La RPDC non ha cancellato il socialismo: gli errori di una lettura ideologica della nuova Costituzione

La revisione costituzionale della RPDC sancisce l’abbandono dell’obiettivo della riunificazione e rafforza l’identità nucleare dello Stato, ma non elimina il socialismo. Un articolo dell’Università di Oslo trasforma i cambiamenti reali in una narrazione sulla presunta conversione capitalistica del Paese.

L’articolo pubblicato il 29 maggio 2026 sul sito dell’Università di Oslo con il titolo North Korea rewrites its constitution – and changes its own identity prende le mosse da un fatto di indubbia rilevanza: la Repubblica Popolare Democratica di Corea ha modificato profondamente alcuni elementi della propria Costituzione, adeguandoli alla trasformazione intervenuta negli ultimi anni nella politica verso Seoul, nella dottrina nucleare e nell’assetto istituzionale dello Stato. Tuttavia, non possiamo esimerci dall’analizzare criticamente la cornice interpretativa costruita intorno a questa notizia. Muovendo da alcune modifiche reali, l’articolo, a firma di Arne Vatn e basato ampiamente sulla lettura dell’analista russo Vladimir Tichonov, giunge infatti alla conclusione secondo cui la RPDC avrebbe abbandonato il socialismo e formalizzato la propria trasformazione in uno Stato capitalista. Una tesi che non trova riscontro nel testo costituzionale e che deriva dalla confusione tra la rimozione di alcune formule e la cancellazione dell’intero ordinamento socialista.

Partiamo però dagli elementi corretti presenti nell’articolo oggetto della nostra critica, il più importante dei quali riguarda l’eliminazione dell’obiettivo costituzionale della riunificazione della penisola. La nuova Costituzione, infatti, non riproduce più i riferimenti alla riunificazione pacifica, alla grande unità nazionale e alla rappresentanza dell’intero popolo coreano. Introduce invece una delimitazione territoriale secondo la quale la RPDC confina a nord con la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa e a sud con la Repubblica di Corea. Il territorio della RPDC viene pertanto circoscritto alla parte settentrionale della penisola, mentre il Sud viene indicato attraverso la propria denominazione statale ufficiale.

Si tratta di una svolta storica per la politica nordcoreana, che sin dal secondo dopoguerra aveva sempre perseguito l’obiettivo della riunificazione. Per oltre settant’anni, infatti, tanto Pyongyang quanto Seoul avevano fondato la propria legittimità costituzionale sulla pretesa di rappresentare l’intera Corea. La Repubblica di Corea continua tuttora a definire il proprio territorio come comprendente tutta la penisola e le isole adiacenti, mentre la nuova formulazione nordcoreana riconosce implicitamente l’esistenza di due entità statali separate. Sebbene, al contrario di quanto lasci intendere l’articolo di Vatn, non compaia nella Costituzione una definizione letterale della Repubblica di Corea come «Stato straniero indipendente», la delimitazione territoriale, l’uso della denominazione ufficiale della Corea del Sud e l’eliminazione dell’obiettivo della riunificazione producono precisamente questo effetto politico e giuridico.

L’articolo coglie dunque correttamente la trasformazione del significato istituzionale attribuito alla Corea. La RPDC non si presenta più come la parte settentrionale di una nazione temporaneamente divisa e destinata alla riunificazione, ma come uno Stato sovrano distinto, con propri confini e interessi nazionali. Questa scelta costituzionale traduce in termini giuridici la linea annunciata da Kim Jong Un a partire dalla fine del 2023 e ribadita negli anni successivi: le relazioni tra Pyongyang e Seoul non vengono più considerate rapporti interni a una sola nazione, bensì rapporti tra due Stati reciprocamente ostili.

Dobbiamo tuttavia segnalare la grave imprecisione secondo cui la precedente politica nordcoreana sarebbe consistita esclusivamente nel progetto di «liberare e assorbire» il Sud. La storia delle proposte avanzate dalla RPDC, infatti, comprende anche ipotesi confederali, formule di coesistenza tra sistemi differenti e processi graduali di riunificazione, in particolare il grande progetto della Repubblica Democratica Federale di Koryo, avanzato da Kim Il Sung sin dal 1980. L’abbandono di questa prospettiva rimane una rottura radicale, ma non può essere compreso deformando retroattivamente l’intera politica intercoreana di Pyongyang in un semplice progetto di annessione militare.

È sostanzialmente corretta anche l’osservazione relativa alla crescente centralità costituzionale delle armi nucleari. L’articolo 56 definisce infatti la RPDC uno «Stato responsabile dotato di armi nucleari» e stabilisce che essa sviluppi il proprio arsenale per garantire il diritto all’esistenza e allo sviluppo, prevenire la guerra e salvaguardare la pace e la stabilità regionali e mondiali. L’articolo 89 assegna inoltre al Presidente della Commissione per gli Affari di Stato l’autorità di comando sulle forze nucleari e la facoltà di delegare l’autorità relativa al loro impiego a un organismo statale di comando nucleare.

