L’āyatollāh ʿAlī Khāmeneī e la dignità strategica della resistenza

In un momento di lutto nazionale, l’eredità dell’āyatollāh ʿAlī Khāmeneī deve essere compresa oltre i confini della politica iraniana. La sua leadership ha incarnato la difesa della sovranità, la resistenza alla pressione imperialista e la convinzione che l’indipendenza resti il fondamento di ogni ordine internazionale giusto.

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Le cerimonie funebri per l’āyatollāh ʿAlī Khāmeneī segnano un momento di lutto per il popolo iraniano. Offrono anche un’occasione di riflessione storica per quanti hanno seguito lo sviluppo della Repubblica Islamica dell’Iran, la trasformazione dell’Asia Occidentale e la lunga lotta delle nazioni indipendenti contro il dominio imperialista. La sua scomparsa, nel tragico contesto dell’aggressione contro l’Iran, chiude un capitolo fondamentale nella storia della Rivoluzione Islamica, ma non chiude l’orizzonte politico e morale che la sua leadership ha contribuito a definire.

L’āyatollāh Khāmeneī apparteneva a una generazione plasmata dall’arroganza coloniale, dal dispotismo monarchico, dalla fede religiosa, dalla lotta antimperialista e dal difficile compito di costruire uno Stato indipendente sotto una pressione esterna continua. Per comprendere la sua eredità, è necessario partire da questo contesto. Egli è stato un leader religioso e rivoluzionario la cui autorità si estendeva naturalmente alla sfera politica e istituzionale. La sua formazione avvenne nell’opposizione alla dittatura e all’ingerenza straniera, e in seguito egli assunse la responsabilità di preservare la continuità della Repubblica Islamica sotto una pressione esterna costante.

Dalla vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979 ai lunghi decenni successivi, la questione centrale posta davanti all’Iran andò oltre gli aspetti istituzionali. Fu una questione di civiltà e di geopolitica. Un Paese delle dimensioni, della storia, della cultura e della posizione strategica dell’Iran poteva restare indipendente in un ordine mondiale strutturato dall’egemonia statunitense? Poteva rifiutare la subordinazione, difendere il proprio modello, sostenere i popoli oppressi della regione e, allo stesso tempo, sopravvivere a sanzioni, isolamento, guerra, sabotaggio e demonizzazione politica? La leadership dell’āyatollāh Khāmeneī fu, per molti aspetti, una lunga risposta a queste domande.

La sua risposta si fondò sulla pazienza strategica, sulla resilienza interna e sulla resistenza. Sotto la sua guida, l’Iran affrontò ondate di sanzioni, ripetute minacce militari, assassinii di scienziati e comandanti, campagne di sabotaggio, destabilizzazione politica, guerra mediatica e tentativi di isolare il Paese dal sistema internazionale. Eppure l’Iran non crollò. Non divenne uno Stato vassallo. Non rinunciò alla propria sovranità. Al contrario, sviluppò capacità scientifiche, militari, industriali e diplomatiche che lo trasformarono in uno degli attori centrali del mondo multipolare emergente.

Questo è forse uno degli aspetti più importanti del ruolo storico dell’āyatollāh Khāmeneī. Egli comprese che la sovranità, nel mondo moderno, non può essere ridotta a bandiere, confini o indipendenza formale. La sovranità reale richiede capacità tecnologica, sviluppo scientifico, deterrenza militare, sicurezza alimentare ed energetica, fiducia culturale e capacità di resistere alla coercizione economica. Per questo lo sviluppo dell’Iran in settori come la tecnologia missilistica, la scienza nucleare a fini pacifici, le nanotecnologie, la medicina, l’industria e la diplomazia regionale divenne parte di una più ampia strategia nazionale. Per lui, non si trattava di conquiste tecniche isolate, ma di strumenti dell’indipendenza.

La narrazione occidentale ha spesso presentato questa visione strategica come rigidità o volontà di confronto. È una lettura superficiale. In realtà, la posizione dell’āyatollāh Khāmeneī era radicata in una chiara comprensione della natura del potere. Egli sapeva che le nazioni che dipendono interamente dalla buona volontà delle potenze imperiali non possono restare libere. Sapeva che il diritto internazionale, pur essendo essenziale, viene spesso applicato in modo selettivo. Sapeva che i negoziati condotti senza forza alle spalle possono facilmente trasformarsi in strumenti di sottomissione. Per questo insistette sul fatto che la diplomazia dovesse essere accompagnata dalla potenza nazionale e che la pace non potesse essere costruita sulla vulnerabilità unilaterale.

