Guerra ibrida contro l’Iran: porti, reti energetiche e servizi civili diventano il campo di battaglia – Intervista per il Tehran Times

Secondo Giulio Chinappi, il fallimento del memorandum di Islamabad non segna l’esaurimento della diplomazia, ma il prevalere della coercizione statunitense-israeliana. Gli attacchi a porti, reti energetiche e servizi essenziali mirerebbero a trasformare la sofferenza della popolazione civile in pressione politica contro Teheran.

Intervista realizzata da Sahar Dadjoo per il Tehran Times – 21 luglio 2026

TEHERAN – Giulio Chinappi, analista politico italiano e ricercatore del Centro Studi Eurasia Mediterraneo (CeSEM), ritiene che il fallimento del Memorandum d’intesa di Islamabad non rappresenti una sconfitta della diplomazia, bensì il risultato di una deliberata scelta coercitiva da parte di Washington e Tel Aviv.

In un’intervista al Tehran Times, Chinappi analizza le debolezze strutturali che hanno determinato il naufragio del memorandum, gli obiettivi strategici di Israele, l’allineamento europeo con Washington e le questioni giuridiche sollevate dagli attacchi contro le infrastrutture civili.

Di seguito il testo integrale dell’intervista.

Soltanto poche settimane prima della ripresa degli attacchi, i canali diplomatici sembravano ancora aperti. Guardando indietro, ritiene che la diplomazia sia realmente fallita oppure che l’escalation militare stesse diventando l’opzione privilegiata da una o più delle parti coinvolte?

Non definirei quanto accaduto come un inevitabile fallimento della diplomazia. Le possibilità diplomatiche non erano state esaurite; piuttosto, la diplomazia è stata progressivamente subordinata a una strategia di coercizione militare ed economica. Il Memorandum d’intesa di Islamabad ha dimostrato che era possibile raggiungere un quadro negoziale. Il documento in quattordici punti prevedeva un cessate il fuoco e un periodo di sessanta giorni durante il quale affrontare le controversie ancora irrisolte. La sua stessa esistenza smentisce l’affermazione secondo cui non vi fosse alcuna alternativa diplomatica.

Il problema fondamentale consisteva nel fatto che le due parti non concepivano la diplomazia nello stesso modo. Teheran la considerava un processo reciproco che avrebbe dovuto porre fine alle ostilità, rimuovere il blocco, tutelare la sovranità iraniana e creare le condizioni per negoziati separati sulla questione nucleare. Washington sembrava invece considerare il cessate il fuoco uno strumento temporaneo attraverso il quale riaprire lo Stretto di Hormuz e ottenere successivamente concessioni strategiche dall’Iran, mantenendo nel frattempo la pressione militare ed economica.

A mio giudizio, l’escalation è diventata l’opzione preferita da quegli ambienti di Washington e Tel Aviv che non erano disposti ad accettare un accordo tra soggetti sovrani e posti su un piano di parità. Si aspettavano che i negoziati producessero la capitolazione dell’Iran, non un’intesa equilibrata. Quando è apparso chiaro che l’Iran non avrebbe rinunciato ai propri diritti fondamentali, la forza militare è stata nuovamente impiegata per tentare di modificare i calcoli strategici di Teheran. Il ripristino del blocco e le successive ondate di attacchi aerei statunitensi hanno dunque rappresentato una scelta politica, non l’inevitabile conseguenza del fallimento della diplomazia. L’attuale campagna militare si è estesa nonostante le prove dimostrassero che i precedenti attacchi non erano riusciti a costringere l’Iran alla sottomissione strategica.

Il Memorandum d’intesa di Islamabad era stato inizialmente considerato una possibile svolta. Quali sono state, a suo giudizio, le ragioni strutturali del suo fallimento e chi ha tratto vantaggio dal naufragio di quel processo diplomatico?

Il memorandum è fallito perché si fondava su interpretazioni sostanzialmente inconciliabili. L’Iran lo considerava l’inizio di un processo reciproco destinato a condurre alla cessazione definitiva della guerra. Gli Stati Uniti lo trattavano invece soprattutto come un accordo provvisorio finalizzato a ripristinare il traffico marittimo, rinviando — o preservando — i loro principali strumenti di pressione.