L’identità nucleare della RPDC non sostituisce però automaticamente quella socialista, elemento che analizzeremo meglio in seguito. Le due dimensioni convivono nel testo costituzionale: la prima definisce la posizione strategica del Paese e il sistema di deterrenza attraverso cui Pyongyang ritiene di poter difendere la propria sovranità; la seconda continua a determinare la natura dichiarata dello Stato, i rapporti di proprietà, la pianificazione economica, l’organizzazione sociale e gli obiettivi ideologici. Presentarle come due fasi incompatibili — prima lo Stato socialista, poi lo Stato nucleare — significa imporre al testo costituzionale una contrapposizione che esso non contiene.

Anche il riferimento alla crescente cooperazione economica e militare con la Russia coglie un elemento reale della politica estera nordcoreana. Il Partenariato Strategico Globale tra RPDC e Federazione Russa ha assunto un ruolo centrale nell’orientamento internazionale di Pyongyang, creando nuovi spazi di cooperazione politica, militare, tecnologica ed economica. Questa evoluzione deve essere letta nel quadro della formazione di un sistema internazionale multipolare, dell’inasprimento delle sanzioni occidentali e della convergenza strategica tra Paesi sottoposti alla pressione degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Anche in questo caso, tuttavia, dobbiamo sottolineare che la cooperazione con Mosca non rappresenta la prova di un presunto abbandono del socialismo. La partecipazione ai mercati internazionali, il commercio di armamenti, la stipulazione di accordi economici e l’adozione di strumenti monetari o mercantili non definiscono di per sé la natura capitalistica di uno Stato. Anche le economie socialiste storiche hanno intrattenuto rapporti commerciali internazionali e utilizzato categorie economiche come prezzi, costi, redditività e valuta. La questione decisiva per determinare se uno Stato sia o meno socialista riguarda la proprietà dei principali mezzi di produzione, il ruolo della pianificazione, il controllo statale dei settori strategici e la funzione attribuita all’attività economica. Su tutti questi punti, la nuova Costituzione mantiene una formulazione esplicitamente socialista.

L’articolo dell’Università di Oslo ha inoltre ragione nel rilevare la progressiva divergenza culturale e linguistica tra le due Coree. Dopo oltre settant’anni di separazione politica, differenti sistemi economici, educativi e mediatici hanno inevitabilmente prodotto divergenze nel vocabolario, nella pronuncia, nei riferimenti culturali e nelle forme della comunicazione quotidiana. Nel Sud si è diffuso un numero considerevole di anglicismi, soprattutto nei settori tecnologico, commerciale, sportivo e culturale; nel Nord, la politica linguistica ha invece privilegiato la formazione di termini coreani e il contenimento dei prestiti stranieri. Studi linguistici e strumenti di traduzione automatica confermano che le differenze lessicali possono creare difficoltà, senza tuttavia rendere le due varietà reciprocamente incomprensibili.

Proprio su questo terreno, però, l’articolo commette uno degli errori più evidenti, sostenendo che la Corea del Nord impiegherebbe molti più vocaboli di origine cinese rispetto al Sud. La politica linguistica nordcoreana ha storicamente seguito la direzione opposta. A partire dagli anni Sessanta, Kim Il Sung promosse la sostituzione non soltanto degli anglicismi e dei prestiti giapponesi, ma anche di numerosi termini sino-coreani con parole di origine coreana o con nuovi composti costruiti attraverso elementi lessicali autoctoni. La lingua della Corea del Sud conserva invece un vasto patrimonio sino-coreano e, contemporaneamente, ha assorbito una quantità crescente di prestiti dall’inglese. La divergenza linguistica è pertanto reale, ma il suo meccanismo viene descritto in modo rovesciato. Il Nord non si distingue per un maggiore ricorso ai vocaboli di origine cinese, bensì per una politica di purificazione linguistica che ha cercato di limitarli insieme agli altri prestiti stranieri.

L’errore centrale dell’articolo rimane comunque la presunta eliminazione del socialismo dalla Costituzione. La confusione nasce probabilmente dal fatto che il termine «Socialista» sia stato rimosso dal titolo ufficiale del documento e dalla precedente formulazione dell’articolo 1. La Costituzione non si intitola più Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea e il primo articolo non definisce più la RPDC, con la stessa formula precedente, come Stato socialista indipendente rappresentante gli interessi dell’intero popolo coreano. La modifica dell’articolo 1, tuttavia, è legata soprattutto all’abbandono della pretesa di rappresentare anche la popolazione meridionale.

