La competitività industriale della Cina è “sovvenzionata”?

L’editoriale del Global Times respinge la narrazione occidentale sui presunti “sussidi massicci” alla Cina, dimostrando come la competitività industriale cinese derivi da innovazione tecnologica, catene produttive complete, mercato interno e concorrenza.

Global Times – 7 luglio 2026

Attualmente, l’economia cinese sta avanzando con stabilità lungo il percorso dello sviluppo di alta qualità, mentre le circostanze interne e internazionali diventano sempre più complesse. Alcuni media occidentali, a causa di incomprensioni o pregiudizi, hanno ripetutamente messo in discussione o persino distorto lo sviluppo economico della Cina. Per questo motivo, il Global Times lancia la rubrica “Domande e risposte sull’economia cinese”, con la pubblicazione di articoli di opinione volti a presentare i fatti e chiarire le percezioni.

Da qualche tempo, alcuni politici, media e centri studi occidentali alimentano con insistenza la narrazione dei “massicci sussidi industriali” della Cina. Costoro sostengono che la Cina utilizzi enormi sovvenzioni governative per abbassare artificialmente i prezzi dei prodotti, distorcere i mercati globali e creare quello che definiscono un “vantaggio competitivo sleale”. Alcuni nell’Unione Europea hanno persino cercato di usare questa accusa come giustificazione per promuovere un meccanismo di “Sezione 301 europea” volto a esercitare pressioni sulla Cina. La logica di fondo rimanda a una domanda centrale: la forte competitività industriale internazionale della Cina è qualcosa che è stato costruito, o “sovvenzionato”, con il denaro?

La vasta popolarità dei prodotti cinesi è il risultato degli sforzi competitivi delle imprese stesse, non dei sussidi governativi. Le politiche cinesi di sostegno industriale hanno principalmente un carattere di orientamento; rispettano rigorosamente le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e mantengono costantemente i principi di equità, trasparenza e non discriminazione, senza comprendere sussidi vietati secondo le norme dell’OMC.

Prendiamo come esempio l’industria fotovoltaica, spesso indicata da Stati Uniti ed Europa come prova delle loro accuse. Il sostegno della Cina al settore fotovoltaico ha attraversato un ciclo completo: dai sussidi iniziali agli investimenti, ai sussidi basati sulla produzione di energia, fino alla loro completa eliminazione.

Durante la fase iniziale di sviluppo del settore, tra il 2009 e il 2012, i sussidi erano destinati principalmente al primo gruppo di centrali dimostrative nelle regioni desertiche, con l’obiettivo di convalidare i percorsi tecnologici. Dal 2013 al 2018, il settore è entrato in una fase di sussidi tramite tariffe incentivanti; tuttavia, i livelli di sovvenzione sono stati ridotti annualmente del 10-20%. Questo meccanismo di graduale eliminazione era concepito per spingere le imprese ad accelerare gli aggiornamenti tecnologici e a ridurre i costi, poiché affidarsi esclusivamente ai sussidi rendeva impossibile la redditività. Nel 2021, i sussidi del governo centrale per i nuovi progetti fotovoltaici sono stati completamente eliminati. È particolarmente importante osservare che la capacità produttiva all’estero e gli ordini delle aziende fotovoltaiche cinesi non beneficiano di sussidi interni; queste aziende competono invece sui mercati internazionali affidandosi interamente alle proprie capacità di controllo dei costi e ai propri vantaggi tecnologici.

Se la competitività potesse essere semplicemente creata attraverso i sussidi, allora le imprese negli Stati Uniti e in Europa che hanno beneficiato di ingenti sovvenzioni industriali avrebbero dovuto ottenere risultati considerevoli, ma non è stato così. Secondo quanto riportato, l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti ha autorizzato complessivamente 430 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni. Tuttavia, nel primo anno di attuazione, quasi il 40% dei grandi progetti di investimento dal valore superiore a 100 milioni di dollari ha registrato ritardi di oltre due mesi o è stato persino sospeso a tempo indeterminato. L’enorme spesa fiscale non si è tradotta nell’atteso salto di competitività industriale. Analogamente, il Critical Raw Materials Act e il Net-Zero Industry Act hanno istituito fondi dedicati per decine di miliardi di euro a sostegno dei produttori nazionali di energia solare, eolica e batterie, introducendo al tempo stesso dazi sul carbonio e quote di importazione per proteggere le industrie locali. Eppure, neppure queste misure sono riuscite a “sovvenzionare” la nascita della competitività industriale.