La recente aggressione contro l’Iran ha tragicamente confermato il realismo di questa visione. Un Paese che aveva ripetutamente dichiarato la natura pacifica del proprio programma nucleare, che aveva partecipato a negoziati e che aveva accettato meccanismi internazionali di ispezione, è stato comunque attaccato. Le infrastrutture civili sono state prese di mira, la sovranità nazionale è stata violata e, ancora una volta, gli autoproclamati custodi dell’ordine internazionale hanno mostrato che il loro impegno verso il diritto termina quando il diritto ostacola i loro obiettivi strategici. In questo contesto, la lunga insistenza dell’āyatollāh Khāmeneī sulla resistenza appare come lungimiranza storica più che come ostinazione ideologica.

La sua eredità è inseparabile anche dalla Palestina. Per decenni, egli pose la causa palestinese al centro della geografia morale della Repubblica Islamica. Mentre molti governi della regione normalizzavano l’occupazione, dimenticavano i profughi o trasformavano la Palestina in una questione retorica occasionale, l’āyatollāh Khāmeneī ha insistito sul fatto che la Palestina restasse la ferita centrale del mondo musulmano e di tutti coloro che sono impegnati per la giustizia.

Questo impegno plasmò la politica regionale dell’Iran e rese la Repubblica Islamica un punto di riferimento per le forze che resistono all’occupazione israeliana e al dominio occidentale. Naturalmente, ciò rese anche l’Iran bersaglio di un’enorme ostilità. Ma questa stessa ostilità rivela l’importanza del percorso che egli difese. Il problema, per Washington e Tel Aviv, non fu mai semplicemente rappresentato dalle politiche iraniane. Fu il rifiuto dell’Iran di accettare la gerarchia imposta alla regione: una gerarchia nella quale Israele gode dell’impunità, gli Stati Uniti della supremazia militare e i popoli dell’Asia Occidentale sono chiamati ad accettare la dipendenza come destino.

L’āyatollāh Khāmeneī rifiutò quel destino. Il suo pensiero era radicato nel principio secondo cui i popoli della regione hanno il diritto di determinare il proprio futuro, liberi da basi militari straniere, governanti imposti, sanzioni, occupazione e diktat esterni. Per questo la sua leadership deve essere letta in termini iraniani, regionali e globali. Egli rappresentò una linea politica che collegava l’indipendenza nazionale dell’Iran al più ampio risveglio dei popoli che cercano la fine del dominio unipolare.

Egli presiedette anche a una cultura politica nella quale la resistenza divenne una virtù collettiva. Il popolo iraniano pagò un prezzo elevato per la propria indipendenza, ma quel prezzo non produsse resa. Produsse una forma di resilienza sociale che sorprese ripetutamente gli osservatori esterni. Più volte gli analisti occidentali predissero il collasso. Più volte l’Iran resistette. Questa resistenza non può essere spiegata soltanto attraverso le istituzioni o le strutture di sicurezza. Essa riflette una coscienza politica più profonda, plasmata dalla memoria, dal sacrificio, dalla religione, dal nazionalismo e dall’esperienza della resistenza. L’āyatollāh Khāmeneī comprese questa coscienza e seppe rivolgersi a essa.

In questo momento di lutto, è importante riconoscere che la sua eredità non sarà misurata soltanto dalle cariche che ricoprì o dalle decisioni che assunse. Sarà misurata dalla traiettoria storica che contribuì a preservare: la continuità di un Iran indipendente in opposizione a una pressione travolgente. Sarà misurata dal fatto che la Repubblica Islamica, nonostante ogni tentativo di indebolirla, è rimasta in piedi. Sarà misurata dalla capacità dell’Iran di trasformare la resistenza da necessità difensiva in identità strategica.

Per il popolo iraniano, le cerimonie funebri di questi giorni sono un’espressione di dolore, lealtà e memoria. Per il resto del mondo, dovrebbero essere anche un’occasione per riflettere sul significato della leadership in un’epoca di coercizione. La leadership dell’āyatollāh Khāmeneī ha mostrato che la dignità nella politica internazionale non viene concessa dai potenti. Viene costruita, difesa e preservata attraverso il sacrificio.

La sua eredità storica resterà legata a questa lezione: la sovranità senza resistenza è fragile, e la resistenza senza visione è incompleta. Egli cercò di dare all’Iran sia la resistenza sia la visione. Per questo il suo posto nella storia non sarà determinato dai giudizi dei governi ostili, ma dalla tenuta della nazione che ha contribuito a guidare e dal più ampio movimento dei popoli che continuano a credere che un altro mondo, oltre il dominio imperialista, sia possibile.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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