Da questo dato circoscritto, l’articolo trae però una conclusione insostenibile, ovvero che ogni riferimento al socialismo sarebbe stato estromesso dalla nuova Costituzione. Invero, i riferimenti al socialismo compaiono continuamente tanto nel preambolo del testo costituzionale quanto in numerosi articoli dello stesso, per un totale di 37 occorrenze complessive dei termini “socialist” e “socialism” nella versione inglese da noi consultata. Il preambolo continua a definire la RPDC uno Stato socialista incentrato sulle masse popolari e impegnato nella causa socialista. L’articolo 16 afferma che il Paese si fonda sui rapporti socialisti di produzione e sulle basi di un’economia nazionale indipendente. Gli articoli 17, 18 e 19 attribuiscono i mezzi di produzione allo Stato e alle organizzazioni cooperative sociali, riservando allo Stato la proprietà esclusiva delle risorse naturali, delle principali infrastrutture, delle banche, dei porti e delle imprese che costituiscono l’ossatura dell’economia nazionale.

Ancora, l’articolo 23 indica come obiettivo la costruzione di un’economia socialista altamente sviluppata e orientata al Juche. L’articolo 30 disciplina la gestione dell’economia socialista, mentre l’articolo 31 mantiene il sistema socialista di gestione responsabile delle imprese. L’articolo 32 dichiara esplicitamente che l’economia nazionale della RPDC è un’economia pianificata e assegna allo Stato la formulazione e l’attuazione dei piani di sviluppo economico. Il testo ribadisce inoltre lo sviluppo della proprietà socialista, della cultura socialista, della pedagogia socialista e dello stile di vita socialista.

La tesi secondo cui la RPDC sarebbe stata trasformata costituzionalmente in uno Stato capitalista risulta quindi smentita dalla struttura stessa della Costituzione. È certamente possibile analizzare l’espansione dei mercati, delle attività economiche informali, degli incentivi materiali e delle forme di autonomia gestionale delle imprese, ma nessuna di queste questioni autorizza a sostenere che il testo del 2026 abbia formalizzato il capitalismo. La Costituzione riconosce il possesso personale, i redditi legalmente ottenuti dagli individui, il diritto di successione, l’uso di costi, prezzi e redditività e la possibilità di costituire imprese congiunte con soggetti stranieri. Questi elementi, tuttavia, sono inseriti all’interno di un sistema nel quale le principali risorse, le banche, le infrastrutture strategiche e i grandi complessi produttivi rimangono proprietà statale, mentre l’economia continua a essere definita pianificata.

Ugualmente fuorviante è l’idea che siano state eliminate tutte le componenti dello Stato sociale. È vero che la nuova versione non riproduce più la formula relativa all’abolizione delle tasse e non contiene la precedente garanzia esplicita di un sistema universale di assistenza medica gratuita. Sono modifiche significative, che possono indicare un adeguamento della norma alla realtà finanziaria e amministrativa del Paese. Non equivalgono però alla cancellazione del sistema sociale.

La Costituzione, infatti, continua a stabilire che il miglioramento delle condizioni materiali e culturali del popolo costituisce il principio supremo dell’attività statale. Mantiene l’istruzione gratuita per tutti gli studenti, le borse di studio universitarie, l’educazione prescolare e il mantenimento di asili e scuole materne a carico dello Stato e della società. L’articolo 49 impegna lo Stato a consolidare e sviluppare il sistema socialista di sanità pubblica, mentre l’articolo 71 riconosce il diritto alle cure mediche e prevede strutture sanitarie moderne, assicurazioni sociali e sistemi statali di sicurezza sociale.

La revisione costituzionale del 2026, dunque, segna effettivamente un cambiamento dell’identità statale nordcoreana, ma non quello descritto dall’Università di Oslo. La trasformazione riguarda in primo luogo il passaggio dalla concezione di una sola nazione divisa alla costituzionalizzazione di due entità statali separate; in secondo luogo, la formalizzazione del ruolo della RPDC quale potenza nucleare e il rafforzamento delle prerogative del Presidente della Commissione per gli Affari di Stato, la carica occupata dal leader Kim Jong Un. Non riguarda invece l’abbandono del socialismo, che continua a permeare il preambolo, l’ordinamento economico, la concezione della proprietà, la pianificazione, la cultura, l’istruzione, la sanità pubblica e i diritti sociali.

L’articolo di Oslo costituisce quindi un esempio significativo di come un’analisi possa partire da fatti reali e giungere a conclusioni errate attraverso una selezione parziale delle fonti. Le modifiche sulla riunificazione, sul territorio e sulle armi nucleari vengono lette correttamente; quelle relative al titolo della Costituzione, alla sanità e alla fiscalità vengono invece isolate dal resto del documento e utilizzate per costruire la narrazione di una conversione capitalistica che il testo costituzionale non sancisce. Il risultato non è una descrizione della nuova identità della RPDC, ma la sua reinterpretazione attraverso categorie ideologiche esterne che finiscono per nascondere proprio ciò che la Costituzione continua ad affermare con maggiore chiarezza: la natura socialista dello Stato e la centralità della sovranità nazionale nel nuovo quadro geopolitico della penisola coreana.

SEGUI LA PAGINA FACEBOOK
SEGUI IL CANALE WHATSAPP
SEGUI IL CANALE TELEGRAM

Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte e del link originale.

Avatar di Sconosciuto

About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.