In realtà, come strumento per affrontare i fallimenti del mercato e sostenere la ricerca e sviluppo tecnologica e l’introduzione nelle fasi iniziali, i sussidi industriali sono una pratica comune tra le principali economie mondiali. Secondo una ricerca del Fondo Monetario Internazionale, nel 2023 le 75 maggiori economie del mondo hanno introdotto oltre 2.500 interventi di politica industriale, con le economie sviluppate nel ruolo di principali promotrici. Nell’agosto 2025, il governo statunitense ha utilizzato i restanti 5,7 miliardi di dollari autorizzati ma non ancora erogati ai sensi del CHIPS and Science Act, insieme a ulteriori finanziamenti, per raggiungere un accordo di investimento da 8,9 miliardi di dollari volto ad acquisire una quota del 9,9% di Intel. Di conseguenza, le aziende statunitensi dei semiconduttori sono diventate le maggiori beneficiarie al mondo di sussidi governativi in termini assoluti. L’Unione Europea concede ingenti sovvenzioni ai produttori di batterie, mentre applica simultaneamente misure protettive, come dazi compensativi, contro le importazioni di veicoli elettrici cinesi. È un classico caso di doppi standard: Stati Uniti e Unione Europea sovvenzionano massicciamente le proprie industrie, accusando al tempo stesso la Cina di praticare una “concorrenza sleale”.

Il “dividendo dei sussidi” è un’etichetta che alcune istituzioni e media occidentali hanno applicato alla Cina. Essi hanno ampliato la definizione di “sussidi” fino a includervi stanziamenti governativi, incentivi fiscali, prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato e persino normali finanziamenti commerciali. Tali accuse si basano su standard incoerenti, stime estensive e presupposti soggettivi, e risultano altamente discutibili sotto il profilo del rigore e dell’obiettività, rendendo poco convincenti le conclusioni che ne derivano.

Ciò che conta davvero sono l’innovazione tecnologica sostenuta nel tempo, catene industriali e di approvvigionamento complete, un vasto mercato interno e una vigorosa concorrenza di mercato. Insieme, questi fattori creano la spinta interna che consente alle aziende cinesi di evolvere continuamente e conseguire progressi decisivi. È precisamente questa forza concreta ad aver reso la manifattura cinese ampiamente riconosciuta sui mercati internazionali.

Prendiamo come esempio i veicoli a nuova energia. Nel 2025, sia la produzione sia le vendite cinesi di veicoli a nuova energia hanno superato i 16 milioni di unità, con esportazioni pari a 2,615 milioni. In particolare, a causa delle politiche tariffarie di alcuni Paesi, i veicoli cinesi a nuova energia sono generalmente venduti all’estero a prezzi più elevati rispetto alla Cina, con differenze di prezzo per gli stessi modelli che di solito oscillano tra il 30 e il 50%. Se i prodotti cinesi si basassero, come alcuni sostengono, su un dumping a basso prezzo sostenuto dai sussidi per conquistare quote di mercato, perché i consumatori esteri sarebbero disposti a pagare prezzi più alti dei consumatori cinesi per gli stessi identici prodotti? È evidente che ciò per cui pagano sono tecnologia avanzata, qualità affidabile e servizi completi, non un presunto “dividendo dei sussidi”.

Attribuire semplicisticamente il successo industriale della Cina ai “sussidi” non contribuisce in alcun modo ad affrontare i problemi reali dello sviluppo industriale globale; inoltre, mina gravemente il sistema commerciale multilaterale e ostacola la ripresa economica mondiale e la transizione verde. Solo ottimizzando la divisione internazionale del lavoro attraverso apertura e cooperazione, ampliando i mercati, migliorando le regole e condividendo l’innovazione, i Paesi potranno continuare a espandere la capacità industriale, migliorare costantemente la qualità dei prodotti e, in ultima analisi, consentire ai consumatori di tutto il mondo di beneficiare di prodotti e servizi più sicuri, più intelligenti e più verdi a prezzi più ragionevoli.

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About Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Dal 2012 si occupa di Vietnam, Paese dove risiede tuttora e sul quale ha pubblicato due libri: Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam (2018) e Storia delle religioni in Vietnam (2019). Ha inoltre partecipato come coautore ai testi Contrasto al Covid-19: la risposta cinese (Anteo Edizioni, 2020), Pandemia nel capitalismo del XXI secolo (PM Edizioni, 2020) e Kim Jong Un – Ideologia, politica ed economia nella Corea Popolare (Anteo Edizioni, 2020).

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