La prima debolezza strutturale era rappresentata dall’assenza di garanzie credibili sull’effettivo rispetto dell’accordo. L’Iran avrebbe dovuto osservare restrizioni e impegni in materia di sicurezza, mentre Washington conservava il controllo sulle sanzioni, sul blocco navale e sui tempi delle operazioni militari. Ciò creava un’intesa intrinsecamente diseguale. La seconda debolezza riguardava la sequenza delle misure. Teheran sosteneva che la cessazione dell’aggressione e la rimozione del blocco non potessero essere subordinate a concessioni relative al proprio programma nucleare pacifico. Washington cercava invece di collegare la fine delle ostilità alle questioni nucleari, missilistiche e regionali.

Un terzo problema era costituito dal deficit di fiducia accumulatosi nel tempo. Gli accordi non possono sopravvivere quando una delle parti si riserva il diritto di reinterpretare o sospendere unilateralmente i propri obblighi. I funzionari iraniani hanno ripetutamente affermato che Teheran avrebbe rispettato il memorandum a condizione che gli Stati Uniti facessero altrettanto, accusando successivamente Washington di aver fatto precipitare l’accordo nella crisi attraverso misure unilaterali.

Occorre inoltre considerare il ruolo di Israele. Qualsiasi accordo capace di porre fine alla guerra lasciando l’Iran sovrano, territorialmente integro e in grado di mantenere un’efficace capacità di deterrenza entra in contrasto con l’obiettivo israeliano, più massimalista, di indebolire permanentemente la Repubblica Islamica. Per quanti perseguono un cambio di regime o il disarmo strategico dell’Iran, un accordo reciproco era dunque meno conveniente di un confronto prolungato.

Nell’immediato, il fallimento ha favorito le componenti politiche e militari contrarie al compromesso e interessate a preservare la logica della pressione permanente. Ha inoltre consentito alla leadership israeliana di mantenere gli Stati Uniti militarmente coinvolti in un conflitto funzionale agli obiettivi regionali di Israele. In termini strategici, tuttavia, non vi è stato alcun autentico beneficiario. La ripresa del conflitto ha destabilizzato i mercati energetici, aumentato il prezzo dei carburanti, messo in pericolo la navigazione e aggravato le sofferenze delle popolazioni civili nell’intera regione. Negli Stati Uniti, il prezzo medio della benzina ha nuovamente superato i quattro dollari al gallone, poiché i combattimenti hanno ostacolato il traffico attraverso Hormuz.

Prima dell’ultima escalation, diversi Paesi hanno cercato di favorire il dialogo tra Teheran e Washington. Perché questi tentativi di mediazione non sono riusciti a impedire una nuova contrapposizione militare?

Pakistan, Qatar, Oman e altri attori regionali hanno svolto un’importante funzione diplomatica, ma la mediazione presenta limiti ben precisi. Un mediatore può trasmettere proposte, ridurre le incomprensioni e creare un contesto favorevole ai negoziati. Non può però costringere una grande potenza a rispettare un accordo né impedire a una terza parte di sabotare il processo.

Il problema centrale non era dunque la qualità della mediazione, ma l’assenza di volontà politica tra gli attori dotati della maggiore potenza militare. Il Pakistan poteva contribuire alla formulazione di un accordo, ma non poteva garantire che Washington avrebbe rimosso definitivamente il blocco. Qatar e Oman potevano mantenere aperti i canali di comunicazione, ma non potevano obbligare Israele ad accettare un’intesa che preservasse le capacità strategiche iraniane. Nessun mediatore, inoltre, era in grado di offrire a Teheran una garanzia vincolante contro la ripresa degli attacchi.

Anche lo squilibrio di potere ha indebolito il processo. Washington continuava a considerare la pressione militare ed economica uno strumento negoziale legittimo, mentre all’Iran veniva chiesto di dimostrare moderazione prima ancora di ricevere garanzie reciproche. In simili condizioni, la mediazione rischiava di trasformarsi in un meccanismo destinato a gestire la coercizione, anziché a superarla.

