Dalla NATO all’Europa della difesa: l’Italia si indebita con i fondi SAFE

Con il ricorso a circa 15 miliardi di euro del programma SAFE, l’Italia accelera sulla costruzione della difesa europea. Dietro la promessa di rilancio industriale emerge però una strategia di lungo periodo che lega indebitamento, ricerca, produzione bellica e crescente militarizzazione dell’Unione Europea.

L’Italia alla fine ha sciolto tutti i nodi e, come era prevedibile, ha deciso di ricorrere ai fondi europei SAFE per circa 15 miliardi di euro. Ora si aprono le procedure burocratiche per accedere al grande piano di finanziamento comunitario, il cui obiettivo è da tempo dichiarato: costruire una difesa in sinergia tra i vari Paesi membri, un intervento economicamente impegnativo che riguarderà la ricerca, la manifattura di guerra e non solo.

I prestiti agevolati del SAFE, come tutti i prestiti, dovranno essere restituiti da un Paese come il nostro, ancora sotto sorveglianza per il superamento dei limiti di spesa pubblica imposti da Bruxelles. Intanto, l’informativa resa nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato è stata l’occasione per mostrare i ministri Tajani e Crosetto concordi e uniti sulle politiche di guerra. Non mancano poi le critiche da chi avrebbe desiderato prestiti maggiori dei 15 miliardi di euro, essendo sul piatto 150 miliardi di euro destinati a investimenti comuni nei settori giudicati prioritari per la futura industria di armi europea, settori che poi riguardano droni, missili, difesa aerea, tecnologie avanzate e satelliti.

Furbescamente, il Governo sta pensando di vendere il programma SAFE come aiuto concreto per il rilancio dell’economia; tuttavia, da qui a dire che non si tratta invece di spesa aggiuntiva corre grande differenza.

https://www.consilium.europa.eu/it/policies/safe

Guardando ai Paesi europei, i prestiti richiesti dalla Polonia sono oltre il triplo di quelli italiani e francesi. Dei 19 progetti nazionali presentati, ben 15 coinvolgono l’Ucraina: abbiamo quindi ragione a sostenere che il SAFE sia il risultato dell’impegno UE a sostenere la guerra contro la Russia.

E, come avviene sempre ogniqualvolta si aumentano le spese militari, arrivano le dichiarazioni ad effetto: la necessità per gli Stati europei di fornire maggiori contributi alla sicurezza collettiva, il bisogno di dare impulso alla manifattura europea in campo militare per razionalizzare le spese, la presenza di nuove minacce che hanno trasformato la guerra moderna e impongono nuovi domini strategici.

La guerra in Ucraina e quella contro Gaza hanno messo fuori mercato innumerevoli sistemi d’arma, sostituiti, o in via di sostituzione, con altri sistemi tecnologicamente avanzati. E nel frattempo la NATO e la UE stanno allargando i loro affari in campo bellico. La cosiddetta integrazione europea prevede l’adesione di Montenegro e Albania e, sui loro territori, un domani prossimo, potrebbero dislocare nuove basi militari.

Il SAFE traduce in azioni quanto deciso un decennio fa, a conferma che la guerra in Ucraina era forse preparata a tavolino. Senza cadere nel ridicolo, un’affermazione del genere, se non adeguatamente supportata da dati e riflessioni analitiche, guadagnerebbe facile sarcasmo. Tuttavia, il punto di partenza era rappresentato dal Piano europeo in materia di difesa (EDAP), che risale al novembre 2016. Allora già si parlava di deroga alle norme sugli appalti, di accesso transfrontaliero agevolato al mercato per le PMI e le imprese intermedie nel settore della difesa. E meno di un anno dopo, nel giugno 2017, iniziavano i lavori della Commissione incaricata di avviare il Fondo europeo per la difesa.

Facile riempirsi la bocca di luoghi comuni: questi documenti raccontano un’altra storia, ossia la decennale preparazione della UE a una svolta militare e militarista.

Ulteriori riflessioni scaturiscono invece da recenti documenti strategici o semplici articoli che troviamo nei lavori preparatori del Parlamento UE. In estrema sintesi, si racconta che gli Stati membri non cooperano a sufficienza: oltre l’80% degli appalti e oltre il 90% della ricerca e sviluppo sono gestiti a livello nazionale e non centralizzato a Bruxelles. Se elevato è il grado di frammentazione, con 178 diversi sistemi d’arma in Europa rispetto ai 30 degli Stati Uniti, la soluzione potrebbe essere quella di pianificare gli interventi della difesa per evitare inutili doppioni e conflitti interni alle nazioni europee, per uniformare anche i criteri di spesa e gli interventi. Da qui l’idea che sia essenziale la ricerca nel settore della difesa per colmare i divari tecnologici e, di conseguenza, affrontare quelle minacce alla sicurezza che ogni giorno vengono tirate in ballo da vertici militari, imprese di guerra e vertici della Difesa.

Se queste sono le premesse, non solo le spese belliche cresceranno esponenzialmente nei prossimi anni, ma l’intera ricerca sarà indirizzata a tecnologie duali o prettamente militari. L’idea che i ritardi europei in campo economico e nella ricerca siano dovuti alla lunga disattenzione verso lo sviluppo dell’innovazione in campo militare è ormai la chiave di lettura onnipresente per giustificare i processi totalizzanti di militarizzazione che spaziano ormai in ogni ambito della società.

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About Federico Giusti

Federico Giusti è delegato CUB nel settore pubblico, collabora coi periodici Cumpanis, La Città futura, Lotta Continua ed è attivo sui temi del diritto del lavoro, dell'anticapitalismo, dell'antimilitarismo.

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