazione subalterna del Benin nel sistema neocoloniale, dovrebbe allargare lo spazio politico interno, riequilibrare le relazioni esterne e sottrarre la sicurezza nazionale alla dipendenza da protettori stranieri. Nulla, al momento, lascia pensare che questa sarà la sua scelta. La sua presidenza nasce, piuttosto, come continuazione amministrata del talonismo con altri mezzi. E proprio per questo il voto del 12 aprile non appare come l’inizio di un nuovo ciclo, ma come il perfezionamento di una transizione controllata, in cui cambiano i volti ma restano intatti gli assi fondamentali del potere.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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