I conflitti recenti hanno reso sempre più incerto il confine tra operazioni militari e attacchi contro le infrastrutture critiche. Nel caso dell’Iran, stiamo assistendo a un nuovo modello di guerra nel quale le arterie economiche, le reti di trasporto e le infrastrutture pubbliche di un Paese diventano il principale campo di battaglia? Quale logica strategica sostiene un simile approccio?

Stiamo assistendo a un modello di guerra totale o ibrida nel quale la distinzione tra il campo di battaglia militare e la vita economica della popolazione civile viene deliberatamente erosa. Porti, aeroporti, impianti energetici, sistemi di comunicazione, reti di trasporto, sistemi di pagamento e rotte marittime diventano componenti del piano di guerra.

La logica strategica consiste nel produrre effetti a cascata. La distruzione o il blocco di un porto non colpiscono soltanto la logistica militare, ma interrompono le importazioni, le esportazioni, l’occupazione e l’accesso ai beni essenziali. Danneggiare una rete elettrica compromette anche la distribuzione dell’acqua, il funzionamento degli ospedali, i sistemi di refrigerazione, le comunicazioni e la produzione industriale. Colpire le infrastrutture di trasporto ostacola sia la circolazione delle merci sia la normale vita della popolazione.

L’obiettivo, pertanto, non è soltanto quello di degradare le capacità militari iraniane. Si cerca di trasformare le difficoltà quotidiane dei civili in una forma di pressione politica contro lo Stato, provocando carenze, inflazione, disoccupazione e ansia sociale, nella speranza che la popolazione attribuisca la responsabilità al proprio governo anziché all’aggressore esterno. I recenti attacchi statunitensi si sono concentrati in larga misura sull’Iran meridionale, colpendo porti, installazioni costiere e infrastrutture di trasporto. Hanno aggravato i problemi relativi alla fornitura di elettricità e acqua, ma le testimonianze provenienti dalle aree interessate indicano che gli attacchi non hanno provocato la rivolta antigovernativa apparentemente prevista da Washington.

Questo modello solleva questioni giuridiche estremamente gravi. Il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) ha sottolineato che i sistemi energetici al servizio della popolazione civile costituiscono, in linea di principio, beni di carattere civile. Non possono essere legalmente attaccati al solo scopo di indebolire l’economia dell’avversario, costringerlo a negoziare o condizionare la volontà politica della sua popolazione. Il CICR ha avvertito che gli attacchi deliberati contro le infrastrutture civili essenziali potrebbero configurare «crimini di guerra».

Ciò che viene presentato come pressione strategica costituisce quindi, in molti casi, una forma di punizione collettiva: il tentativo di conseguire obiettivi politici facendo ricadere il prezzo della guerra sui cittadini comuni.

La pressione militare esterna può realisticamente modificare i calcoli strategici di uno Stato come l’Iran oppure la storia suggerisce che simili campagne finiscano spesso per rafforzare la resilienza interna e la coesione nazionale?

La pressione esterna può imporre costi economici e umani enormi, ma ciò non significa che sia in grado di raggiungere il proprio obiettivo politico. Esiste una differenza fondamentale tra danneggiare un Paese e costringerlo a rinunciare alla propria indipendenza strategica.

Quando uno Stato percepisce la minaccia come esistenziale, la pressione militare tende generalmente a rafforzare, anziché eliminare, la sua determinazione a resistere. Le concessioni ottenute sotto il fuoco possono incoraggiare ulteriori richieste, perché l’aggressore le interpreta come la prova dell’efficacia della coercizione. I dirigenti iraniani hanno quindi solide ragioni per evitare di dare l’impressione che i bombardamenti producano risultati politici.

L’aggressione straniera può inoltre modificare le dinamiche politiche interne in modi non previsti dall’aggressore. Nella società iraniana esistono divergenze reali sulla gestione economica, sulle politiche sociali e sulle questioni istituzionali. Tuttavia, coloro che criticano il proprio governo non accettano necessariamente i bombardamenti stranieri o un cambiamento di governo imposto dall’esterno. Le recenti testimonianze provenienti dall’Iran hanno mostrato che gli attacchi hanno aggravato le difficoltà senza provocare la rivolta attesa; hanno invece generato manifestazioni di solidarietà nazionale e opposizione all’aggressione esterna.

A mio giudizio, il proseguimento dell’aggressione potrebbe produrre un risultato strategico opposto a quello perseguito. Potrebbe rafforzare le posizioni favorevoli a una maggiore autosufficienza militare, a una cooperazione più profonda con Russia, Cina e Paesi BRICS, a un controllo più rigoroso di Hormuz e persino a un ripensamento della tradizionale autolimitazione iraniana in campo nucleare. Uno Stato ripetutamente attaccato e privo di una deterrenza nucleare studierà inevitabilmente l’esperienza dei Paesi che hanno raggiunto un livello superiore di sicurezza soltanto dopo essersene dotati.

I governi europei si sono in larga misura allineati con Washington nonostante le crescenti critiche dell’opinione pubblica. Ritiene che l’Europa disponga ancora di una politica estera indipendente in Asia Occidentale oppure l’autonomia strategica è ormai diventata prevalentemente simbolica?

Le dichiarazioni ufficiali dell’Unione europea si sono concentrate sul ripristino della libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, sulla garanzia di un transito esente da pedaggi e sulla limitazione delle capacità nucleari e balistiche dell’Iran. Le misure europee hanno inoltre ampliato il quadro delle sanzioni contro soggetti iraniani accusati di minacciare il traffico marittimo. Allo stesso tempo, non vi è stata un’analoga disponibilità a sanzionare gli Stati Uniti o Israele per aver avviato e intensificato le operazioni militari, attaccato il territorio iraniano o danneggiato infrastrutture essenziali.

L’asimmetria del linguaggio europeo è significativa. L’Alta rappresentante dell’Unione europea ha affermato che l’Iran stava «conducendo una guerra contro l’economia mondiale», una formulazione che separa la risposta di Teheran dall’aggressione e dal blocco che hanno prodotto la crisi. Questa non è diplomazia neutrale: è la riproduzione dell’interpretazione degli eventi proposta da Washington.

L’Europa avrebbe potuto svolgere un ruolo differente. Avrebbe potuto chiedere la cessazione incondizionata degli attacchi, difendere il principio secondo cui la questione nucleare deve essere risolta diplomaticamente, opporsi agli attacchi contro le infrastrutture civili e offrire garanzie concrete per un accordo reciproco. La maggior parte dei governi europei ha invece considerato la fedeltà transatlantica più importante del diritto internazionale e persino dei propri interessi economici.

L’autonomia strategica resterà simbolica finché l’Europa non sarà disposta a dissentire da Washington quando la politica statunitense minaccia la sicurezza europea, gli approvvigionamenti energetici e le relazioni con il resto del mondo. Parallelamente, le critiche dell’opinione pubblica stanno aumentando, perché ai cittadini europei viene chiesto di sostenere prezzi energetici più elevati e una maggiore insicurezza per una strategia sulla quale i loro governi esercitano uno scarso controllo effettivo.

In quale misura la dottrina di sicurezza israeliana ha influenzato la più ampia traiettoria regionale?

L’obiettivo strategico di Israele non si limita a impedire uno specifico programma militare iraniano. Esso mira a impedire l’affermazione di qualsiasi potenza regionale capace di mettere in discussione la superiorità militare israeliana, il suo monopolio nucleare non dichiarato e l’ordine politico protetto dagli Stati Uniti.

Ciò spiega la preferenza israeliana per la guerra preventiva, gli assassinii mirati, il sabotaggio e il progressivo indebolimento delle capacità dei propri avversari. Da questa prospettiva, un accordo che lasci l’Iran sovrano, politicamente stabile e in grado di mantenere capacità di deterrenza missilistica, marittima e regionale può essere considerato insufficiente, anche qualora imponga limitazioni al programma nucleare. La diplomazia diventa accettabile soltanto quando consegue risultati equivalenti a un disarmo strategico.

Gli attacchi congiunti statunitensi e israeliani lanciati il 28 febbraio hanno preso di mira non soltanto installazioni militari, ma anche i vertici dell’Iran, mentre il presidente Donald Trump ha pubblicamente collegato la campagna alla possibilità che gli iraniani rovesciassero il proprio governo. Ciò dimostra che l’obiettivo andava oltre le questioni di non proliferazione intese in senso stretto.

La dottrina israeliana ha influenzato profondamente la traiettoria regionale normalizzando l’idea che minacce previste o ipotetiche possano essere affrontate ricorrendo preventivamente alla forza. Ha reso sempre più incerti i confini tra difesa, punizione e cambiamento di governo. Ha inoltre incoraggiato Washington a considerare le valutazioni israeliane come il punto di partenza della più ampia politica statunitense in Asia Occidentale.

Questo approccio è strategicamente pericoloso. Ogni attacco presentato come necessario per impedire lo sviluppo della deterrenza iraniana rafforza a Teheran la convinzione che soltanto una deterrenza più potente possa garantire la sopravvivenza del Paese. La dottrina israeliana potrebbe quindi produrre proprio il risultato che afferma di voler impedire: un Iran maggiormente militarizzato, un più profondo allineamento regionale contro Israele e un dibattito iraniano più intenso sull’adeguatezza della deterrenza convenzionale.

Quali sviluppi seguirà con maggiore attenzione nei prossimi mesi per comprendere se la regione si stia avviando verso una ripresa della diplomazia oppure verso un confronto più prolungato?

L’indicatore più importante sarà la sequenza delle misure previste da un eventuale nuovo cessate il fuoco. Washington interromperà gli attacchi e rimuoverà il blocco prima di esigere ulteriori concessioni iraniane oppure utilizzerà nuovamente la cessazione delle violenze come strumento di pressione sulla questione nucleare? Un processo autenticamente diplomatico deve cominciare con una de-escalation reciproca, non con la pretesa che l’Iran negozi sotto i bombardamenti.

Seguirò inoltre la situazione relativa alla proposta di una tregua di dieci giorni e la possibilità che essa conduca al ripristino del quadro di Islamabad. Il continuo coinvolgimento del Pakistan, del Qatar e di altri mediatori regionali è positivo, ma i loro sforzi acquisteranno significato soltanto se le parti accetteranno obblighi vincolanti e verificabili.

Una seconda questione decisiva è rappresentata dallo Stretto di Hormuz. Qualsiasi accordo sostenibile deve conciliare la navigazione internazionale con i legittimi interessi di sicurezza dell’Iran, in quanto uno dei principali Stati rivieraschi. Se Washington insisterà nel voler imporre militarmente le modalità della navigazione, mantenendo al contempo il blocco dei porti iraniani, la ripresa dello scontro resterà pressoché inevitabile.

In terzo luogo, sarà determinante la condotta di Israele. Anche qualora Teheran e Washington raggiungessero una nuova intesa temporanea, attacchi israeliani unilaterali contro l’Iran, il Libano o altre componenti del fronte regionale della resistenza potrebbero distruggerla. Un cessate il fuoco che non imponga limiti a Israele resterà strutturalmente instabile.

Infine, il fronte economico sarà decisivo. Se proseguiranno gli attacchi contro porti, sistemi energetici, vie di trasporto e servizi pubblici, ciò confermerà che Washington sta perseguendo una prolungata guerra di logoramento, anziché una soluzione diplomatica. Al contrario, la sospensione degli attacchi alle infrastrutture, lo sblocco dei beni congelati, il ripristino dei normali scambi commerciali e garanzie concrete contro una nuova aggressione indicherebbero che la diplomazia sta tornando ad assumere un ruolo prioritario.

La scelta fondamentale è dunque chiara. La regione può muoversi verso un quadro di sicurezza collettiva fondato sulla sovranità, sulla reciprocità e sul diritto internazionale, oppure può restare intrappolata in un ciclo nel quale ogni cessate il fuoco temporaneo si limita a preparare il terreno alla successiva escalation.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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